BERTRAND
RUSSELL:
una filosofia per il nostro tempo?*
di Antonio Catalfamo
Bertrand Russell
è stato uno dei grandi intellettuali che hanno capito
la necessità di superare la barriera artificiale
che separa sapere umanistico e sapere scientifico. A diciotto
anni entra all’Università di Cambridge, dove studia
per tre anni matematica e dedica il quarto anno alla filosofia.
Diviene di lì a poco uno dei più autorevoli
studiosi di filosofia matematica. Insegna al Trinity College
di Cambridge dal 1910 al 1916. Il compito della filosofia
non è per lui quello di risolvere i “problemi dell’anima”,
bensì di affrontare i problemi concreti degli uomini.
Perciò è un convinto pacifista e si oppone
con tutte le sue forze alle prima guerra mondiale. In conseguenza
della sua battaglia per la pace sconta sei mesi di carcere.
Il suo impegno si estende sempre più, abbracciando
il campo dell’emancipazione della donna e dei diritti civili.
Per questo nel 1940 viene estromesso dall’insegnamento al
City College di New York come nemico della famiglia e della
morale. Nel 1944 torna alla sua cattedra universitaria di
Cambridge. Nel 1950 viene insignito del Premio Nobel per
la Letteratura. Nel 1955 firma con Einstein ed altri scienziati
il famoso manifesto contro il pericolo di guerra atomica.
Nel 1966 dà vita al “Tribunale Russell” contro i
crimini americani nel Vietnam. Muore quasi centenario nel
1970.
Credo che si possa dire di Bertrand Russell quello ch’egli
scrisse di Einstein ne “L’ABC della relatività” (1925):
“Tutti sanno che (…) ha fatto qualcosa di sorprendente,
ma pochi sanno che cosa abbia fatto esattamente”. A questa
ignoranza diffusa si accompagnano le falsificazioni consapevoli.
In un’epoca di “inquinamento linguistico”, come la nostra,
chi detiene il potere mass-mediatico può facilmente
cambiare le carte in tavola, dare un’idea sbagliata del
pensiero di un filosofo come Russell. Alcuni giornali di
destra hanno recentemente ristampato qualche sua opera,
confondendo il suo liberalismo con il liberismo imperante
e strumentalizzando il Nostro come un antesignano della
lotta contro il comunismo. Ma Russell è stato un
liberal-socialista, un anticapitalista, attento più
ai bisogni dei lavoratori che a quelli del padronato. In
un suo saggio, intitolato “Lacune del socialismo” e confluito
nel volume “Le idee politiche” (1917), egli, se, da un lato,
critica il “socialismo di Stato”, in quanto responsabile
di un accentramento che allontana i burocrati dai problemi
dei lavoratori, dall’altro lato, si fa fautore di un “socialismo
autogestito”, nel quale ogni settore economico è,
appunto, gestito direttamente da coloro che in esso operano
e che ben ne conoscono le caratteristiche e le problematiche.
Russell considera ancor più pericoloso del potere
dei burocrati di Stato quello dei capitalisti, che hanno
un interesse esattamente opposto a quello dei lavoratori.
