| I risvolti della guerra civile libica |
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| Written by Alessio Stilo | |
| Saturday, 26 February 2011 | |
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Centinaia di consulenti militari statunitensi, francesi e inglesi sarebbero giunti in Cirenaica, secondo quanto riportato in un rapporto esclusivo da fonti militari del DEBKAfile, il sito israeliano di intelligence che nei giorni scorsi aveva anticipato la notizia delle navi iraniane in transito nel canale di Suez.
Se la notizia fosse confermata dalla stessa fonte, si tratterebbe del primo intervento militare che Stati Uniti ed Europa avrebbero effettuato dallo scoppio delle rivolte maghrebine. I consulenti, inclusi agenti dei servizi segreti, sarebbero stati trasportati da navi da guerra sino alle città costiere di Bengasi e Tobruk per una triplice missione: aiutare i comitati rivoluzionari a istituire quadri governativi per rifornire di servizi di base i circa due milioni di abitanti della Cirenaica; organizzare i rivoltosi in unità paramilitari, istruendoli all’utilizzo delle armi sottratte dalle caserme libiche, aiutandoli a ripristinare l’ordine e addestrandoli a respingere l’eventuale controffensiva delle truppe di Gheddafi nell’est libico; preparare il terreno per l’arrivo di altre unità militari straniere, probabilmente egiziane. Analoghe fonti militari riconducibili allo stesso sito israeliano hanno altresì confermato che molti comandanti delle Forze aeree di Gheddafi si sarebbero ammutinati, privando il raìs di uno dei pilastri fondamentali nella repressione della rivolta. La difformità della palingenesi libica rispetto a quanto avvenuto ai suoi vicini nordafricani risiede nella presunta preordinatezza e organizzazione della sommossa contro il regime del colonnello Gheddafi. Nella nomenklatura libica si è determinata una frattura e le divisioni tra i gruppi tribali – alcuni dei quali notoriamente ostili da decenni al raìs – hanno raggiunto il culmine allorché parecchi elementi dell’attuale governo e dell’esercito hanno osteggiato apertamente la successione al raìs da parte di un suo erede. Occorre aggiungere, peraltro, che in Libia si affrontano da anni due linee politiche divergenti: una incarnata dal premier al-Baghdadi e incentrata sullo sfaldamento progressivo delle istituzioni della Jamahiriya, geopoliticamente orientata verso l’Ue e gli Usa; l’altra, espressione dei Comitati Rivoluzionari e geopolicamente tesa verso il Mediterraneo e l’Africa, volta a contenere l’avanzata delle ricette economiche neoliberiste. La crisi cerealicola, foriera di un incremento del prezzo del pane, ha influito sul malcontento di una piccola parte della popolazione, sebbene le condizioni socio-economiche della Libia differiscano strutturalmente da quelle dell’area maghrebina e africana in genere: il Pil pro-capite libico ammonta a oltre 14000 dollari annui, il più elevato del continente africano sin dal 1977 (il triplo di quello egiziano e più del doppio di quello tunisino), grazie agli ingenti introiti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e gasiferi. Le perplessità sull’accaduto sono desumibili dalla confusione mediatica che regna nell’area libica, dopo la secca smentita riguardo alla foto di supposte fosse comuni – in realtà nell’immagine era ritratto un cimitero – e la scarsa attendibilità delle due uniche fonti, le emittenti arabe Al Jazeera e Al Arabiya, dovuta all’incedere degli avvenimenti e all’isolamento pressoché totale del Paese nordafricano – eccezion fatta per l’esodo degli operatori stranieri. L’altra anomalia mediatica concerne gli asseriti “bombardamenti sulla folla con elicotteri Apache”, circostanza altamente improbabile, considerato che l’anzidetta tipologia di mezzi aerei è in dotazione agli eserciti di Usa, Regno Unito, Paesi Bassi, Israele, Kuwait, Grecia, Giappone, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto e Singapore, ma non a quello libico. Lo scenario è indubbiamente oscuro e i risvolti sono suscettibili di minare gli equilibri mediterranei nel medio-lungo periodo. La Libia rischia di spezzettarsi in tre Stati – Cirenaica, Tripolitania e Fezzan – governati da clan etnico-tribali avversari. Negli ultimi giorni è emersa la possibilità di un intervento della Nato a “scopo umanitario”, opzione ventilata anche da alcuni Stati Ue. In una tipologia del genere, l’azione coercitiva di un’organizzazione regionale – qual è la Nato – o di un singolo Stato non autorizzata dal Consiglio di Sicurezza è illegittima a termini dello Statuto ONU. Un siffatto caso riacutizza la questione dell’ammissibilità dell’intervento umanitario nel quadro della dottrina della “responsabilità di proteggere”. Il pericoloso precedente è riferibile ai tre mesi di bombardamenti aerei della Nato contro la Repubblica Federale di Jugoslavia del 1999: in quel caso, il Consiglio di Sicurezza non aveva autorizzato l’intervento, né l’autorizzazione poteva ritenersi implicita e tanto meno data ex post, visto che due membri permanenti del Consiglio (Russia e Cina) si erano nettamente opposti. Nel caso odierno sembra invece che Russia e Cina siano favorevoli, in linea di massima, alla risoluzione preparata dagli occidentali dinnanzi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che attiene l’applicazione di sanzioni alla Libia. Alessio Stilo (pubblicato il 26 febbraio 2011) |
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| Last Updated ( Saturday, 26 February 2011 ) |
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Port-au-Prince, Haiti - The plight of Haiti's children has got much worse since the earthquake. But it was also grim for many before the disaster, too. For decades, many children here have been given away to other families, usually ones they do not know, by parents who are too poor to feed and clothe them. Many of these children, known as restaveks, do not go to school, are made to do strenuous chores without pay and are often beaten and abused.
Accra, Ghana - Ghana's president has said he does not think military force will solve the post-election deadlock in Ivory Coast. John Atta Mills also said Ghana would not take sides in the stand-off between incumbent leader Laurent Gbagbo and his rival, Alassane Ouattara. The international community has recognised Mr Ouattara as the winner of November's presidential election and urged Mr Gbagbo to quit.
Budapest, Hungary - After a warning from the EU that the controversy over Hungary's broad new media law could undermine the country's six-month presidency of the bloc, Prime Minister Viktor Orban abandoned his fiery language against the law's European critics, emphasizing that he would make changes if the law proved incompatible with European legislation.
Tokyo, Japan - A U.S. envoy said he had productive discussions with Japanese officials about the crisis on the Korean peninsula, ending a week of meetings in three countries on ending tensions between North and South Korea. Stephen Bosworth, Washington's special envoy for North Korea policy, met with Japanese Vice Foreign Minister Kenichiro Sasae for about 30 minutes. He arrived in Tokyo after holding similar talks in Beijing and Seoul.
Camberra, Australia - A former inmate at the U.S. military prison at Guantanamo Bay has dropped a lawsuit against the Australian government that accused it of complicity in torture he says he suffered while in detention. Mamdouh Habib reached an out-of-court settlement with the government for an undisclosed sum, both parties said Saturday. Habib, an Australian citizen, was arrested in Pakistan in late 2001 and held for three years without charge before being returned to Australia in 2005.