Harare, Zimbabwe - Lo Zimbabwe è stretto dalla morsa della più grave crisi economica della sua storia e le autorità sembrano non in grado di reagire nel modo efficace.
A detta dei residenti, la situazione peggiora di giorno in giorno e l’unica possibilità di sopravvivenza per molti cittadini dell’ex Rhodesia meridionale sarebbe quella di espatriare in Sudafrica o in Zambia in cerca di un pur basso ma stabile stipendio.
La crisi economica acutizzatasi nei primi mesi del 2007, imperversa già da qualche anno negando beni di consumo primario alla popolazione e facendo entrare in crisi anche gli apparati pubblici, da sempre più vicini al presidente Mugabe: la polizia, l’esercito e i funzionari pubblici in generale.
Un’economia caratterizzata da un’inflazione pari allo storico record del 1600 % rende inefficacie qualsiasi azione di governo. L’aumento dei salari statali effettuato da Harare per adeguare gli stipendi pubblici al costo della vita reale, è stato brevemente vanificato dall’inflazione sempre in aumento, ed un eventuale ed ulteriore incremento degli stipendi sarebbe possibile soltanto mediante la stampa di altra moneta che amplificherebbe ancor più l’inflazione.
Un circolo vizioso, dunque, che ha già portato alla fame buona parte della popolazione e che annuncia carestia generale.
L’agricoltura è disastrata, le interruzioni di elettricità costanti, la distribuzione di acqua potabile non più garantita e quella di carburante completamente assente, intensi gli scioperi degli insegnanti e dei medici, mentre la produzione di grano risulta essere tre volte inferiore a quella necessaria.
Alimenti come la carne e il latte sono ormai introvabili se non al mercato nero, sempre più protagonista dell’economia nazionale.
Già tre milioni di zimbabuiani – circa un terzo della popolazione del paese – vive in Sudafrica, dove si guarda con preoccupazione l’evolversi della situazione in vista di problemi migratori alla frontiera.
Interrogandosi sul futuro del governo dell’ottantatreenne presidente Mugabe e sull’eventualità di un cambio di regime, sempre più osservatori internazionali credono che la radice del problema stia nella mancanza di investimenti stranieri, quasi azzerati da quando, per distribuire le terre agli zimbabuiani, il presidente espropriò i latifondisti bianchi.
Il malcontento è alle stelle anche tra i soldati, linfa vitale per la sopravvivenza del regime, ma Mugabe – primo ministro dal 1980 e presidente dal 1987 – sembra voler limitarsi a piccoli provvedimenti a favore dell’elite a lui più prossima, nella convinzione, forse, che ciò possa trattenerlo più a lungo alla carica presidenziale.
La fine del regime dittatoriale di Mugabe è certa e prossima, la sua modalità rimane incerta.