In un altro saggio, intitolato “Democrazia e tecnica scientifica”,
confluito nel volume “L’impatto della scienza sulla società”
(1952), precisa i caratteri fondamentali di quello ch’egli
stesso definisce “socialismo democratico”. Egli denuncia
il pericolo che l’uomo divenga un “semplice ingranaggio”
del sistema. Per evitare ciò, è necessario
che “qualsiasi persona” possa influire “sul governo di qualunque
gruppo sociale del quale faccia parte”. Non basta assicurare
il diritto di voto ad ogni cittadino, dando vita ad un sistema
di delega permanente. E’ necessaria, secondo Russell, una
fitta rete di organismi di democrazia diretta, che, partendo
dal basso, dal posto di lavoro, salga fino ai livelli istituzionali
più alti. In ogni unità produttiva bisognerebbe
distinguere affari interni, la cui decisione sia affidata
a coloro che vi lavorano, e affari esterni, di competenza
di organismi istituzionali più ampi. Ogni unità
dovrebbe, dunque, far parte di una federazione più
ampia, fino ad arrivare ad un utopistico, quanto suggestivo,
“governo mondiale”. Quello di Bertrand Russell è,
comunque, un federalismo non egoistico, come quello realizzato
in Italia dalla destra, ma solidale, egualitario, fondato
sulla democrazia dal basso e dominato dal principio: “a
ciascuno secondo le sue necessità”. Il filosofo si
pone l’esigenza di introdurre stimoli al lavoro, incentivazioni,
per evitare il menefreghismo, il blocco della creatività
e della produttività del singolo. Tale incentivo
dev’essere rappresentato dalla “motivazione di un profitto
collettivo”. Egli fa l’esempio, tipicamente inglese, delle
miniere di carbone. Lo Stato dovrebbe decidere i prezzi
ai quali è disposto a pagare le varie qualità
di carbone. I metodi di estrazione dovrebbero essere lasciati
alle singole imprese. L’incentivo, in questo caso, sarebbe
rappresentato dal fatto che ogni progresso tecnico si tradurrebbe
in maggior carbone estratto, quindi più soldi per
il singolo lavoratore, o in minor lavoro per i minatori.
In conclusione, Bertrand Russell non ha nulla a che fare
con il liberismo, è portavoce di un socialismo dal
volto umano, altamente democratico, perché fondato
sulla partecipazione diretta del cittadino.
Si pensi, poi, alle grandi battaglie condotte dal Nostro
per la pace nel mondo, contro l’aggressione americana al
Vietnam, in occasione della quale fu istituito il famoso
tribunale, a lui intitolato, per processare i governanti
degli Stati Uniti per i crimini compiuti nel Sud-Est asiatico.
Questo pacifismo è in aperto contrasto con la politica
guerrafondaia portata avanti dal governo Berlusconi in Iraq,
in Afghanistan, negli altri Paesi interessati dal cosiddetto
“intervento umanitario” dell’Italia, della Nato, degli americani.
Nel 1955 Russell firmò, assieme ad Einstein, poco
prima che quest’ultimo morisse, e ad altri scienziati, il
famoso manifesto contro l’uso delle armi atomiche. Oggi
si potrebbe pensare che la fine del cosiddetto “equilibrio
del terrore” ha reso inattuale il pericolo di guerra atomica.
Non è così. Il numero degli Stati dotati di
arma atomica è destinato ad aumentare nei prossimi
anni, perché se le varie nazioni che posseggono risorge
energetiche o, comunque, risorse che fanno gola agli Stati
Uniti d’America, ormai privi di contrappeso, vorranno evitare
di esserne rapinate, dovranno necessariamente sviluppare
la loro tecnologia e produrre bombe atomiche, a scopi pur’anche
difensivi.
Bertrand Russell ha fortemente avversato la prima guerra
mondiale, in quanto essa, determinando la nascita di nazismo
e comunismo, ha creato le condizioni per lo scoppio della
seconda guerra mondiale, che, secondo il Nostro, invece,
fu necessaria, per mettere fine alla barbarie nazi-fascista.
Ma la posizione di Russell è diversa da quella di
storici “revisionisti” oggi di moda come Nolte, perché
egli evidenzia le responsabilità ch’ebbero le democrazie
occidentali nello scoppio del primo conflitto mondiale.
