Globalizzazione e Modernità
Tratto dalla tesi di dottorato “Riflessi di Modernità. Nichilismo e globalizzazione”
di Domenico Mostaccio

Parte III: Il pianeta dei naufraghi


L’ignoranza e la malvagità non sono cecità o furore; all’opposto, esse appaiono le necessarie ‘virtù’ di chi vuol governare soltanto per il proprio profitto e la propria ‘libertà’.

M. Cacciari, Geo-filosofia dell’Europa.

La globalizzazione, considerata nell’ottica della nostra ipotesi interpretativa come il “compimento” della Modernità, estrema propaggine del moderno in cui continuano a riflettersi, dominando, le nichilistiche istanze tecno-economiche del razionalismo occidentale, oltrepassa incessantemente i confini stabili della forma-Stato, forma politica per eccellenza della Modernità, oggi in disperata agonia, ponendosi costantemente al di sopra dell’ormai obsoleta distinzione, conosciuta per secoli, tra interno ed esterno e manifestandosi — secondo quanto suggerisce Galli — come

«una spazialità paradossale, che fa sì che in ogni punto — al di là della distinzione moderna fra interno ed esterno, fra pace protetta dallo Stato e mondo tempestoso delle relazioni internazionali — sia possibile che si manifestino immediatamente le logiche del Tutto (è appunto questo il ‘glocalismo’)» . (1)

Il concretizzarsi delle logiche che governano la totalità dell’esistente non si traduce affatto in un interscambio reciproco tra le parti in causa, ma si instaura sempre attraverso l’unidirezionale imposizione su scala planetaria delle istanze di quel razionalismo occidentale (2), strumentale ed utilitaristico, che in-forma ormai di sé la totalità dell’ente.
Nel difficile tentativo di de-finire un fenomeno tanto refrattario all’imposizione di ogni confine, inclusi quelli logico-interpretativi, come la globalizzazione, perseguendo una logica a spirale che ci dia la possibilità di ritornare-aggirandolo sul nucleo essenziale del fenomeno in questione, con l’aggiunta di volta in volta di qualche tassello ad arricchirne il contenuto, si può allora assumere in questo nostro orizzonte interpretativo la definizione che Derrida rinviene per tratteggiare i connotati della globalizzazione:

«È un simulacro, un artificio o un’arma retorica che dissimula un crescente disequilibrio, una nuova opacità, una non-comunicazione querula e ipermediatizzata, un’accumulazione massiccia di ricchezze, di mezzi di produzione, di tele-tecnologie e di armamenti sofisticati, l’appropriazione di tutti questi poteri da parte di un numero limitato di Stati e di corporazioni internazionali» . (3)

La realizzazione di quel progetto altamente seduttivo, il-limitata chimera mediatica, fondata su una fallace assiomatica edonistica, che promette benessere e felicità al mondo intero, laddove la globalizzazione potrà esplicarsi completamente secondo i dettami che la governano, è ben lungi da venire.
Il crollo dei confini, che definivano la spazialità della Modernità, sotto i colpi incessanti delle istanze tecno-economiche sovranazionali, difatti, si è tradotto in un costante incentivo alla proliferazione di nuovi invisibili confini, ben più escludenti dei confini storici:

«I confini […] sono tutt’altro che posti linearmente fuori gioco dai processi di globalizzazione; solo che essi si fanno strutturalmente instabili, si scompongono e si ricompongono all’interno degli stessi spazi politicamente omogenei» . (4)

Con la globalizzazione sono diventati soltanto più instabili i confini — sarebbe più corretto dire le barriere — precedentemente alquanto rigidi, tipici della spazialità degli Stati-nazione: se è vero che le merci ed i capitali sono rispettivamente e contemporaneamente ‘espatriabili’ ed ultranazionali, non si può di certo negare che si è sviluppata una moltitudine di barriere non più connotate da rigide forme di differenziazione politica, bensì da nuove istanze sociali, che si traducono spesso in forzata esclusione (5). Si ergono, così, nuove forme di ‘confinamento’, altamente esclusive ed escludenti, che mirano alla salvaguardia degli spazi dell’opulenza ed al controllo ‘economicistico’ dei flussi degli sconfitti della globalizzazione, i quali vengono ‘confinati’ oltre gli spazi della “fortezza” istituita, in quell’indistinto oceano di derelizione crescente, contraltare all’agire utilitaristico dell’Occidente ricco ed industrializzato (6). Paradosso della globalizzazione, perfettamente individuato da Kapuscinski:

«La parte sviluppata del mondo si circonda di una cintura protettiva di disimpegno, erige un muro di Berlino globale; le informazioni che provengono ‘da fuori’ sono rappresentazioni di guerra, delitti, droghe, saccheggi, malattie contagiose, rifugiati e fame; ossia di qualcosa che minaccia» . (7)

