Mercificazione del tutto

di Francesco Lipari

E’ un argomento che può sembrare logoro e dal sapore polemico ma difficilmente si può confutare l’affermazione che dal secondo dopoguerra ad oggi s’assiste ad una totale mercificazione del tutto, ad una subordinazione al mercato persino di valori nobili che per loro natura non dovrebbero esserlo, come i sentimenti e la loro massima espressione: l’arte.
Nella comune voce di popolo che non esistono più valori c’è un nòcciolo di verità, vale a dire ch’è sempre meno comune la gratuità, il dare per il piacere di farlo.
L’amicizia e tutto ciò che di bello può nascere nel cuore di un essere umano diventa un baratto, un modo per ottenere dei vantaggi secondari. Do ut des, ti faccio un favore affinchè tu possa ricambiarmelo al momento opportuno.
Il problema va ricercato alla radice, al sistema perverso in cui tutti, compresi il sottoscritto, viviamo e a cui siamo sottoposti. Ci illude di star bene e di avere tutto. In realtà ci trascina nei malesseri tipici del nostro tempo, primo fra tutti la competizione sfrenata. Ci costringe ad essere sempre vigili, a guardarci da chi può farci le scarpe, ad essere iperattivi, con la conseguenza rubando il tempo da dedicare a noi stessi e alle persone a noi care. Abbiamo sempre meno tempo per riflettere. Ci convincono che l’ozio è il padre dei vizi, per cui, se stai sdraiato a guardare il cielo sei un perdigiorno. Non importa se stai cercando risposte alle domande che l’uomo si pone sulla propria natura sin dalla comparsa in questo pianeta.
Al contrario viene esaltata la frenesia e il caos e al diavolo il silenzio, perché il silenzio fa pensare e questo deve essere evitato. Ci vogliono macchine in azione per portare avanti il “carrozzone” (come lo definiva qualcuno). Il nostro scopo è consumare: se non posso consumare non valgo niente. E a furia di essere coinvolti nel processo usa e getta, abbiamo contagiato anche i sentimenti. Come analogamente la precarizzazione dell’economia riflette sugli aspetti personali: l’amore e l’amicizia non sono per sempre ma finchè non sopraggiunge un evento verrà a mutarne la sostanza.
Devi essere il migliore, superare gli altri, farti bello, vestire alla moda, pensare alla moda, non usci-re dal branco…
Il malessere che deriva da questo stato di cose, silenzioso, ci fa sentire insoddisfatti e, con la perversione che gli è insita, spinge a cercare la soddisfazione non in noi stessi e nelle gioie vere, immateriali, da dividere con gli altri, gratuitamente, ma nei beni materiali: la droga, l’alcool, il sesso sregolato, il consumismo: i fiori del male del nostro tempo.
L’arte, la massima espressione dei sentimenti, colei che ha il delicato compito di far vivere l’inesprimibile, non è esente da tale morbo. Ma se l’arte diventa oggetto di consumo viene svuotata del suo più genuino significato.
Qualcuno sostiene che un tempo non era così. Che lo si condivida o meno è anche vero che anche al giorno d’oggi esistono persone pulite, che credono nei valori e li mettono in pratica. Quello che per me nel nostro tempo è al culmine è la perversità del sistema, la mentalità che dall’alto ci inculcano indirettamente, quella del venderti tua madre pur di ottenere un obiettivo personale, l’individualismo che prevarica sul bene comune e sulla solidarietà. E, non da poco, la dimensione globale del fenomeno.
Anche se fosse vero che stavamo meglio quando stavamo peggio, la soluzione non sarebbe tornare indietro, ma conciliare modernità e valori. Ciò non è impossibile, tutto ha origine dall’uomo che è la matrice del mondo.

(pubblicato il 16 Settembre 2005)

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