Non è, dunque, possibile parlare, come fa Nolte,
di una lunga “guerra civile europea”, iniziata con la Rivoluzione
d’Ottobre e proseguita con il secondo conflitto mondiale,
determinato dalla “reazione” nazista al comunismo. Ammesso
che si accetti, solo per scopi pratici, la terminologia
impropria di Nolte, tale “guerra civile europea” è
iniziata non con la Rivoluzione bolscevica, ma con la prima
guerra mondiale, della quale furono responsabili, secondo
Russell, le democrazie occidentali. Questa attribuzione
di responsabilità è molto importante, perché
certi storici, muovendo dall’equiparazione insostenibile
tra comunismo e nazismo, tacciono sul carattere guerrafondaio
delle democrazie borghesi. Una puntualizzazione su questo
aspetto è venuta dal recente libro di Luciano Canfora:
“La democrazia. Storia di un’ideologia”. Questo volume,
pubblicato in Italia da Laterza, è stato tradotto
in Francia, Spagna, Inghilterra. Era prevista un’edizione
tedesca, ma all’ultimo momento la casa editrice, venendo
meno agli impegni contrattuali, si è tirata indietro,
suscitando polemiche che hanno avuto ampia eco sulla nostra
stampa.
Si pensi, ancora, all’agnosticismo di Russell, alla sua
avversione per tutte le religioni, definite “false e dannose”,
alla quale pure si accompagna la massima tolleranza, alla
sua “filosofia del dubbio”, che investe la stessa matematica,
ch’egli in gioventù aveva considerato infallibile.
Questa sua visione è agli antipodi rispetto all’intolleranza
e all’integralismo religioso, predicati dal governo italiano
di destra, in piena sintonia con la chiesa cattolica, auspice
il presidente del Senato, Marcello Pera, autore di qualche
libretto assieme al papa, Benedetto XVI, e di tanti interventi
contro l’ “inquinamento della razza” da parte degli immigrati
e in difesa della cosiddetta “identità religiosa
e culturale” della nazione. Bertrand Russell può
essere considerato, inoltre, uno dei massimi rappresentanti
di quel “relativismo” tanto deprecato dal “papa-inquisitore”
in nome di verità dogmatiche ed assolute. Egli è
figlio di un’epoca segnata dalla scoperta della teoria della
relatività e della teoria dei quanti, che hanno rifondato
su basi probabilistiche la scienza. Ogni teoria scientifica
è portatrice di una verità relativa, poiché
essa può essere ampliata, trasformata o anche falsificata
sulla base di nuove sperimentazioni. Non vedo, dunque, come
si possa sfuggire al “relativismo” senza cadere nel dogmatismo.
Le concezioni relativiste, fra l’altro, caratterizzano l’epoca
moderna, che si apre con la Rivoluzione Francese del 1789
e con la “rivoluzione dei lumi”. Esse contestano che ci
sia un’autorità morale trascendentale che abbia il
diritto esclusivo di stabilire i criteri del bene e del
male. Nel periodo illuminista era questa la contestazione
che veniva mossa alla Chiesa come custode della legge di
Dio sulla terra. Dio, per gli illuministi, si identificava
con l’ordine della natura, con le stesse leggi meccaniche
dell’universo e con il dono della ragione agli uomini. Per
quanto riguarda, invece, i valori o i disvalori della vita
comune, la decisione appartiene di diritto, secondo costoro,
all’uomo stesso. Un’eco illuminista, per esempio, è
presente nella Costituzione americana, laddove riconosce
a ogni individuo il diritto alla felicità. Troviamo
in Kant la stessa affermazione dell’autonomia morale dell’uomo,
laddove egli parla di una “religione nei limiti della ragione”,
per dire, appunto, che i precetti morali che derivano dalla
tradizione religiosa sono validi in quanto criteri che appartengono
anche alla ragione umana. Negare questo “relativismo” significa
tornare indietro rispetto all’epoca moderna, ma anche rispetto
all’Umanesimo e al Rinascimento, che, se non negano Dio,
riconoscono che l’uomo deve affidarsi, come guida per le
proprie azioni, alla propria “intelligenza alacre”. Un concetto
simile lo troviamo addirittura nel Trecento, come fondamento
ideologico del “Decameron” di Boccaccio, che, come ha opportunamente
sottolineato il De Sanctis, anticipa l’Umanesimo e la sua
concezione laica dell’uomo. E allora negare il “relativismo”
significa piombare nelle tenebre del Medioevo, cioè
in un mondo di false certezze assolute, determinate dall’oscurantismo.
