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Franco, il Picasso di Harlem

di Alessandro Di Maio

New York City, U.S.A. – “There is a rose in Spanish Harlem”, “c’è una rosa nella Harlem Spagnola” ripeteva l’inciso di una vecchia canzone, ma con la pluridecennale presenza di Franco the Great nella 125th St. di Harlem (ribattezzata Dr. Martin Luther King Jr. Boulevard), sembra proprio che la rosa prosperi non solo ne “El barrio” – Spanish Harlem – ma in tutto il quartiere a settentrione di Central Park.
Ogni domenica mattina Franco the Great - com’è internazionalmente conosciuto e chiamato da chiunque passi e lo saluti - accompagnato dalla moglie, una bella donna giapponese, piazza la sua bancarella di fronte il famoso teatro Apollo, tempio del jazz americano.
Benché impossibili da ammirare durante le ore lavorative, buona parte della 125ma strada è decorata dai suoi affreschi, ma bisogna aspettare la chiusura dei negozi per farsi suggestionare dalla profondità dei disegni che il Picasso di Harlem – com’è ulteriormente denominato Franco – ha eseguito sulle saracinesche della Dr. Martin Luther King Jr. Boulevard.
Con una divisa da pilota di Formula Uno addobbata dalle bandiere dei paesi in cui ha lavorato, vende a prezzi modici piccoli quadri di un’originalità unica e i gadgets che hanno contribuito a fare della sua arte un mito in tutta Harlem.
Panamense di origine, Franco ha iniziato a lavorare nella piccola repubblica centroamericana, affrescando le superfici murarie di uffici, alberghi, club, ristoranti, chiese e scuole. Trasferitosi a New York City nel 1958 continuò a svolgere la stessa attività, incrementandola con presenze televisive, ritratti di grandi personaggi come Nat King Cole, Steve Allen e Mohammed Ali e collaborazioni con alcune gallerie d’arte della Grande Mela.
Nel 1978 inizia ad affrescare le saracinesche della 125ma, nel 1984 si reca in Senegal per insegnare alla Scuola delle Belle Arti della capitale e nel 1985 riceve l’invito ufficiale del governo francese di affrescare i muri di quattro città.
Da quel momento Franco the Great gira il mondo: Messico, Italia, Spagna, Argentina, Gran Bretagna, Brasile, Australia e Germania sono solo alcuni dei paesi che hanno assaporato il pennello del grande. Frequenti i suoi viaggi in Giappone, dove quasi annualmente si reca per importanti commissioni.
<<In realtà il mio nome è Franklin>>, mi rivela Franco mentre pranziamo in un piccolo ristorante di “Soul Food”. <<Quando arrivai a New York City decisi di chiamarmi Franco perché un nero chiamato Franklin in una città in cui Franklin è un nome molto diffuso, non è nessuno. Franco, invece, dà un tocco di unicità in più alla mia arte già unica>> continua in un ottimo inglese.
Poi, sotto lo sguardo sereno e attento della moglie che pranza con noi, aggiunge ridendo <<chiaramente, motivi storico-politici mi obbligano a ricambiare nome in Franklin tutte le volte che vado in Spagna>>.
Tanti i premi ricevuti, le recensioni di importanti giornali alla sua pittura e al suo carismatico personaggio e le guide turistiche che lo menzionano, ma ciò è nulla di fronte al rispetto reverenziale che il suo quartiere gli conferisce.
I suoi affreschi triplicano l’unicità di Harlem e il suo personaggio è diventato un’attrazione turistica. Franco the Great è sempre lì, sulla 125ma strada: lavora ogni giorno, è il Picasso di Harlem.

-- pubblicato l'1 Aprile 2007 --
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