Pechino, Cina – Il numero di cinesi che lasciano il loro paese per vivere all’estero cresce di anno in anno, costituendo un ininterrotto fiume umano che, in alcuni casi, crea tensioni con le popolazioni dei paesi ospitanti.
Annualmente, infatti, centinaia di migliaia di cinesi varcano - legalmente o illegalmente - le frontiere nazionali in cerca di fortuna, con il desiderio di aprire o espandere un’attività e farla fruttare grazie all’imprenditoria che li caratterizza.
Anche se gli Stati Uniti d’America e i paesi dell’Unione Europea costituiscono dei poli di grande attrazione, i paesi in cui il flusso migratorio cinese ha già modificato gli equilibri etnici, economici e politici sono quelli dell’area asiatica e oceanica.
Ufficialmente le autorità di Pechino non incoraggiano il flusso migratorio, ma la maggior facilità di spostamento interno e verso l’esterno, dovuta alle aperture degli ultimi governi, ha accentuato la diaspora cinese - giudicata favorevolmente dalla popolazione nazionale rimanente, in quanto valvola di sfogo per un paese povero di risorse e ricco di braccia, importante fonte di reddito nazionale per le rimesse sempre più abbondanti che gli emigranti mandano ai familiari rimasti in Cina e, a lungo termine, arma capace di amplificare l’influenza cinese nel mondo.
Tuttavia, ciò che distingue i nuovi immigrati dai quelli che nei decenni scorsi costituirono per il mondo le varie Chinatown, e che rischia di innescare proteste come quella di Milano, è la forte identità cinese di cui questi nuovi arrivati sono intrisi.
Legati alla madrepatria da vincoli familiari, economici e politico-nazionalisti, e indirettamente aiutati dall’ascesa politica e dalla sempre più ruggente economia della Cina nello scacchiere internazionale, si sentono cinesi in tutto e per tutto, costituendo, anche a distanza di anni, una comunità chiusa che li rende estranei agli occhi dei residenti originari.
Benché ciò sia percettibile in tutti i paesi d’affluenza cinese, anche in paesi lontani tra loro come l’Italia per l’area europea e l’Australia per quella oceanica, si avverte la tendenziale chiusura ed estraneità delle rispettive comunità cinesi.
Infatti, se da un lato sempre più piccoli commercianti si lamentano dell’impossibilità di competere con le attività dei nuovi arrivati - perché basate su lunghi ed economici turni di lavoro e su prodotti importanti dalla Cina –, dall’altro un numero crescente di australiani denuncia il mancato rispetto delle leggi civili e di buona convivenza che da decenni garantiscono la pacifica esistenza tra popolazioni di culture diverse.
Scartata l’esasperata idea di chiudere le frontiere al più grande mercato emergente, l’equilibrio tra i paesi ospitanti e gli immigrati cinesi, necessario per evitare che l’esodo cinese venga definito pericoloso, si potrà ottenere solo mediante rispetto reciproco e bilaterale volontà d’apertura.