Nel Novecento il “relativismo” non si limita, come nei secoli
passati, a dichiarare l’autonomia morale dell’uomo o la
validità dei precetti religiosi in quanto si accordino
con la ragione, ma vede nel mondo, con spirito di comprensione
e di tolleranza, la pluralità delle culture e delle
religioni in cui differenti popoli trovano la loro identità
storica. Nasce così la famosa concezione “multiculturalista”
di cui oggi tanto si parla, magari con scarsa cognizione.
E’ stata ampiamente superata l’impostazione ottocentesca
secondo la quale la cultura occidentale è il punto
d’arrivo dell’umanità, un punto al quale per evoluzione
sarebbero dovute arrivare anche le altre culture. Ogni cultura
va considerata nella sua autonomia sociale e simbolica.
Ma v’è di più. Una cultura occidentale unitaria
non esiste, è un’astrazione di comodo. Nell’Europa
occidentale hanno convissuto – e convivono – una cultura
cristiana, una cultura liberale, una cultura socialista,
una cultura marxista. E ancora: nell’ambito della stessa
cultura cristiana esistono differenze tutt’altro che trascurabili,
che hanno condotto a forme istituzionali e pastorali molto
diverse. Nell’ambito della cultura cattolica, abbiamo concezioni
diverse: si va dall’integralismo papalino o, peggio ancora,
di Alleanza Cattolica, alla visione molto più aperta
e tollerante dei “cattolici di base”. Coloro che, come il
papa e la destra italiana, pretendono che nella Costituzione
Europea si faccia riferimento esclusivo alle “radici cristiane”
compiono un atto di superbia e di falsificazione storica
e culturale.
Bertrand Russell ha alle spalle tutto il patrimonio culturale
laico, scientifico ed antidogmatico, di cui abbiamo detto.
Egli stesso scrive nella sua “Storia della filosofia occidentale”
(1945): “I filosofi sono insieme effetti e cause: effetti
delle condizioni sociali, politiche e istituzionali del
loro tempo; cause (se sono fortunati) delle dottrine che
modellano la politica e le istituzioni delle età
successive. Nella maggior parte delle storie della filosofia,
ciascun filosofo risulta isolato; le sue opinioni sono esposte
senza nessun riferimento a ciò che le precede fuorché,
al massimo, alle opinioni di altri filosofi. Ho tentato,
al contrario, di mostrare ciascun filosofo, fin dove la
verità lo consente, come un risultato del suo melieu,
un uomo che riassume in sé i pensieri e i sentimenti
che in una forma vaga e diffusa sono comuni alla società
di cui fa parte”. Il filosofo è, dunque, punto d’arrivo
della cultura precedente e punto di partenza di quella successiva.
E’ profondamente influenzato dalla società in cui
vive. Siamo di fronte ad una concessione indiretta allo
storicismo marxista, che pure Russell dice di contestare.
Egli è il degno erede della visione scientifica del
mondo, che si è imposta in maniera indiscutibile
con Galileo e Darwin. E, appunto, “La visione scientifica
del mondo” (1931) è il titolo di uno dei suoi libri
più riusciti. La cultura del mondo classico, per
Russell, non può essere definita “scientifica”, perché
fondata sul metodo deduttivo. La svolta verso il metodo
induttivo si è avuta con Galilei. Già il metodo
galileiano esclude ogni predestinazione e, per ciò
stesso, fu avversato dalla chiesa. Dall’osservazione lo
scienziato ricava una legge scientifica, della quale poi
verifica la validità applicandola ad una vasta gamma
di fenomeni della stessa specie. La sperimentazione esclude
ogni visione metafisica: essa è l’elemento che conferisce
validità scientifica ad una teoria, che viene messa
continuamente in discussione. I cosiddetti “creazionisti”
hanno volutamente equivocato, sostenendo che il racconto
biblico e la teoria darwiniana dell’evoluzione sono entrambe
“ipotesi”, quindi hanno pari dignità e vanno entrambe
studiate a scuola, come avviene oggi in alcune parti degli
Stati Uniti. Siamo di fronte ad un sofisma, ad un giuoco
di parole. Sono diverse la natura ipotetica di una teoria
scientifica e la natura ipotetica di un racconto “mitico”.
