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LaSpecula.com International Weekly Magazine

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L'ignavia di Washington PDF Print E-mail
Written by Giuseppe Lombardo   
Thursday, 17 March 2011

Gheddafi sta per riprendere il pieno controllo del territorio libico, mentre gli Stati Uniti ancora tentennano sul piano diplomatico. Il presidente americano subisce severe critiche dagli organi di stampa, ma non riesce a guidare la nave in tempesta. E' naufragio?

     

Un’analisi a trecentosessanta gradi della politica internazionale di Obama rivela il conclamato fallimento della presidenza democratica. Nel sistema internazionale vigente esiste un grande rischio legato alla leadership debole di una nazione guida: è più nociva l’inazione, l’ignavia strategica, dell’azione mal concepita. Questo è uno dei punti cardine, giacché se si dirige un’organizzazione dal vertice, di fronte ad un problema non sono ammessi tentennamenti di sorta.

 

All’indomani del trionfo elettorale ottenuto a scapito del candidato repubblicano McCain, Barack Obama impose nuove direttrici al Dipartimento di Stato, fissando sulla bussola la rotta che avrebbe dovuto riportare l’America nell’olimpo delle nazioni amate: scelte condivise, approccio multilaterale, rispetto delle differenti tradizioni (intendendo, con quest’ultima formula, una sorta di parificazione valoriale fra gli insiemi di culture che storicamente hanno formato blocchi differenti rispetto alla forma mentis liberal-occidentale). Il discorso del Cairo fu, in tal senso, rivelatore: Obama parlò ai mussulmani nel rispetto delle diverse identità; lo fece da presidente degli Stati Uniti, richiamando l’ideale a stelle strisce della “terra delle opportunità”. Decise, inoltre, di giocare la carta delle responsabilità nei confronti dei partners europei e mediorientali, per poter convergere su alcune linee guida condivise, al fine di garantire ai popoli il rispetto degli elementari diritti e della dignità umana. Ora, prescindendo dalla proverbiale ironia della sorte – quel discorso fu tenuto al Cairo, ossia nell’epicentro politico di una delle prime sommosse rivoluzionarie –, il dato analiticamente interessante si estrinseca attorno al dossier libico. Tutti gli elementi di quel quadro concettuale sono stati praticamente archiviati e relegati nell’oblio.

 

Dato di fatto: in Libia esiste un’emergenza umanitaria. Gli insorti non rappresentano una minoranza infima che contesta violentemente un’autorità legittima e riconosciuta. Rappresentano interessi di diverse realtà tribali, veri e propri blocchi a loro volta garanti dell’equilibrio e della sicurezza di intere aree territoriali. Se ciò corrisponde al vero, e la conquista di Bengasi sta lì a testimoniare tale realtà, Gheddafi già adesso non vanta più quell’assoluta sovranità che gli consentiva di fronte alla comunità internazionale di fare bello e cattivo tempo sotto l’egida degli “affari interni”. E ciò prescinde da una valutazione sulla natura politica del regime.

 

Alla luce di questo dettaglio non marginale, qual è stata la condotta di Obama? Un assordante silenzio. Obama ha abdicato al suo ruolo: dallo Studio Ovale non ha mai parlato di ingerenza umanitaria, neanche per inciso, scongiurando il rischio di contrastare un’offensiva da parte dell’opinione pubblica conservatrice, un danno di immagine che avrebbe potuto alimentare con nuova linfa il mito degli yankee corsari. Ha interpretato gli eventi geopolitici accantonando il disegno originario: la Francia e l’Inghilterra, storiche potenze alleate, affiancate addirittura dalla Lega Araba, hanno pubblicamente auspicato la creazione di una No Fly Zone, ma da Washington non è arrivato nessun sostegno, né strategico né logistico. La cooperazione ha mostrato immediatamente una portata ridotta.

 

Non basta. Come ha scritto Victor Davis Hanson sulle colonne del National Review, «Il problema con la politica di Obama in Medio Oriente è che non esiste alcuna politica, e per questo non abbiamo sentito nulla di coerente, di esaustivo, da parte dell'amministrazione». Può sembrare un giudizio eccessivamente severo, tuttavia esso trova conferma anche nelle file liberal. Christopher Dickey ha sfidato pubblicamente sul fronte etico-morale la presidenza: «Ci si potrebbe chiedere, e molti arabi lo fanno, cosa sia accaduto alla retorica usata da Obama quando parlava di Gandhi e Martin Luther King, della necessità di salire sul fronte giusto della storia. Quando Obama, nel Giugno del 2009, ha parlato al mondo musulmano del potere della nonviolenza sembrava sottointendere questo. Quando ha appoggiato la rivolta contro il presidente egiziano Hosni Mubarak, dicendo “questo è il potere della dignità umana, e non può mai essere negato", l’accezione era la stessa, anche se ha aspettato le dimissioni di Mubarak per dirlo. Ma cos’ha fatto concretamente l’obamismo per i cittadini che lottano per la loro dignità in Libia? Meno di niente». Ciò ha consentito implicitamente ad una persona spregevole come il Colonnello di poter affermare senza remore, d’innanzi alla stampa francese, che è interesse supremo delle autorità libiche “liberare il popolo dalle bande che occupano Bengasi”, bande che userebbero i civili come scudi umani!

 

La responsabilità politica di questo capovolgimento della realtà non può non essere imputata al presidente dell’unica superpotenza riconosciuta come tale. E’ stata la miopia strategica del comandante in capo a scandire le fasi della (mancata?) rivoluzione. Adesso avanti col prossimo disastro, sperando che Petraeus supplisca alla debolezza politica dell’establishment di Washington.

 

Giuseppe Lombardo/Laspecula.com

Foto: Economist.com

(17 marzo 2011)

Last Updated ( Thursday, 17 March 2011 )
 
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Australia floods cause years of damage

 Australia's flood-stricken coal industry may face months of disruptions as reports emerge of key rail and road links being washed away, while some infrastructure may take years to repair, authorities said on Friday. "There are some aspects of the rebuilding of infrastructure that will take, potentially, years," Major-General Mick Slater, chief of the flood recovery operation in Queensland state, told a news conference in Rockhampton.

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 Accra, Ghana - Ghana's president has said he does not think military force will solve the post-election deadlock in Ivory Coast. John Atta Mills also said Ghana would not take sides in the stand-off between incumbent leader Laurent Gbagbo and his rival, Alassane Ouattara. The international community has recognised Mr Ouattara as the winner of November's presidential election and urged Mr Gbagbo to quit.
 Budapest, Hungary - After a warning from the EU that the controversy over Hungary's broad new media law could undermine the country's six-month presidency of the bloc, Prime Minister Viktor Orban abandoned his fiery language against the law's European critics, emphasizing that he would make changes if the law proved incompatible with European legislation.
 Tokyo, Japan - A U.S. envoy said he had productive discussions with Japanese officials about the crisis on the Korean peninsula, ending a week of meetings in three countries on ending tensions between North and South Korea. Stephen Bosworth, Washington's special envoy for North Korea policy, met with Japanese Vice Foreign Minister Kenichiro Sasae for about 30 minutes. He arrived in Tokyo after holding similar talks in Beijing and Seoul.

 Camberra, Australia - A former inmate at the U.S. military prison at Guantanamo Bay has dropped a lawsuit against the Australian government that accused it of complicity in torture he says he suffered while in detention. Mamdouh Habib reached an out-of-court settlement with the government for an undisclosed sum, both parties said Saturday. Habib, an Australian citizen, was arrested in Pakistan in late 2001 and held for three years without charge before being returned to Australia in 2005.

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