La disciplina “Inutile”
di Carmelo Ingegnere

“Ebbene , dirai : la filosofia non serve a nulla ; ma proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile.” (1)

La filosofia, nel suo peregrinare storico, sembra oggi arrivata al capolinea; priva di un qualsiasi campo d’indagine, frantumata in piccole materie che tendono a diventare indipendenti staccandosi dal ceppo originario, ha perso quella pertinenza e capacità di analisi che la rendevano tra le discipline la regina. Nel senso comune viene intesa come una materia “oscura”, “cervellotica”, “difficile” o “incomprensibile”; ma l’aggettivo che accomuna il parere implicito ed esplicito del volgo con quello delle classi dirigenti è “INUTILE”.
Ai più, in sintesi, sfugge il significato della filosofia e del filosofare. Volendo dare una risposta perentoria ma non esaustiva dell’argomento, potremmo dire che la filosofia è andare oltre la superficie delle cose, fino alle ipostasi o sub stantia della realtà; a differenza di discipline che guardano la superficie degli eventi, la filosofia si spinge fino a indagarne la struttura profonda. Ma, come dicevo, questa risposta è veritiera ma parziale. L’indagine del reale è accompagnata dalla capacità dell’uomo di ragionare secondo logica, secondo un codice razionale comunemente condiviso che permette lo sviluppo di sistemi di pensiero sempre più complessi e stratiformi, che aderiscono specularmene al tipo di società in cui si vive. Dalla ricerca del Bene in Platone, si è passati, sempre in tempi antichi, agli Universali aristotelici. Nel Medio evo la filosofia si snatura e, invece di essere una materia libera da condizionamenti, diventa lo strumento della Fede, o se si preferisce, delle Fedi. Platone e Aristotele, così come i maestri antichi, vengono tutti reinterpretati ed integrati nel sottile sistema dottrinale ecclesiastico, tanto da far dire a Bernardo di Chartres “siamo come nani sulle spalle di giganti” (2).
Solo con la fine “dell’età di mezzo” e con le scoperte geografiche, astronomiche e scientifiche la filosofia diventa un sapere più libero, tanto da mostrare i prodromi di un sapere laico. Cartesio, Pascal, Spinoza, Bruno, Hume, Vico, Machiavelli e Hobbes rappresentano le pietre miliari della cultura moderna. Il sapere si divide in questo periodo in empiristi e razionalisti: gli uni basano la loro conoscenza sull’esperienza dei sensi; gli altri sulla incontrovertibilità della ragione umana deturpata dai sensi. Bisognerà aspettare Kant che, con il suo sistema filosofico, riuscirà a coniugare entrambe le tendenze.
Dopo Kant la filosofia diventa movimento dello spirito che troverà massima espressione in Hegel; dopo di lui la filosofia sembra davvero arrivata a conclusione. Il sistema Hegeliano è un sistema che racchiude dentro di sé tutti gli aspetti del reale, ma proiettandoli però nell’idea, in un sistema che è per sua natura astratto ed eccessivamente “religioso”. Ci penserà Marx a rovesciare il sistema hegeliano e a far si che i protagonisti siano persone in carne ed ossa, determinando il primato del “sociale”, del “civile” sull’astrazione umana operata da Hegel. A tal proposito, a Marx non interessa la mera speculazione del reale ma, come dice nella celebre XII tesi su Feuerbach “i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo , ma si tratta di trasformarlo” (3).
Dopo Marx la filosofia non ufficiale diventa filosofia pericolosa. Ma anche prima del filosofo di Treviri c’erano stati pensatori “pericolosi”: Mi riferisco a Bruno e, in maniera inferiore a Spinoza .
Marx è per la filosofia una sorta di spartiacque: da quel momento i filosofi si dividono genericamente in impegnati e non, in “organici” e “minimalisti”. Tutta la filosofia del ‘900 è, in buona parte, divisa a questa maniera .