Quest’ultimo è “ipotetico” nel senso che non può
essere assoggettato a sperimentazione: nessuna telecamera
ha inquadrato il mitico “creatore” mentre impastava la mota
e soffiava la vita. Il racconto biblico è frutto
della fantasia umana, che crea “miti”, non “teorie scientifiche”.
La teoria scientifica è “ipotetica” nel senso che,
attraverso la sperimentazione, può essere anche trasformata
e perfezionata. Come ha osservato il chimico tedesco Hofmann,
contemporaneo di Darwin, attraverso le “ipotesi” talvolta
lo scienziato collega momentaneamente dati isolati, colmando
poi le lacune con successive osservazioni ed indagini. Scrive
Hofmann: “L’ipotesi è uno dei più pregevoli
sussidi dell’indagine scientifica; ma nella maggior parte
dei casi essa non ha che un’utilità temporanea, poiché
deve essere estesa o ben anche deve essere abbandonata secondo
che, per i risultati della continua indagine, diventa troppo
angusta oppure cessa di essere la esatta interpretazione
dei fatti. D’altra parte se l’ipotesi abbraccia e spiega
serie estese di fenomeni e se con gli esperimenti continuati
vengono alla luce i risultati che l’ipotesi stessa aveva
già messo in vista, se inoltre per le scoperte fatte
si innalza più e più sulla scala della probabilità,
essa perde il suo carattere provvisorio per associarsi alla
fine col nome e col rango di una teoria (da theorèo
osservo) alle dottrine riconosciute della scienza”. La teoria
darwiniana dell’evoluzione, attraverso ripetuti esperimenti,
è stata perfezionata, ma i suoi capisaldi sono rimasti
validi. Due punti sono ancor oggi indiscutibili: le specie
umane, animali, vegetali, non sono state create come sono
attualmente, ma sono il risultato dell’evoluzione; tale
evoluzione avviene col metodo della selezione naturale.
Ne consegue, secondo Russell, che l’uomo non è stato
creato a sua immagine e somiglianza da Dio, ma è
il risultato dell’evoluzione. Il grande filosofo e matematico
contesta anche la tesi del “disegno intelligente”, oggi
portata avanti dai soliti “creazionisti”. Essi sostengono
che la complessità e la perfezione dell’universo
presuppone un “creatore intelligente”. Russell, d’accordo
con Primo Levi, obietta che un mondo in cui ci sono stati
Hitler e i campi di sterminio nazisti non è poi così
perfetto. Già Darwin osservò che anche l’occhio
umano è imperfetto.
Russell evidenzia i vantaggi, ma anche i pericoli dello
sviluppo scientifico e tecnologico. Gli stessi vantaggi
non sono stati estesi a tutti. La tecnologia poteva risolvere
il problema alimentare dei poveri del terzo e del quarto
mondo, così come delle masse diseredate del cosiddetto
“mondo civilizzato”. Ma così non è stato e
bisogna chiedersene il perché. Russell, che pure
sente il problema, non riesce ad entrare nei meccanismi
dello “scambio ineguale”, della politica imperialista, proprio
perché non è un marxista e, quindi, non considera
l’economia come il “fattore di ultima istanza”, cioè
come l’elemento che, in ultima analisi, spiega i problemi.
