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Egitto, le incognite del post-Mubarak PDF Print E-mail
Written by Alessio Stilo   
Saturday, 12 February 2011

Cittadini, in nome di Dio misericordioso, nella difficile situazione che l’Egitto sta attraversando, il presidente Hosni Mubarak ha deciso di dimettersi dal suo mandato e ha incaricato le forze armate di gestire gli affari del Paese. Che Dio ci aiuti”. Con queste parole il vicepresidente egiziano Omar Suleiman ha decretato la fine del trentennio al potere di Mubarak.

 

Prescindendo dalle travagliate quanto complesse vicissitudini dell’ultimo mese che hanno condotto al tracollo un sistema già vacillante negli ultimi anni – a causa dell’età avanzata di Mubarak e delle lotte intestine per la successione –, occorre invece una disamina delle prospettive aperte dal processo di transizione in atto nel Paese dei faraoni.

L’annuncio di Suleiman ha chiarito le modalità del passaggio dei poteri, formalmente un “colpo di stato indolore”, considerando che il golpe è stato guidato dal ministro della Difesa Mohamed Hussein Tantawi e, nella sostanza, la gestione dell’Egitto è affidata al Consiglio Militare Supremo, sul modello dei Liberi Ufficiali del 1952.

La questione che attanaglia gli analisti è capire se, e in quale misura, l’èlite militare intenderà condividere il potere con la controparte civile, malgrado quest’oggi un comunicato diffuso dalle forze armate abbia riportato l’asserita aspirazione dell’esercito affinché si verifichi un passaggio pacifico di poteri all’autorità civile “nel quadro di un regime democratico libero”. “L’Egitto – aggiunge il rapporto – è impegnato a rispettare tutti i trattati regionali e internazionali”: il messaggio è volto a rassicurare Tel Aviv, ultimo baluardo a schierarsi in difesa del deposto Mubarak. Quest’ultimo ha mantenuto stabile per decenni i rapporti con Israele, assicurandogli l’approvvigionamento energetico tramite la propaggine orientale del Paese. Il Sinai, infatti, ancorché desertico e pressoché disabitato, costituisce una zona strategica poiché assicura il passaggio di taluni gasdotti che riforniscono Israele e la Giordania.

Gli attuali sommovimenti all’interno del mondo arabo, segnatamente nei Paesi a lungo guidati da monarchie autocratiche o regimi mocratici filo-occidentali, denotano un progressivo indebolimento del ruolo statunitense nel Vicino Oriente e nell’area mediterranea. Un mutamento ulteriore dell’assetto geopolitico cagionerebbe notevoli rischi all’attuale amministrazione di Washington; d’altro canto, a dimostrazione dell’ambiguità del Dipartimento di Stato americano nell’affrontare la faccenda, Obama e la Clinton hanno per un verso mostrato simpatia per i manifestanti, per altro verso non hanno mai invitato espressamente il raìs egiziano a ritirarsi.

Peraltro le più prestigiose riviste Usa di politica estera ostentano scetticismo riguardo le reali possibilità che l’Egitto divenga una democrazia parlamentare. Foreign Affairs, espressione del Council on Foreign Relations, prospetta l’ipotesi di un “mubarakismo senza Mubarak”, enucleando le ragioni per le quali l’èlite militare non avrebbe interesse a transitare ad un regime democratico. In primo luogo, sostiene Ellis Goldberg, le elezioni spalancherebbero le porte ai nuovi businessmen che si adopererebbero per limitare il ruolo dell’esercito nell’economia – attualmente i militari gestiscono il 40% circa dell’economia nazionale. In una tale visione, i principali attori dell’establishment militare starebbero soltanto compiendo dei gesti simbolici tesi a placare la collera dei manifestanti e avviare il Paese della Sfinge verso un autoritarismo corretto da alcune riforme costituzionali, come prefigurato da Suleiman. Non deve pertanto sorprendere come lo stesso Suleiman abbia più volte dichiarato di non voler riformare il sistema presidenziale, limitandosi ad auspicare un negoziato con le opposizioni che attenga la modifica dei tre articoli della Costituzione concernenti le elezioni.

Volendo interpretare la crisi egiziana da un altro punto di vista, alcuni analisti hanno ravvisato la longa manus di Washington nelle rivolte arabe: oltreoceano si lavorerebbe, in altre parole, per instaurare in tutto il Medio Oriente nuovi regimi dal volto presentabile ma nondimeno confacenti gli interessi statunitensi: esemplare è il caso tunisino dove, deposto Ben Alì, sono assurti al potere gli uomini legati al vecchio governo.

L’astio nei confronti del regime di Mubarak ha compattato gli antagonisti e consentito che la rivolta non degenerasse in un bagno di sangue, ciononostante le forze in campo differiscono negli obiettivi di medio-lungo termine: l’eventuale metamorfosi dell’architrave istituzionale sarà, con buona probabilità, condizionata dalla forza politica che riuscirà a prevalere all’interno del composito movimento d’opposizione. Un’analisi completa e definitiva non potrà, infine, esimersi dal considerare il cruciale ruolo dell’esercito nella politica egiziana.

Alessio Stilo

(pubblicato il 12 febbraio 2011)
Last Updated ( Sunday, 13 February 2011 )
 
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Australia floods cause years of damage

 Australia's flood-stricken coal industry may face months of disruptions as reports emerge of key rail and road links being washed away, while some infrastructure may take years to repair, authorities said on Friday. "There are some aspects of the rebuilding of infrastructure that will take, potentially, years," Major-General Mick Slater, chief of the flood recovery operation in Queensland state, told a news conference in Rockhampton.

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