| Le rivoluzioni nel mondo arabo |
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| Written by Alessandro Di Maio | |
| Wednesday, 01 June 2011 | |
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Israele segue con attenzione le rivolte che da settimane interessano il mondo arabo. Il prof. Gideon Doron - docente di Scienze Politiche all’Università di Tel Aviv - esclude si tratti di ‘rivoluzione araba’, ma il timore che l’eventuale radicalizzazione della scena politica egiziana indebolisca l’alleanza israelo-egiziana si fa sempre più grande. Per adesso le autorità israeliane preferiscono tacere. Cosa sta succedendo nel mondo arabo? Milioni di persone vivono in povertà, non hanno di che vivere e sono costretti ad una vita di stenti, sofferenze e privazioni. Gli eventi a cui stiamo assistendo non hanno matrice ideologica o religiosa, sono frutto della fame e della depressione sociale di quelle genti. Sono rivolte di scontento popolare, iniziate da chi per problemi economici non riesce a comprare il pane, a sposarsi o a mettere al mondo dei figli, e continuata da chi facendo delle comparazioni con altre realtà si rende conto che nel proprio paese mancano bilanciamenti politici, sociali ed economici. C’è la possibilità che queste rivolte si diffondano in tutta la regione? Certo. Questo si sta già verificando. Le rivolte sono iniziate in Algeria, continuano oggi in Tunisia ed Egitto, ma piccoli e sempre più numerosi focolari sono evidenti in Yemen, Giordania, Libano, Libia e nei Territori Palestinesi. Inoltre, la velocità del sistema mediatico mondiale ha messo al corrente le opinioni pubbliche di tutti i paesi arabi e le comunità arabe nei paesi occidentali, che hanno immediatamente solidarizzato con i rivoltosi, fornendo loro coraggio e linfa vitale. Possiamo parlare di rivoluzione del mondo arabo? No, non la ritengo una rivoluzione. Al momento non ne riscontro i presupposti. Siamo di fronte a degli eventi importanti che porteranno certamente dei cambiamenti tramite un periodo di riforme e migliorie. Potrebbe essere l’inizio di un processo di democratizzazione dell’area, ma anche in questo caso bisogna pesare bene le parole: un paese non diventa democratico solo perché si fanno le elezioni, ma sono necessari anni di riforme e di cultura alla democrazia e alla salvaguardia dei diritti umani.
C’è il rischio che la rivolta possa essere cavalcata da gruppi radicali islamici? Sì, questo è un rischio che da queste parti non manca mai. Ogni rivolta porta con sé il pericolo di una strumentalizzazione da parte di islamisti radicali e terroristi. Il gruppo islamista dei “Fratelli Musulmani” in particolare, gode già di un cospicuo consenso tra la popolazione egiziana, ed essendo ben organizzato e con una chiaro progetto politico religioso potrebbe sfruttare benissimo la rivolta e arrivare ai vertici del potere dello Stato. Questo potrebbe mettere a rischio il trattato di pace tra Egitto e Israele? Sì, è un rischio che potrebbe esserci. Israele come vede la rivolta egiziana? Israele è interessato alla propria sicurezza e alla stabilità dell’intera area mediorientale. Tuttavia, se non ci sono state prese di posizione da parte dei nostri vertici politici è perché Israele al momento preferisce tacere. Infatti, siamo uno Stato democratico favorevole a qualsiasi processo di democratizzazione, ovunque esso avvenga, ma, al tempo stesso, temiamo che un eventuale radicalizzazione della scena politica egiziana possa indebolire l’alleanza israelo-egiziana firmata a Camp David nel 1978. Articolo di Alessandro Di Maio Pubblicato il 1 Febbraio 2011 |
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| Last Updated ( Wednesday, 01 June 2011 ) |
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Port-au-Prince, Haiti - The plight of Haiti's children has got much worse since the earthquake. But it was also grim for many before the disaster, too. For decades, many children here have been given away to other families, usually ones they do not know, by parents who are too poor to feed and clothe them. Many of these children, known as restaveks, do not go to school, are made to do strenuous chores without pay and are often beaten and abused.
Accra, Ghana - Ghana's president has said he does not think military force will solve the post-election deadlock in Ivory Coast. John Atta Mills also said Ghana would not take sides in the stand-off between incumbent leader Laurent Gbagbo and his rival, Alassane Ouattara. The international community has recognised Mr Ouattara as the winner of November's presidential election and urged Mr Gbagbo to quit.
Budapest, Hungary - After a warning from the EU that the controversy over Hungary's broad new media law could undermine the country's six-month presidency of the bloc, Prime Minister Viktor Orban abandoned his fiery language against the law's European critics, emphasizing that he would make changes if the law proved incompatible with European legislation.
Tokyo, Japan - A U.S. envoy said he had productive discussions with Japanese officials about the crisis on the Korean peninsula, ending a week of meetings in three countries on ending tensions between North and South Korea. Stephen Bosworth, Washington's special envoy for North Korea policy, met with Japanese Vice Foreign Minister Kenichiro Sasae for about 30 minutes. He arrived in Tokyo after holding similar talks in Beijing and Seoul.
Camberra, Australia - A former inmate at the U.S. military prison at Guantanamo Bay has dropped a lawsuit against the Australian government that accused it of complicity in torture he says he suffered while in detention. Mamdouh Habib reached an out-of-court settlement with the government for an undisclosed sum, both parties said Saturday. Habib, an Australian citizen, was arrested in Pakistan in late 2001 and held for three years without charge before being returned to Australia in 2005.