Editor's
profile |
 |
|
Alessandro
Di Maio |
|
| Fiumi
morti |
| di
Alessandro Di Maio |
|
|
Per ridurre le emissioni di gas inquinanti dovuti alla
produzione di energia elettrica e per aggirare l’ostacolo
del sempre più salato prezzo dei combustibili fossili,
negli ultimi anni un numero crescente di paesi al mondo
ha costruito dighe per la produzione di energia idroelettrica.
Energia definita rinnovabile e pulita, quella idroelettrica
sta certamente migliorando l’impatto che l’industria
energetica ha nei confronti dell’atmosfera, ma nasconde
effetti collaterali per molto tempo poco pubblicizzati.
Essa viene ricavata dal corso di fiumi e laghi grazie alla
creazione di dighe o di condotte forzate. L'acqua di un
lago o di un bacino artificiale viene convogliata, attraverso
condutture forzate, a valle acquistando così energia
potenziale che, una volta arrivata a valle, verrà
trasformata, grazie alle turbine, in cinetica e, a sua volta,
attraverso la dinamo ad esse collegata, grazie al fenomeno
dell'induzione elettromagnetica, in energia elettrica.
Le megadighe recentemente costruite dalla Cina lungo vari
fiumi della regione meridionale dello Yunnan, costituiscono
un valido esempio degli effetti collaterali che tali costruzioni
possono causare alla natura e, indirettamente, al modo di
vivere di milioni di persone e alla geopolitica mondiale.
Le dighe eviteranno le disastrose piene che si verificano
da millenni e che, negli ultimi 100 anni, hanno provocato
più di un milione di vittime, favoriranno gli scambi
commerciali e gli spostamenti per la navigabilità
dei fiumi interessati e daranno l’elettricità
a milioni di cinesi al momento esclusi dal boom economico
delle città costiere, ma, nonostante ciò,
sfratteranno (e lo stanno già facendo) milioni di
persone che dovranno ricominciare una nuova vita con un
irrisorio indennizzo statale, distruggeranno villaggi e
seppelliranno le terre più fertili della Cina e circa
1500 siti archeologici risalenti a 4.000 anni fa. Ma non
solo.
Il collaudo delle dighe ha già ridotto la quantità
d’acqua dei fiumi ad esse successive e quindi reso
difficile la risalita da parte dei pesci e diminuito l’acqua
disponibile ai contadini per la coltivazione delle terre.
I danni non saranno arrecati ai soli territori cinesi, ma
seguiranno il percorso dei fiumi indeboliti dalle dighe,
creando problemi al Vietnam, al Laos e alla Thailandia,
attraversati tutti dal grande Mekong alimentato da affluenti
oramai devitalizzati.
Gli ambientalisti locali denunciano l’aspetto ambientale
affermando che <<l’acqua nella regione del
delta del Mekong comincerà a ritirarsi, le foreste
di mangrovie a seccarsi, i pesci a scomparire>>,
ma nessuno sembra preoccuparsi dell’aspetto geopolitico
della situazione.
Gli effetti di una diga varcano i confini nazionali per
gravare anche sui paesi vicini: se la quantità d’acqua
di un fiume dipende dal gestore di una diga a monte, che
autonomia avrebbero i vietnamiti nell’eventuale propria
produzione di energia elettrica con una diga sul Mekong?
E come la prenderebbero gli indiani se il governo Pakistano
decidesse di costruire una diga sul sacro Indo?
Visto l’esponenziale aumento del numero di dighe e
megadighe (soprattutto tra i paesi sottosviluppati), ad
opinione di un ristretto numero di addetti ai lavori, sarebbe
meglio che la comunità internazionale s’impegnasse
a statuire un regolamento internazionale sulla costruzione
delle dighe.
|
| (pubblicato
il 22 Ottobre 2006) |
|