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Antonio Catalfamo

 

 

A quarant’anni dalla nascita del Partito comunista d’Italia (marxista-leninista)
c 'è ancora bisogno di comunismo
di Antonio Catalfamo

Per motivi generazionali non ho partecipato, nel 1966, alla fondazione, a Livorno, del Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista). Ma tutti noi che militavamo nella sinistra abbiamo incontrato sulla nostra strada questo piccolo ma combattivo partito di quadri e con esso abbiamo dovuto fare i conti. E’ stato come confrontarci con la nostra coscienza, con i nostri dubbi, le nostre angosce. In poche parole, il PCd’I (m-l) è stato per anni la nostra coscienza critica. L’abbiamo conosciuto attraverso il suo giornale, “Nuova Unità”, che arrivava misteriosamente a tutte le sezioni del Pci e alle Camere del lavoro. Non so dove prendessero gli indirizzi.
Questo foglio, nei primi tempi, ci sembrava strano, così lontano, col suo linguaggio maoista, dalla nostra realtà di paese dell’estremo sud della penisola. Ma, a poco a poco, diventò familiare, cominciò ad occuparsi di problemi che erano anche nostri. A partire dalla “questione meridionale”, affrontata, in particolare, in un convegno barese di fine anni ’80, che ebbe vasta eco su “Nuova Unità”. L’attesa per l’arrivo del giornale si fece sempre più frenetica, man mano che il Pci andava incontro alla mutazione genetica, che poi lo ha condotto allo scioglimento. Cercavamo dei punti di riferimento e li trovavamo nelle poche pagine di carta povera che costituivano “Nuova Unità”. In esse pulsava il sangue della sinistra, a partire dalle passioni, per nulla sopite, della Resistenza.
Conoscevamo progressivamente figure di uomini, che avevano partecipato alla guerra di Liberazione, che avevano avuto un ruolo di primo piano nel movimento partigiano e che ora si sentivano tradite. Alcuni operavano all’interno dell’Anpi, in posizione molto critica, fino al limite della rottura. Altri, addirittura, erano usciti da quest’organizzazione, accusandola di aver “imbalsamato” la Resistenza, e avevano dato vita ad associazioni partigiane alternative, come “Resistenza continua”. Queste presenze, prima “cartacee”, poi si animavano. “Emissari”, come Angelo Cassinera, solcavano l’Italia, col loro vigore ancora giovanile. Piombavano nelle piazze, anche dell’estremo sud. Come una folata di vento improvvisa, smuovevano l’aria, agitavano le acque, suscitavano interesse ed entusiasmo tra i giovani, facevano riemergere passioni che sembravano sopite. Cassinera parlava a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), a Catania, per il Primo Maggio, per il 25 Aprile. Dormiva dov’era possibile, su una branda, in qualche circolo politico-culturale, in qualche sede sindacale. Mangiava carne bollita col sale. Conoscevamo Fosco Dinucci, cominciavamo a capire che la Resistenza era anche nostra, che c’era tutto un progetto per eliminare i valori di democrazia e libertà di cui essa era stata portatrice, sfociando nella Costituzione. Si creavano in quegli anni, con la complicità della sinistra storica, i presupposti di quello che poi sarà il “berlusconismo”. Il PCd’I (m-l) ed i suoi quadri dirigenti erano tra i pochi a contrastare questo fenomeno, destinato a diventare una valanga. E noi li ammiravamo, ci riconoscevamo in molte delle loro analisi, anche se la giovane età non ci consentiva di vedere con la stessa profondità di chi aveva fatto l’esperienza della Resistenza.
“Nuova Unità” si arricchiva di collaborazioni importanti. Leggevamo spesso interviste e resoconti di interventi di Ludovico Geymonat. Sui suoi testi scolastici di filosofia ci eravamo formati. Alcuni intellettuali di prestigio si avvicinavano al PCd’I (m-l). Avvertivano, in anticipo rispetto alla massa, pericoli molto gravi. Ancora una volta questo piccolo partito di quadri rappresentava un punto di riferimento ineludibile. Geymonat insisteva sulla centralità della formazione culturale non solo dei quadri, ma anche dei militanti, dei simpatizzanti, del popolo diffuso della sinistra. Ma la sua voce rimaneva inascoltata. Il Pci proseguiva la sua deriva moderata, che l’avrebbe portato prima su posizioni socialdemocratiche e poi liberali. La mancanza di “anticorpi” culturali faceva sì che le masse assumessero un ruolo passivo di fronte a questo processo degenerativo. L’appello di Geymonat ad un “dibattito critico sulla sinistra, senza mistificazioni”, cadeva nel nulla. Le interpretazioni mistificatorie dell’esperienza del comunismo realizzato e del leninismo facevano facilmente breccia tra la gente di sinistra e, soprattutto, tra i giovani. La cosiddetta “svolta della Bolognina”, che portava alla nascita del Pds e poi dei Ds, incontrava poche resistenze. Solo il PCd’I (m-l) insisteva sulla continuità di pensiero tra Marx, Lenin e Gramsci, e sull’attualità del leninismo. Geymonat, nell’ultima fase della sua vita, contestava le interpretazioni idealiste del pensiero gramsciano, rivalutava il Gramsci rivoluzionario, combattente, il Gramsci che ha dato un’impronta nuova alla cultura ed alla politica italiana, rompendo il dominio crociano. Nel suo intervento al congresso del PCd’I (m-l) del marzo 1990, il padre della filosofia della scienza italiana ribadiva il ruolo determinante della “lotta ideologica” e culturale e così riassumeva i meriti storici di questo partito, che lo avevano spinto ad avvicinarsi sempre più ad esso, seppur nell’ambito di una visione critica: il PCd’I (m-l) è “l’unico Partito comunista che (…) tiene alto in Italia lo spirito di Lenin”, nel momento in cui “il comunismo subisce una crisi, subisce attacchi violenti, attacchi schifosi da parte di tanti”. Da lì a poco il PCd’I (m-l) si sarebbe sciolto per confluire nel Partito della Rifondazione Comunista e per raggiungere l’obiettivo dell’unità di tutti i comunisti in un solo partito.
Che cosa vi è di attuale nel patrimonio di idee che il PCd’I (m-l) ci ha lasciato? L’anticomunismo sfrenato, non contrastato dalla sinistra riformista, ha prodotto come effetto mostruoso il berlusconismo, che ha dato luogo ad una nuova “caccia alle streghe”, che assume una coloritura religiosa di lotta contro il “male”, contro il “demonio”, in un clima di irrazionalismo e di invasatura, che coinvolge ampi strati della società. L’accantonamento progressivo dei valori dell’antifascismo militante, sempre da parte della sinistra cosiddetta “moderata”, ha portato alla ripresa, a livello di piccola borghesia reazionaria, del mito del “fascismo” come “baluardo” contro il “pericolo comunista”, che minaccia la proprietà e la ricchezza. L’antidoto al fascismo, all’anticomunismo viscerale, non può che venire da un Partito comunista di massa, ben strutturato sul territorio, grazie ad una vasta rete di quadri e di militanti ben preparati ideologicamente e culturalmente. La realizzazione, insomma, del sogno che hanno coltivato tutti coloro che fondarono e sostennero negli anni il PCd’I (m-l).

(pubblicato il 4 Giugno 2006)
 

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