Quanto ai mali, la scienza del ventesimo secolo ha prodotto
la bomba atomica, la bomba ad indrogeno, ed altri sofisticati
strumenti di distruzione di massa. Ha messo in crisi gli
equilibri biologici dell’eco-sistema. Russell è stato
uno dei primi ad avvertire questo pericolo, è stato
un ecologista “ante litteram”. Ma egli si sofferma anche
su un altro aspetto, anch’esso molto attuale: il pericolo
del controllo dei comportamenti e quello ancor più
grave della manipolazione delle coscienze. Egli è
stato uno dei primi ad analizzare i meccanismi perversi
della pubblicità, nel già citato volume “La
visione scientifica del mondo”. Un esempio valga per tutti.
Se si affidasse la pubblicità di un sapone realmente
efficace ad un gruppo di scienziati e tale pubblicità
fosse veritiera, volta cioè a indicare al consumatore
solo le effettive caratteristiche del prodotto, nessuno
lo comprerebbe. Se, invece, osserva Russell, si affidasse
la pubblicità di un pessimo sapone a noti personaggi
dello spettacolo e tale pubblicità fosse superficiale,
accattivante ed ingannevole, volta a far credere che quello
è il miglior sapone in commercio, tutti lo comprerebbero.
Ma il Nostro è stato un precursore, presagendo che
anche la chiesa cattolica si sarebbe servita, prima o poi,
dei mezzi perversi della pubblicità. Ciò è
realmente avvenuto, in particolare a partire dal pontificato
di Giovanni Paolo II, che ha fatto un uso spregiudicato
dei mass-media. Russell ha previsto con lungimiranza la
pericolosità di questi sofisticati strumenti di persuasione
occulta e di vero e proprio abuso della credulità
popolare, una volta che fossero stati utilizzati dalla chiesa
cattolica, dotata di un potere enorme di suggestione e di
soggiogamento delle masse.
Credo di non poter condividere l’individualismo che domina
le concezioni gnoseologiche ed etiche di Russell. Ha ragione
Nicola Abbagnano: la filosofia della conoscenza del Nostro
è un innesto non troppo riuscito tra l’empirismo
di Hume e la metafisica di Leibniz. Dall’empirismo egli
ricava la convinzione che la conoscenza umana è fondata
sull’esperienza. Ma cade subito nel monadismo leibniziano
aggiungendo che tale esperienza è “immediata” e “privata”.
Esiste una molteplicità di “spiriti”, ognuno dei
quali ha un rapporto “personale” e “privato” con il mondo
sensibile, un dominio privato o “egocentrico” dei dati sensibili,
una sua “prospettiva”, un suo “mondo particolare”. Le “prospettive”
possibili sono infinite e la loro totalità costituisce
il “mondo sensibile”. Ma è facile obiettare che,
se a fondamento della conoscenza sta l’esperienza immediata
e personale e questa è diversa da individuo a individuo,
non è possibile uscire dal solipsismo, cioè
dall’affermazione che esisto solo io e che tutti gli altri
e tutte le cose sono solo mie idee o rappresentazioni. Il
Nostro cerca di superare questa obiezione sostenendo che
molte delle nostre conoscenze sono “quasi pubbliche”, in
quanto simili a quelle degli altri. Il mondo sensibile non
sarebbe allora altro che il risultato, il punto d’incontro
delle varie prospettive individuali. Fra l’altro, Russell
non fa differenza tra conoscenza comune e conoscenza scientifica:
anche quest’ultima sarebbe soggettiva, “privata”.
Il campo della gnoseologia è sicuramente quello nel
quale la rinascita del materialismo dialettico in Italia,
ad opera di Ludovico Geymonat e di alcuni suoi allievi,
ha dato i maggiori risultati. Secondo la scuola geymonattiana,
la realtà esiste oggettivamente, al di là
della rappresentazione che se ne danno i singoli individui.
Contrariamente a quanto sostiene Russell, essa non è
il risultato delle “prospettive convergenti” dei vari “spiriti”.
