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Giuseppe Trimarchi

 

New York, Delegate program

di Giuseppe Trimarchi

New York City, U.S.A. - New York. Tormenta di neve sulla Grande Mela. Il volo Roma-New York delle 13.50 del 17 marzo è sospeso, forse annullato. Tra i componenti del delegate program dell’Università di Messina si diffonde un sentimento intriso di angoscia e delusione, di tormentata speranza. Dopo 4 ore di attesa, lo speaker dell’Alitalia comunica finalmente che il volo partirà. L’arrivo a New York è critico. La pista ghiacciata rende l’atterraggio non proprio morbido. I controlli alla frontiera sono impressionanti: impronte digitali, lettura ottica della pupilla, domande varie e compilazione di un test che rasenta il ridicolo. Alcune dei quesiti: hai intenzione di compiere un attentato terroristico? Sei intenzionato a sequestrare bambini?
New York è la città delle esagerazioni e delle contraddizioni. Spostandosi da Manhattan  ad Harlem o al Queens, le differenze non sono quelle tipiche che distinguono centro e periferia di ogni grande agglomerato urbano. Non sembra di essere in un sobborgo della stessa città, ma addirittura in un altro Stato, un altro continente. Urbanistica, architettura, colori, sapori e soprattutto la gente sono totalmente diversi. Non più i freddi grattacieli di Times Square, frequentati da manager e imprenditori arroganti e altezzosi, ma bancarelle e palazzine popolari dove la gente, di colori e di razze variegate, è molto più umile e calda, più umana.
La nostra delegazione, come quella di tutti i partecipanti al progetto Nmun, alloggia allo Sheraton New York. Un hotel sulla 7th avenue, grande abbastanza da ospitare oltre 4 mila persone, e con enormi sale da permettere lo svolgimento dei lavori delle varie commissioni. I Model United Nations sono difatti simulazioni di processi diplomatici ideati per studenti universitari. Il progetto offre l'opportunità unica per capire il funzionamento interno delle Nazioni Unite. Per motivi di tempi e di logistica, alla sede Onu si sono svolte solo la cerimonia di apertura e quella di chiusura. Varcare la soglia del palazzo di vetro è un emozione indescrivibile. I controlli sono minuziosi, ma ne vale la pena. La sala dell’Assemblea Generale è immensa. Durante l’attesa, ognuno si sbizzarrisce a fare gli scatti più diversi. E’ un momento che merita di essere immortalato. Come da consuetudine sono gli americani a piazzarsi al primo posto. Ovvio. Un piano di studi differente, una preparazione che inizia l’anno prima, una voglia di essere sempre i migliori sono componenti generali di ogni studente statunitense. Ma il loro punto di forza è stato la lingua. Non si sforzano a non usare slang, e comunque a parlare in modo lento e comprensibile per chi non è di lingua madre inglese: o sei al loro livello o sei fuori. Fortunatamente superiamo con molta ironia la situazione di disparità.
Dopo la fine del Nmun abbiamo 4 giorni da dedicare alla visita della città. Tappe classiche e d’obbligo: Times Square, Rockfeller Center, Statua della Libertà, Wall Street, Empire State Building, Central Park, Ground Zero. Alcuni come me, preferiscono visitare anche la parte meno commerciale e più umana della città: Queens, Harlem, New Jersey. Altra tappa d’obbligo è stata Little Italy. Che diventa sempre più little, con il rischio quotidiano di essere fagocitata da una Chinatown in continua espansione. Resistono solo le attività più antiche e affermate del settore eno-gastronomico.
Una delle prime sere inoltre, presso la sala più grande del nostro albergo, si tiene la cena di raccolta fondi per la campagna elettorale di Hillary Clinton. In pratica ogni sostenitore sedendosi ad un tavolo, paga la campagna elettorale della candidata alla Casa Bianca: i prezzi sono da capogiro. Da 3.000 dollari per il tavolo più lontano, fino a 15 mila dollari per quello più vicino. Nel mentre fuori dall’albergo, una folla di giovani urla slogan contro la guerra.
In due settimane assistiamo anche ad un’altra protesta: un gruppo di agguerriti manifestanti, urla con rabbia e disperazione contro la politica di sfruttamento attuata dai vari hotels di lusso di Times Square. L’accusa: aver ridotto in forma di semi-schiavitù i propri “dipendenti” di etnia ispanica e asiatica. Una piccola documentazione fotografica, ci dimostra in modo inequivocabile quella che è la situazione condannata e condannabile.
-- pubblicato il 29 Aprile 2007 --
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