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Alessandro Di Maio

 

Prostituzione e droga a New York

di Alessandro Di Maio

New York City, U.S.A. - <<Girls, girls, coke, coke>>, queste le parole dette sottovoce da un uomo di colore che mi si affianca mentre in una fredda notte di Marzo passeggio per Times Square in compagnia di un collega di Singapore.
Dette sottovoce e con enfatico e veloce slang newyorchese, quelle semplici parole risultavano incomprensibili.
Un lampione sovrastante ci illumina di luce rossa. L’uomo appare alto, con un cappello dei New York Yankees, un lungo cappotto marrone aperto e un paio di jeans scuri.
Sottovoce, continua a ripetere quelle parole; poi accelera il passo e piazzandosi di fronte ci obbliga a fermarci. Io ed il mio collega iniziamo ad avere paura. Lo sconosciuto sorride in silenzio, come a volerci mostrare lo spazio tra gli incisivi superiori.
<<Che ci fate soli? Volete compagnia? Avete bisogno di ragazze? Io posso aiutarvi. Ho le più belle e giovani di New York.>>
Il mio sguardo incontra quello del mio collega. Ringraziamo per l’offerta, rifiutiamo e facciamo un passo in avanti.
<<Quanto avete? Datemi sessanta dollari a testa e vi farò divertire>>, dice l’uomo bloccandoci nuovamente il passo. <<Vi porto io. E’ qui dietro l’angolo. Entrate, pagate e scegliete la troietta con cui scopare>>.
Con la gentilezza dettata dalla paura, esprimiamo gratitudine per l’offerta ma rifiutiamo. Allora lui rilancia: <<Volete della roba? Ve la faccio assaggiare e se vi piace la prendete. E’ finissima. Davvero ottima>>.
Sgraniamo gli occhi sorpresi e più sdegnati di prima lo superiamo decisi. Dopo qualche passo ci voltiamo notandolo già intento a convincere altri possibili clienti.
E’ difficile credere che il cuore della capitale della più grande potenza in lotta contro attività di questo genere, ospiti in modo così esplicito venditori di droga e sesso.
Sebbene in questo senso la città di New York sia stata il più importante mercato negli anni in cui i padrini italo-americani regnavano nell’anti-Stato, i finanziamenti e le azioni militari di Washington contro il narcotraffico internazionale, una legislazione più rigorosa