Se non esistesse una realtà oggettiva, nella quale
è la Terra a girare intorno al Sole - e non viceversa
- , noi non potremmo dire che aveva ragione Galileo e torto
Aristotele e Tolomeo. E’ come se esistessero vari livelli
di realtà. Un sistema conoscitivo è adeguato
a cogliere un livello, ma non quello successivo, che abbisogna
di un altro sistema conoscitivo e così via, in un
continuo approssimarsi alla realtà oggettiva, senza
coglierla mai appieno. La verità scientifica non
è, dunque, verità assoluta, bensì relativa,
è “processo dialettico asintotico”, per via del continuo
approssimarsi dell’uomo ad essa, senza raggiungerla definitivamente.
Possiamo, dunque, concludere che, a differenza di quanto
si può desumere dalla filosofia della conoscenza
di Russell, la realtà oggettiva esiste, è
il nostro sistema conoscitivo che è imperfetto.
Sul piano etico il Nostro formula la “teoria dei desideri”.
Anche l’etica di Russell è fondata su basi individualiste
e soggettiviste, in quanto egli identifica la morale con
i desideri di ciascuno. Perciò dire che qualcosa
è bene o un valore è positivo equivale a dire
“mi piace”; dire che qualcosa è cattivo significa
esprimere un atteggiamento ugualmente personale e soggettivo.
L’intervento razionale serve solo a rafforzare i desideri
che possono assicurare la felicità e l’equilibrio
della vita e a deprimere o distruggere quelli che confliggono
con questo fine. Ma questa posizione è chiaramente
contraddittoria: se l’etica ha a che fare esclusivamente
con desideri, manca qualsiasi criterio per preferire o far
prevalere uno di essi sugli altri. Russell, inoltre, dà
un peso preponderante alla sfera soggettiva rispetto ai
condizionamenti della realtà oggettiva. Scrive ne
“Il mio credo”, confluito nel volume “Perché non
sono cristiano”(1927): “La natura è soltanto una
parte di ciò che possiamo immaginare; ogni cosa,
reale o immaginaria, può essere valutata da noi,
e non esiste alcun modello esterno che ci indichi se la
nostra valutazione è giusta oppure errata. Noi siamo
gli assoluti e irrefutabili arbitri del valore, e nel mondo
dei valori la natura è soltanto oggetto. Pertanto
nel mondo dei valori noi siamo superiori alla natura”. Russell
costruisce un immaginario “mondo dei valori”, nel quale
il potere del singolo è assoluto, non tenendo conto
dei condizionamenti esterni della morale individuale. Di
questi condizionamenti decisivi, soprattutto economici,
tiene conto, invece, il marxismo. Per Marx l’etica è
condizionata dall’appartenenza di classe. La morale rivoluzionaria
del proletariato è fondata su valori come: uguaglianza
economica e giustizia sociale, liberazione dallo sfruttamento,
soddisfazione dei bisogni di ciascuno. Essi sono contrapposti
alle norme della morale borghese, fondata sul profitto ad
ogni costo, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sul
finto solidarismo sociale. L’etica marxista nasce, quindi,
come sistema storico di valori classisti che la strategia
politica rivoluzionaria ha il compito di realizzare. Questa
concezione classista è estranea a Russell, che, anzi,
accusa il comunismo di seminare l’odio di classe, dimenticando
che la divisione in classi della società e lo scontro
tra di esse sono esistiti sempre nella storia umana, non
sono un’invenzione di Marx, che ha avuto il merito di analizzare
scientificamente il fenomeno in funzione della trasformazione
rivoluzionaria.
