“L’uomo che guardava
passare i treni” non è un giallo, ma qualcosa
di più. Scritto nel 1938 dal famoso Georges Simenon,
in breve tempo è diventato un classico, il capofila
dei c.d. libri giallo-psicologici che, anziché sulle
modalità d’investigazione delle forze dell’ordine,
si concentrano sulla psiche del ricercato, dell’assasino.
In questo caso il protagonista è un uomo medio, un
tranquillo impiegato dotato di tutti i confort materiali
possibili, di un lavoro rispettabile, di una bella casa,
di una moglie devota e di due figlioletti.
Insomma, Kees Popinga, questo il suo nome, è un individuo
come molti altri, con una vita piatta, priva di sorprese,
patinata dall’etichetta, dal formalismo, dalle regole
della società borghese.
Poi, a causa di un evento improvviso e imprevedibile, Popinga
ha l’opportunità per uscire dal mondo delle
“buone maniere” in cui aveva vissuto fino a
quel momento, e lo fa, rompendo le catene e rivendicando
il suo diritto ad una vita più libera e sincera.
Per caso, <<per aver stretto un po’ troppo
l’asciugamano>> - come scriverà
al caporedattore di un giornale francese - Kees diventa
un assassino: ecco l’assassino che, in un’Europa
sull’orlo del secondo conflitto mondiale, non è
un genio del male, ma un piccolo borghese che sfrutta quanto
successo per uscire dall’anonimato, vivendo una partita
a scacchi con la polizia di Parigi.
“L’uomo che guardava passare i treni”
è un ottimo libro, tanto scorrevole da leggerlo d’un
fiato. Esso è quasi un saggio romanzato sul comportamento
dell’europeo medio soffocato da un mondo chiuso da
automatiche e proprie maniere, che lo porta alla follia
non come mente ritardata, ma come lucida visione di una
realtà diversa.
Titolo dell’opera:
“L’uomo che guardava passare i treni”
Titolo originale dell’opera: “L'homme
qui regardait passer les trains”
Casa Editrice: Adelphi
Anno di prima pubblicazione: 1938