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Le mutilazioni genitali femminili: una cultura da combattere PDF Print E-mail
Written by Pietro Stilo   
Friday, 07 January 2011

La lotta alla pratica delle mutilazioni genitali femminili è una battaglia di grande importanza e civiltà non solo nelle zone dove viene ancora oggi attuata ma anche nei Paesi di immigrazione di coloro che credono sia una pratica fondamentale per far entrare le proprie figlie nel contesto sociale d’appartenenza. L’età delle donne da infibulare può variare secondo le usanze locali, ad esempio in Nigeria si pratica sulle neonate, in Somalia sulle bambine, in Uganda sulle adolescenti e, comunque, a prescindere dalle tradizioni locali sull’età, essa viene inflitta prima del primo rapporto sessuale. 

 

 

Le origini di questa tradizione, secondo alcuni studiosi, affondano nella preistoria. Suggestive leggende africane ne narrano l’inizio e le motivazioni da ricercare in ancestrali riti tribali per propiziare la fecondità e che simboleggiano il passaggio dall’età dell’infanzia a quella della maturità. Una ragazza escissa è pronta per il matrimonio ed è ben accetta in società e dagli uomini, motivo per il quale le madri e le nonne - quindi le donne della famiglia - impongono alle loro bambine questa tradizione. Sono proprio le donne a preparare le figlie al “passaggio”, sono le donne a mantenere in vita questa tradizione opponendosi a coloro - ONG e Istituzioni - che tentano di combatterla.  

Una pratica che nulla ha che vedere con la religione nonostante le aree interessate siano a maggioranza musulmana (Africa, Penisola Arabica e  Sud Est asiatico) e ha radici culturali, sociali e tribali molto forti e difficilmente estirpabili. Nei contesti rurali del continente africano ad occuparsi materialmente delle mutilazioni genitali femminili spesso è la moglie del fabbro del villaggio. I fabbri che rivestivano un ruolo di primo piano erano coloro che forgiavano i metalli, creavano le armi e gli utensili necessari alla società: costoro formavano una casta molto temuta.

In Mauritania, ad esempio, un antico detto recita così: “se incontri un fabbro non avrai molto da mangiare oggi”, evidenziando che grazie al ruolo sociale di preminenza ai fabbri viene offerto il meglio di ciò che è disponibile; tra l’altro si occupavano anche di circoncidere i ragazzi e le loro mogli quindi le ragazze che secondo antiche leggende possono essere infibulate solo da un’altra donna, pena la cecità per l’uomo che la volesse praticare. 

L’escissione non ha nulla di simile alla circoncisione maschile, che non procura alcun danno agli uomini: essa invece è  una pratica che sfiora la tortura e che comporta seri danni pisco-fisici alle donne che la subiscono. Secondo le stime dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il numero di donne e bambine infibulate nel mondo oscilla dai 100 ai 140 milioni e ogni anno più di 2 milioni di nuovi casi si aggiungono a quelli esistenti. L’OMS distingue 4 diversi tipi di mutilazioni genitali femminili, secondo il genere di pratica perpetrata. Spinti e sensibilizzati da più parti, ben 19 Stati africani si sono dotati di leggi anti mutilazioni genitali femminili, impegnandosi così a combattere questo fenomeno nonostante un’opinione pubblica a volte favorevole a questa tradizione, attraverso una legislazione che però cozza con le pratiche e le tradizioni tribali.

Un segnale importante in questo senso potrebbe venire anche da un impegno a livello internazionale. Numerose sono infatti le convenzioni che già invitano i Paesi africani a combatterla, la più importante è quella adottata nel 2003 dall’Unione Africana conosciuta come Protocollo di Maputo, operativo  dal 25 novembre 2005 a seguito della ratifica dei 15 Stati necessari per la sua entrata in vigore, che all’articolo 5 condanna formalmente, e per la prima volta, tutte le pratiche tradizionali e lesive dell’integrità pisco-fisica delle donne, come le mutilazioni genitali. Fondamentale in questo contesto sarebbe anche una moratoria internazionale attraverso una risoluzione dell’ONU contro questo fenomeno.

Pietro Stilo

(pubblicato il 7 gennaio 2011)
Last Updated ( Saturday, 08 January 2011 )
 
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Australia floods cause years of damage

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