Ma, allora, in che misura l’individualismo di Bertrand Russell
può contribuire a delineare una filosofia valida
per il nostro tempo? Innanzitutto, nella misura in cui spinge
ciascuno di noi a porsi di fronte alla propria coscienza,
a coltivare il dubbio, ad alimentare il tanto deprecato
“relativismo”; a non identificarsi “tout court” col “branco”;
ad assumere un atteggiamento critico nei confronti del patrimonio
culturale che pure ci appartiene, per nascita e per formazione,
sottoponendolo continuamente a verifica, confrontandolo
con quello degli altri popoli; a non contrapporre la nostra
cultura e la nostra identità a quelle degli altri,
ad avere coraggio di “contaminarle” con esse, senza assumere
un atteggiamento di superiorità. Insomma, a “pensare
in maniera impersonale”, cioè a regredire in noi
stessi per capirci a fondo ma anche per cambiarci e migliorarci
nel confronto vivificante con gli altri. Scrive Bertrand
Russell in “Una filosofia per il nostro tempo”(1956): “Quando
avremo acquistato l’abito di pensare in modo impersonale,
potremo osservare le credenze popolari della nostra nazione,
della nostra classe sociale e della nostra setta religiosa,
con lo stesso distacco con il quale osserviamo quelle degli
altri. Scopriremo allora che le credenze nelle quali la
gente persevera con la massima fermezza e con la più
forte passione sono molto spesso le meno dimostrate. Quando
un grande gruppo di uomini crede in A, e un altro grande
gruppo di uomini crede in B, v’è la tendenza in entrambi
questi gruppi a odiare l’altro perché crede in cose
così chiaramente assurde. La miglior cura di questa
tendenza consiste nell’abitudine di regolarsi secondo l’evidenza,
e di rinunciare alla certezza di quelle cose delle quali
non si ha una prova. Questo si applica non solo alle credenze
teologiche e politiche, ma anche ai costumi sociali. Lo
studio dell’antropologia rivela che esiste una sorprendente
varietà di costumanze sociali, e che le società
possono persistere con abitudini che si potrebbero considerare
contrarie alla natura umana. Questa specie di conoscenza
è molto utile come antidoto al dogmatismo, specialmente
nel nostro tempo, in cui dogmatismi rivali rappresentano
il maggior pericolo che minacci il genere umano”.
Credo che siano attuali le considerazioni che fa Russell
in merito alle religioni, in particolare nel volume “Perché
non sono cristiano”. Egli le definisce tutte “false e dannose”,
perché fondate su un presupposto comune: quello di
possedere la verità assoluta da imporre agli altri.
Così i dogmatismi si scontrano: da una parte si invoca,
come ai giorni nostri, la “guerra santa” contro gli infedeli
e, dall’altra, si invocano le “crociate”. E si arriva ben
presto allo “scontro tra civiltà” - sarebbe meglio
dire tra “inciviltà” - e al conflitto armato vero
e proprio. Le parole di Bertrand Russell sembrano scritte
proprio ora: “La convinzione che è importante credere
questo o quello senza ammettere libere indagini, è
comune a quasi tutte le religioni, e ispira tutti i sistemi
di educazione statale. Ne consegue che il pensiero dei giovani
viene soffocato e indirizzato a una fanatica ostilità
contro coloro che hanno altri fanatismi, e, anche più
violentemente, contro coloro che a qualsiasi fanatismo si
oppongono”.
Per quanto ci riguarda, il nostro compito è quello
di impedire che il marxismo diventi, come lo considerava
Russell, una “religione”, anch’essa fondata su dogmi e verità
assolute. Esso dev’essere un metodo per l’analisi critica
della società capitalistica in vista di una trasformazione
radicale. Un metodo aperto al confronto con altri metodi,
dal quale non può non uscire arricchito.
*
Intervento al convegno sul tema “Il razionalismo critico
di Bertrand Russell: una filosofia per il nostro tempo?”,
svoltosi, sabato 28 gennaio 2006, nell’aula magna del Liceo
classico “Luigi Valli” di Barcellona P.G. (Me), per iniziativa
del Circolo Arci “Città Futura” e del Centro Studi
“Nino Pino Balotta”.
(pubblicato
il 4 Febbraio 2006)