Albert
Camus: L’uomo e l’assurdo
di Carmelo Ingegnere
“Tutto ciò
che esalta la vita ne accresce, al contempo, l’assurdità”.
Albert Camus nasce
nel 1913 in Algeria, da una famiglia piccolo borghese di
Mondovì. Conobbe ben presto l’asprezza dell’esistenza
con la prematura scomparsa del padre, morto nella battaglia
della Marna, durante la prima guerra mondiale, come lo ricorda
lo stesso Camus ne il primo uomo, opera edita postuma. Il
giovane Albert cresce con la madre e la nonna, che rappresenterà
una sorta di potestà familiare; va bene a scuola
e, nonostante la tubercolosi gli impedisca di giocare a
calcio e frequentare regolarmente le lezioni di Filosofia
ad Algeri, riesce ugualmente, anche grazie all’aiuto morale
del suo professore liceale Jean Grenier e a quello sostanziale
di una borsa di studio, a terminare brillantemente i propri
studi nel 1936. Subito dopo si impegna nel giornalismo,
nel teatro, si iscrive al Partito Comunista Algerino e,
a causa di divergenze con alcuni editori Algerini è
costretto a cercare impiego in Francia, dove vivrà
l’occupazione tedesca. Partecipa alla resistenza, conoscendo
dopo intellettuali di grande levatura come Sartre, a cui
verrà costantemente associato per i temi trattati
e per lo stile dei suoi romanzi. In seguito, però,
dopo la pubblicazione de l’uomo in rivolta(1951), i rapporti
dei due si incrineranno fino alla rottura definitiva. Camus,
infatti, aveva ormai elaborato una concezione propria dell’esistenzialismo
e dell’assurdo ad esso correlato che divergeva in più
punti con quello di Sartre. Dopo aver ricevuto il nobel
per la letteratura nel 1957, Che Camus dedicherà
al suo ex professore Grenier, si dedicherà ad un
opera rimasta incompiuta, il primo uomo, dove diverse tematiche
affrontate, diverse scelte politiche e stilistiche vengono
chiarite con un lavoro di riscoperta delle proprie umili
origini. Nel 1960, durante un viaggio di ritorno alla sua
casa di Parigi, un incidente stradale stroncherà
la sua intensa esistenza.
Il pensiero di Albert Camus, fin dai suoi primi scritti,
affronterà il tema cardine del senso dell’esistenza,
della verità, attraverso un’opera di confronto con
Nietzsche. La vita, nel suo manifestarsi, è un continuo
non senso, in cui gli istinti, le passioni, in realtà
non hanno alcun tipo di fondamento consustanziale. L’uomo
è, come Sisifo, costretto a portare con sé
un masso pesante, che racchiude metaforicamente diversi
concetti; infatti, l’uomo è, almeno idealmente, orientavo
verso l’infinito, verso compiti grandiosi che vengono costantemente
posti in scacco dalla sua finitezza e miseria. Come se non
bastasse, ogni tentativo di dare un senso ai suoi sforzi
sono mascherati da una ipocrita vanità che si riassume
in un gesto ripetitivo e senza senso come quello di Sisifo.
Non solo nei saggi però viene affrontata questa tematica;
infatti, anche nei suoi romanzi i temi costanti rimangono
i cardini della sua filosofia. Ne lo straniero, egli mette
in evidenza, attraverso il protagonista, l’estraneità
del personaggio, la sua alienazione e indifferenza verso
tutto ciò che avviene, dovesse anche coinvolgere
la sua persona. Questo viene portato alle sue estreme conseguenze
– il protagonista commette un omicidio e viene condannato
a morte – dove anche in punto di morte sente più
sua la rabbia di chi lo condanna – non solo moralmente –
che la magra consolazione del prete che vuole redimerlo.
Ma per Camus, nonostante la vita, l’esistenza in quanto
tale dimostra un susseguirsi di non senso, ha comunque una
possibilità di riscatto; questa è data dalla
difesa e valorizzazione della dignità umana, dalla
solidarietà che scaturisce proprio dalla presa di
coscienza dell’assurdo. Di fronte all’oppressione, alla
barbarie, l’uomo in quanto tale si oppone. Appare evidente
questa tematica in un’altra opera di Camus, La peste, in
cui una città algerina, Orano, colpita dalla peste,
è costretta a chiudersi al mondo e curarsi da sé.
Questa situazione così inattesa e insolita porta
gli uomini, anche per temperamento divisi, ad unirsi per
far fronte comune al Male della peste, nonostante questa,
come ricorda lo stesso autore, non passa mai del tutto e
può ripresentarsi in qualsiasi momento.
La lotta dell’uomo quindi diventa una lotta atta a ribadire
la dignità del proprio essere, al di là dello
scacco esistenziale a cui è sottoposto. La vittoria
sulla peste, così come su tanti altri mali, sono
vittorie temporanee, che non permettono una risoluzione
definitiva; nonostante ciò, l’uomo lotta.
Ciò viene ribadito in maniera ancora più chiara
in un altro celebre saggio, l’uomo in rivolta, dove l’autore
enfatizza il ruolo della rivolta opponendolo a volte a quello
della rivoluzione marxista e del terrorismo nichilista.
Infatti, per Camus l’uomo è in rivolta non solo contro
le ingiustizie sociali, l’emarginazione ed il razzismo,
ma anche verso la propria condizione che in ogni momento,
in ogni luogo, non fa che schiacciarlo e umiliarlo. Questa
condizione non può essere modificata con una semplice
riforma politica e nemmeno con una rivoluzione sociale;
questa è una condizione esistenziale a cui l’uomo
può rispondere solo con un atto creativo, artistico,
che riassume la sua volontà.
(pubblicato
il 5 Dicembre 2005)