derivante dalle sponde religiose dell’attuale governo federale e i successi della politica di “Tolleranza zero” dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, fecero sperare molti nello sradicamento di questo fenomeno.
In un recente studio dell’Istituto per la ricerca biomedica e farmaceutica di Norimberga, le acque del fiume Hudson che separano New York dal New Jersey si sono rilevate ricche di più di sedici tonnellate di cocaina che, comparate con i risultati dei test effettuati in altre città del mondo, hanno conferito a New York il primato negativo di capitale mondiale del consumo di cocaina.
Certamente negli anni la Grande Mela è riuscita a migliorare la qualità di vita dei propri abitanti mediante la riqualificazione di aree precedentemente sotto giurisdizione malavitosa, ma molto rimane ancora da fare.
A pensarla così è un security men, un uomo addetto alla sicurezza che incontro in un piccolo bar gestito da una famiglia ecuadoriana sulla Roosevelt Avenue nel Queens.
Ha appena finito il turno, è vestito in borghese e chiede di mantenere l’anonimato. Accompagnati da un piatto di banane fritte e due aranciate, iniziamo a conversare. Lo facciamo in spagnolo poiché Antonio, come decido di chiamarlo per l’intervista, è boliviano d’origine, ma, come egli stesso dice <<oramai più yankee di molti altri, anche grazie alla mia pelle bianca>>.
<<Vivo negli Stati Uniti da molti anni ed il Queens è sempre stata la mia casa>>, afferma prendendo una fetta di banana dal piatto.
Gli chiedo cosa sa dei traffici di droga e dello sfruttamento illegale della prostituzione. Lui ride e muovendo in aria la forchetta afferma: <<Qui c’è di tutto. Dalla vendita di documenti falsi a quella della droga, per non parlare della prostituzione che, a quanto so, risulta essere ben redditizia. A gestirla sono alcuni immigrati latinoamericani. Molti sono entrati legalmente per poi rimanere in suolo statunitense in modo illegale. E’ gente disperata che lo fa per vivere meglio, per offrite un futuro migliore ai propri figli, ma senza documenti legali le uniche opportunità lavorative che hanno si trovano nel sommerso >>.
Gli chiedo di essere più preciso. Allora lui prende il bicchiere d’aranciata, beve un piccolo sorso e indicando le persone fuori dalla finestra dice: <<Vedi quelle persone? Gente normale: c’è la signora che vende la lotteria, quella che passeggia con la figlia, quei due ragazzi al chiosco degli Hot Dog, ma se poni più attenzione vedrai dei ragazzi su venti anni che stanno fermi sul marciapiede con le mani in tasca come se aspettassero qualcuno, oppure altri che si affiancano ai passanti di sesso maschile borbottando qualcosa. Ecco come funziona!!>>, conclude appoggiandosi alla spalliera della sedia mentre mi guarda bevendo un altro sorso di aranciata.
Guardando quei ragazzi rividi la scena di Times Square dei giorni precedenti, poi Antonio mi chiese se volevo gli ultimi pezzi di banana fritta rimasti nel piatto. Io rifiutai, allora lui li mangiò come affamato.
<<Alcuni di quei ragazzi in tasca hanno dei bigliettini da visita con un nome femminile - di quelli che possono intrigare la fantasia di un uomo come Samantha, Annabelle, Jessica – una foto in bikini di una giovane e bella ragazza sudamericana e dei numeri di cellulare>>, aggiunge rapidamente. Annoto tutto sul mio quaderno, poi mi fermo e vuoto il mio bicchiere.
<<Facciamo una prova sul campo?>>, mi domanda con tono scherzoso.
Rido rumorosamente, poi rispondo: <<Certamente, ma devi parlare tu per poi dire che la cosa non ci interessa>>.
Accetta. Pago per entrambi e usciamo. L’aria è fredda e il marciapiede pieno di persone. In alto una ferrovia sopraelevata - che mi ricorda una parte del set del film Blues Brothers – copre il sole.
Iniziamo a camminare. <<Pensa che in alcuni bigliettini c’è scritto “delivery”, come se si trattasse di pizza>>, dice muovendo il capo in senso d’incredulità.
Gli chiedo come fa a sapere tutte queste cose e se ha mai usufruito di questi “servizi”. Lui si ferma e mi guarda sdegnato: <<Amico, io ho moglie e tre figli, come potrei? So queste cose perché le sanno tutti. Camminando per la strada hanno fermato anche me, dandomi più volte quei bigliettini di cui ti parlavo. La strada è piena di bigliettini di questo genere e poi non dimenticare che sono agente di sicurezza e passo molto tempo a parlare con tutti>>.
Camminiamo con le mani nei cappotti e lo sguardo in avanti. Ci avviciniamo ad un ragazzo appoggiato con le spalle alla parete di un negozio.
Antonio lo saluta in spagnolo e poi gli chiede l’orario. <<Le undici e venti>>, risponde il ragazzo.
Allora Antonio a voce più bassa gli si rivolge nuovamente chiedendogli se sa dove poter trovare delle belle ragazze.
Al giovane brillano gli occhi, abbassa la gamba piegata sulla parete e mettendo una mano in tasca tira fuori un bigliettino. I due si danno la mano ed il bigliettino arriva a me. Era come Antonio li descriveva.
<<Sai quanto si paga e se le ragazze sono belle?>>, domanda Antonio.
<<Stai scherzando fratello!!>>, esclama il ragazzo. <<Sono bellissime, fanno tutto quello che vuoi. Sono colombiane, ecuadoriane, messicane, venezuelane. Una più bella dell’altra e costano solo sessanta dollari>>, aggiunge voltandosi verso di me e facendo segnali con le mani in riferimento alle forme delle ragazze.
<<Come arriviamo al posto?>>, domando io in spagnolo.
<<Ah, pensavo che al tuo amico mancasse la lingua>>, dice il ragazzo ridendo rivolto ad Antonio.
Io faccio una smorfia, il ragazze se ne accorge, mi guarda e si scusa dicendo che stava scherzando.
<<Vi accompagno io, ma vorrei una mancia. Altrimenti chiamate al numero di telefono sul biglietto. Vi diranno la via ed il numero civico. Ci andate, entrate e vi daranno una calda accoglienza. Sono giovanissime ma già molto esperte. Ne scegliete una e viva la vita!!>>, conclude il ragazzo facendoci capire di aver parlato già abbastanza.
Diciamo che utilizzeremo il numero di telefono sul bigliettino, lo ringraziamo per la disponibilità e lo salutiamo. Noi lo facciamo in spagnolo, lui in inglese.
Io ed Antonio ci dirigiamo verso la subway, la stazione della metropolitana, dove dovrò pendere il treno per tornare in albergo.
<<Visto come funziona? Soddisfatto?>>, mi chiede Antonio.
<<Soddisfatto>>, rispondo.
<<Non credo che quel ragazzo prenderà molto da tutto questo. Potrà guadagnare 15-20 pesos al giorno distribuendo bigliettini>>, dice Antonio mentre arriviamo all’ingresso principale della stazione.
<<Pesos?>>, domando io ridendo.
<<Ho detto pesos?>>, chiede.
<<Eh si, hai detto pesos>>, dico io ridendo e porgendogli la mano per salutarlo.
<<Mi sto facendo vecchio e mi manca il mio paese>>, si giustifica Antonio stringendomi la mano.
Ci salutiamo e allontaniamo vicendevolmente. Compro il biglietto e voltandomi lo vedo uscire dalla porta vetrata della stazione. New York City è anche questo.

-- pubblicato il 22 Aprile 2007 --
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