Per motivi generazionali
non ho partecipato, nel 1966, alla fondazione, a Livorno,
del Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista).
Ma tutti noi che militavamo nella sinistra abbiamo incontrato
sulla nostra strada questo piccolo ma combattivo partito
di quadri e con esso abbiamo dovuto fare i conti. E’
stato come confrontarci con la nostra coscienza, con i nostri
dubbi, le nostre angosce. In poche parole, il PCd’I
(m-l) è stato per anni la nostra coscienza critica.
L’abbiamo conosciuto attraverso il suo giornale, “Nuova
Unità”, che arrivava misteriosamente a tutte
le sezioni del Pci e alle Camere del lavoro. Non so dove
prendessero gli indirizzi.
Questo foglio, nei primi tempi, ci sembrava strano, così
lontano, col suo linguaggio maoista, dalla nostra realtà
di paese dell’estremo sud della penisola. Ma, a poco
a poco, diventò familiare, cominciò ad occuparsi
di problemi che erano anche nostri. A partire dalla “questione
meridionale”, affrontata, in particolare, in un convegno
barese di fine anni ’80, che ebbe vasta eco su “Nuova
Unità”. L’attesa per l’arrivo del
giornale si fece sempre più frenetica, man mano che
il Pci andava incontro alla mutazione genetica, che poi
lo ha condotto allo scioglimento. Cercavamo dei punti di
riferimento e li trovavamo nelle poche pagine di carta povera
che costituivano “Nuova Unità”. In esse
pulsava il sangue della sinistra, a partire dalle passioni,
per nulla sopite, della Resistenza.
Conoscevamo progressivamente figure di uomini, che avevano
partecipato alla guerra di Liberazione, che avevano avuto
un ruolo di primo piano nel movimento partigiano e che ora
si sentivano tradite. Alcuni operavano all’interno
dell’Anpi, in posizione molto critica, fino al limite
della rottura. Altri, addirittura, erano usciti da quest’organizzazione,
accusandola di aver “imbalsamato” la Resistenza,
e avevano dato vita ad associazioni partigiane alternative,
come “Resistenza continua”. Queste presenze,
prima “cartacee”, poi si animavano. “Emissari”,
come Angelo Cassinera, solcavano l’Italia, col loro
vigore ancora giovanile. Piombavano nelle piazze, anche
dell’estremo sud. Come una folata di vento improvvisa,
smuovevano l’aria, agitavano le acque, suscitavano
interesse ed entusiasmo tra i giovani, facevano riemergere
passioni che sembravano sopite. Cassinera parlava a Barcellona
Pozzo di Gotto (Messina), a Catania, per il Primo Maggio,
per il 25 Aprile. Dormiva dov’era possibile, su una
branda, in qualche circolo politico-culturale, in qualche
sede sindacale. Mangiava carne bollita col sale. Conoscevamo
Fosco Dinucci, cominciavamo a capire che la Resistenza era
anche nostra, che c’era tutto un progetto per eliminare
i valori di democrazia e libertà di cui essa era
stata portatrice, sfociando nella Costituzione. Si creavano
in quegli anni, con la complicità della sinistra
storica, i presupposti di quello che poi sarà il
“berlusconismo”. Il PCd’I (m-l) ed i suoi
quadri dirigenti erano tra i pochi a contrastare questo
fenomeno, destinato a diventare una valanga. E noi li ammiravamo,
ci riconoscevamo in molte delle loro analisi, anche se la
giovane età non ci consentiva di vedere con la stessa
profondità di chi aveva fatto l’esperienza
della Resistenza.
“Nuova Unità” si arricchiva di collaborazioni
importanti. Leggevamo spesso interviste e resoconti di interventi
di Ludovico Geymonat. Sui suoi testi scolastici di filosofia
ci eravamo formati. Alcuni intellettuali di prestigio si
avvicinavano al PCd’I (m-l). Avvertivano, in anticipo
rispetto alla massa, pericoli molto gravi. Ancora una volta
questo piccolo partito di quadri rappresentava un punto
di riferimento ineludibile. Geymonat insisteva sulla centralità
della formazione culturale non solo dei quadri, ma anche
dei militanti, dei simpatizzanti, del popolo diffuso della
sinistra. Ma la sua voce rimaneva inascoltata. Il Pci proseguiva
la sua deriva moderata, che l’avrebbe portato prima
su posizioni socialdemocratiche e poi liberali. La mancanza
di “anticorpi” culturali faceva sì che
le masse assumessero un ruolo passivo di fronte a questo
processo degenerativo. L’appello di Geymonat ad un
“dibattito critico sulla sinistra, senza mistificazioni”,
cadeva nel nulla. Le interpretazioni mistificatorie dell’esperienza
del comunismo realizzato e del leninismo facevano facilmente
breccia tra la gente di sinistra e, soprattutto, tra i giovani.
La cosiddetta “svolta della Bolognina”, che
portava alla nascita del Pds e poi dei Ds, incontrava poche
resistenze. Solo il PCd’I (m-l) insisteva sulla continuità
di pensiero tra Marx, Lenin e Gramsci, e sull’attualità
del leninismo. Geymonat, nell’ultima fase della sua
vita, contestava le interpretazioni idealiste del pensiero
gramsciano, rivalutava il Gramsci rivoluzionario, combattente,
il Gramsci che ha dato un’impronta nuova alla cultura
ed alla politica italiana, rompendo il dominio crociano.
Nel suo intervento al congresso del PCd’I (m-l) del
marzo 1990, il padre della filosofia della scienza italiana
ribadiva il ruolo determinante della “lotta ideologica”
e culturale e così riassumeva i meriti storici di
questo partito, che lo avevano spinto ad avvicinarsi sempre
più ad esso, seppur nell’ambito di una visione
critica: il PCd’I (m-l) è “l’unico
Partito comunista che (…) tiene alto in Italia lo
spirito di Lenin”, nel momento in cui “il comunismo
subisce una crisi, subisce attacchi violenti, attacchi schifosi
da parte di tanti”. Da lì a poco il PCd’I
(m-l) si sarebbe sciolto per confluire nel Partito della
Rifondazione Comunista e per raggiungere l’obiettivo
dell’unità di tutti i comunisti in un solo
partito.
Che cosa vi è di attuale nel patrimonio di idee che
il PCd’I (m-l) ci ha lasciato? L’anticomunismo
sfrenato, non contrastato dalla sinistra riformista, ha
prodotto come effetto mostruoso il berlusconismo, che ha
dato luogo ad una nuova “caccia alle streghe”,
che assume una coloritura religiosa di lotta contro il “male”,
contro il “demonio”, in un clima di irrazionalismo
e di invasatura, che coinvolge ampi strati della società.
L’accantonamento progressivo dei valori dell’antifascismo
militante, sempre da parte della sinistra cosiddetta “moderata”,
ha portato alla ripresa, a livello di piccola borghesia
reazionaria, del mito del “fascismo” come “baluardo”
contro il “pericolo comunista”, che minaccia
la proprietà e la ricchezza. L’antidoto al
fascismo, all’anticomunismo viscerale, non può
che venire da un Partito comunista di massa, ben strutturato
sul territorio, grazie ad una vasta rete di quadri e di
militanti ben preparati ideologicamente e culturalmente.
La realizzazione, insomma, del sogno che hanno coltivato
tutti coloro che fondarono e sostennero negli anni il PCd’I
(m-l).