Oggi la filosofia si divide in due scuole che ultimamente sono finite per convergere su più punti: da una parte troviamo una filosofia “consolatrice”, di matrice Europea, che si limita ad interpretare i testi antichi senza per questo produrre niente di nuovo, generando conseguentemente la corrente artistica del post moderno; uno stile fondato sulla fusione degli stili. Dall’altra parte c’è la filosofia analitica, che studia le particolarità del linguaggio astraendolo dal contesto; come se si potesse studiarlo senza tutto ciò che lo genera e forma. Entrambe le filosofie sono “accademiche”, “ufficiali”, e, soprattutto, sono delle filosofie che non danno fastidio a nessuno. Anzi, in molti casi, generano la “distruzione di qualsiasi pensiero critico”, creando conformismo culturale. Gli studenti di oggi sono come impiegati postali, che studiano la loro materia non per amore della conoscenza ma per senso burocratico del dovere, che diventa abitudine irriflessiva.
Forse, per capire la crisi della materia, bisognerebbe proprio passare dai soggetti che la compongono, cioè: il sistema, i professori universitari e gli studenti.
Il mercato economico internazionale (massima divinità dei nostri tempi che, parafrasando Nietzsche, dopo la morte di Dio si è a lui sostituito) considera il sapere umanistico uno spreco per le finanze pubbliche, spingendo i vari governi a consistenti tagli ed a privatizzare il campo del sapere, rendendolo beneficio di pochi fortunati “eletti”. Questo genera un sapere “alto”, contrapposto ad un sapere meno qualificato.
In questo contesto i professori universitari si sono adattati, salvando il salvabile. Alcuni hanno parlato di “morte della filosofia”, impotente di fronte alla realtà che la circonda. Ma ciò che viene da chiedersi è: perché allora si continua ad insegnare una materia morta? Non sarebbe più corretto, per onestà intellettuale, chiudere le proprie facoltà o comunque dimettersi?
In ultima analisi gli studenti. Come dicevo molti di loro non si distinguono dagli studenti di altre facoltà per conformismo e appiattimento culturale. Quasi inutile dire che la speranza di una ripresa filosofica dipende da loro, da noi, ma l’orizzonte non è dei migliori. Siamo lontani anni luce dal filosofo “critico”, “spina nel fianco” del proprio tempo, che mette tutto in discussione in nome di un pensiero libero, senza condizionamenti ed autocensure. Ma per far ciò, c’è bisogno di spiriti liberi.
“Vien detto spirito libero colui che pensa in modo diverso da come ci si aspetterebbe in base alle sue origini, al suo ambiente, al suo ceto sociale e al suo ufficio, o in base alle opinioni dominanti. Egli è l'eccezione, gli spiriti vincolati sono la regola; questi gli rimproverano che i suoi liberi principi derivano dalla smania di farsi notare, o addirittura che lasciano supporre azioni libere, azioni cioè incompatibili con la morale vincolata.
Talvolta si dice altresì che questi o quei liberi princìpi sian da ricondurre a stravaganza o a ipertensione della mente; ma così parla solo la cattiveria, che non crede essa stessa a quanto dice ma pure vuole, in tal modo, nuocere: poiché la testimonianza della maggiore bontà e acutezza d'intelletto dello spirito libero gli sta normalmente scritta in viso, così leggibile che gli spiriti vincolati la capiscono benissimo.(…)
Lo spirito libero assume come obiettivo della propria vita la "conoscenza". Disprezza perciò l'attivismo dell'uomo contemporaneo, dominato dal capriccio di passioni mutevoli e prigioniero di convinzioni dogmatiche; sono forse i vantaggi dei nostri tempi a portar con sé una diminuzione, e talora una sottovalutazione, della vita contemplativa. All'uomo attivo manca il tempo per pensare e la calma nel pensare; non si prendono più in considerazione quelle idee che esulano dalla norma: ci si limita a odiarle.
Nell'enorme acceleramento della vita, occhio e spirito si abituano a vedere e a giudicare a metà o in modo errato, e ognuno assomiglia a quei viaggiatori che fan la conoscenza di un paese o di un popolo dal treno" (4).

(1): Aristotele , Etica Nicomachea , libro X , Rizzoli Editore , Milano

(2): Michael Lemoine , Intorno a Chartres , jaka book

(3): F. Hengels , Ludwig Foerbach , Editori riuniti , Roma

(4): F. Nietzsche , “umano , troppo umano” , Adelphi , Milano

(pubblicato il 22 Settembre 2005)

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