Tutto quanto si trova al di là degli spazi dell’opulenza e quanto all’interno di questi spazi non è assimilabile alla logica preponderante (8) e, dunque, del tutto ‘marginalizzato’, viene identificato come l’espressione più evidente di una derelizione che, nell’assumere le forme più disparate, viene spesso considerata come connaturata ai popoli non governati da quell’unica ragione riconosciuta, chiaramente quella occidentale, piuttosto che come il risultato di una dissennata logica utilitaristica, coessenziale al razionalismo occidentale, perpetrata da secoli, senza cedimento alcuno.
La globalizzazione, in quanto portato estremo del nichilismo, espressione di una completa perdita di radicamento, di quella che Schmitt definiva Entortung, delocalizzazione totalmente dispiegata, si struttura su una ormai del tutto ‘sradicata’ differenziazione spaziale, che non definisce più i vari spazi sulla base di una distinzione tra differenti soggetti politici, bensì alla luce di altre e ben più escludenti categorie, tutte sussumibili sotto l’endiade poco nobile di ricchezza e povertà.
La logica altamente utilitaristica che governa ormai indiscriminatamente il mondo, con il prevalere delle istanze legate alla quantità, al cospetto di una sempre più svalutata qualità, si traduce, nelle zone ricche del mondo, considerate per esteso alla stregua della “metropoli” simmeliana ed in consonanza con lo stesso Simmel, in intellettualismo, sinonimo di razionalità calcolante:


«Tutte le relazioni affettive tra le persone si basano sulla loro individualità, mentre quelle intellettuali operano con gli uomini come se fossero dei numeri, come se fossero elementi di per sé indifferenti, che interessano solo per il loro rendimento oggettivamente calcolabile». (9)

Sembra alquanto paradossale, ma in fondo lo è solo apparentemente, che nell’epoca del più assoluto individualismo (10), disgregativo di ogni idea del ‘comune’ (11), il suo contraltare logico-esistenziale sia la più assoluta uniformità, che sottende alla sostituibilità: l’individuum, quel singolo irriducibile ad ogni altrettanto irriducibile singolarità, nell’ottica della Megamacchina tecno-scientifica ed economica viene considerato alla stregua di un ingranaggio funzionale, con l’alquanto alta probabilità di essere tradotto in uno scarto laddove ostacolerebbe il buon funzionamento dell’apparato in questione.
L’utilitarismo-intellettualismo, nella sua traduzione nell’agire politico atto a definire lo spazio del ‘pubblico’ nelle zone ricche del mondo, tradisce, come nota acutamente Bauman, l’assunto principe intorno a cui i fautori della globalizzazione hanno istituito il panegirico della stessa, vale a dire la libertà di movimento: «Si deve negare agli altri lo stesso diritto alla libertà di movimento di cui si fa il panegirico definendolo il massimo risultato della globalizzazione mondiale e il segno della sua prospettiva crescente» (12). Si riconosce, allora, la libertà di movimento alle merci ed ai capitali, libertà connaturata alle leggi del liberismo-capitalismo, negandola invece agli uomini, in nome della salvaguardia dell’alto tenore di vita degli abitanti o, più precisamente, di una parte degli abitanti di quella “fortezza” coincidente con gli spazi dell’opulenza, unica vera beneficiaria della cosiddetta globalizzazione, strutturata sui pilastri dello sfruttamento e dell’ineguaglianza:

«Nell’epoca della cosiddetta globalizzazione, nell’epoca in cui alcuni hanno interesse a parlarne e a celebrarne i benefici, l’eterogeneità delle società umane, le ineguaglianze sociali ed economiche non sono mai state tanto gravi e spettacolari […], non vi è mai stata nella storia dell’umanità, in cifre assolute, tanta ineguaglianza, malnutrizione, disastri ecologici, epidemie senza rimedio […], non ci sono mai state tante persone schiacciate, da condizioni impossibili di lavoro o, inversamente, private di un lavoro al quale aspirano. Solamente alcuni paesi, e in questi paesi solamente alcune classi, beneficiano pienamente dei processi di globalizzazione» . (13)

Stante così le cose, anche l’approdo ultimo della Modernità, la globalizzazione, in-formata da nichilistici connotati, ostacola il necessario rispetto dell’alterità e l’irrinunciabile salvaguardia delle differenze, strutture portanti per un civile coesistere. È Latouche a cogliere il naufragio di una società in cui la Modernità si rivela nel suo volto più tremendo e degenerativo:

«La modernità integra tutta l’umanità nel suo processo di uniformazione planetaria. Lo sradicamento colpisce ognuno e l’imposizione del modello “culturale” dei desideri e dei bisogni dell’Occidente colpisce tutti quanti; ma dopo aver invitato per amore o per forza l’insieme degli umani a partecipare ai giochi olimpici della vita sociale, la macchina abbandona i perdenti alla loro sorte» (14) ,

abbandona «quei miliardi di esseri umani al tempo stesso convitati al grande banchetto dell’umanità fraterna immaginato dal sogno occidentale e condannati a restare alla porta e a divorare i resti e le briciole, dicendo educatamente grazie» (15).
L’apertura incondizionata di spazi, implicita alla definizione ‘impossibile’ della globalizzazione, viene nella sostanza sostituita da rigide forme di chiusura, dettate da ben precisi calcoli economico-politici, mossi dall’idea che la globalizzazione debba essere, per i paesi ricchi ed industrializzati, l’opportunità per un’ulteriore crescita in termini economici e per un progressivo miglioramento delle condizioni di vita, non di certo una catena costituita da anelli che si chiamano povertà, disuguaglianza, distruzione, etc. Ecco allora che per la difesa della “cittadella” dell’opulenza, che peraltro non viene equamente ‘partecipata’, si ricorre, come fa notare Zolo, costantemente alla guerra, non più estrema ratio dei rapporti tra Stati, ma condizione normale in un mondo retto da ogni sorta di sperequazione: «Mai come oggi le élites politico-militari occidentali sono apparse consapevoli che per garantire la sicurezza e il benessere dei paesi industrializzati è necessario esercitare una crescente pressione militare sul mondo intero» (16).
Si è di fronte alla logica conseguenza di una illogica modalità esistenziale che, in nome del profitto e di una mai rinnegata, nei fatti, volontà di potenza, predilige le strutture connotative dell’avere a quelle dell’essere, secondo la celebre ipotesi interpretativa prospettataci da E. Fromm (17):

«Che la modalità dell’avere, e la cupidigia che ne è il risultato, necessariamente portino all’antagonismo e allo scontro, è valido per gli individui ma anche per le nazioni. Infatti, finchè queste sono composte di gente la cui motivazione principale è l’avere e la cupidigia, non possono fare a meno di scendere in guerra; per forza di cose esse aspirano a ciò che altre nazioni hanno, e tentano di ottenere ciò che desiderano per mezzo della guerra, di pressioni economiche o di minacce» (18) .

Laddove nella globalizzazione, fondata «su una complessa rete di interconnessioni che uniscono gli Stati e le società, in modo tale che gli eventi, le decisioni e le attività che hanno luogo in un punto del globo sortiscono effetti su individui e collettività anche lontanissimi» (19), la modalità esistenziale dell’avere si traduce, parossisticamente, in pratica, in senso lato, politica, anche la guerra, ad essa coessenziale, si adegua alla logica globale, oltrepassando i confini logico-interpretativi della guerre en forme, guerra limitata e “razionalizzata”, divenendo così — non avrebbe difatti potuto succedere diversamente — “guerra globale”, nell’accezione rinvenuta da C. Galli (20) . Se nello spazio della Modernità, nella sezione coincidente con il blocco continentale europeo, la “guerra in forma” dello jus publicum Europaeum mirava sempre alla costituzione di un nuovo ordine, Araba fenice generato dal fuoco della distruzione, da sancire necessariamente con una pace de-finitiva, oggi, come sostiene Negri, «l’ordine non nasce dalla fine della guerra, ma attraverso una promozione continua di guerra. È attraverso questa azione permanente di guerra che si propongono e si applicano le funzioni di disciplina e di controllo» (21) . In questo orizzonte in cui la guerra, per una sua aberrante logica, non produce ordine alcuno, ma, nel nome di un ordine sempre da rincorrere, reclama continuamente altra guerra, in modo del tutto similare, nel suo reiterato riprodursi, all’apparato tecno-scientifico ed economico, che prevede la guerra come suo costitutivo ed irrinunciabile atto, il nemico, vero o inventato che sia, deve essere necessariamente in agguato, sempre pronto a mettere in forse le strutture portanti della nostra “civiltà”, scrigno unico dell’universale Ragione:

«Il nemico, infatti, va qui continuamente costruito, inventato, paradossalmente non può essere vinto o, se è stato vinto, bisogna che subito ce ne sia un altro, il nemico è il pericolo pubblico, è il sintomo di un disordine da ordinare» (22) .

Trarre le logiche conseguenze dall’ipotesi teorica ed interpretativa fin qui illustrata significa rinvenire nella guerra non più semplicemente la clausewitziana “continuazione della politica”, bensì il fondamento stesso della politica, che per Negri non coincide più con “l’arte del possibile” di bismarckiana memoria, essendo difatti ormai divenuta “biopolitica”: la guerra

«non è solo fondamento della politica ma è fondamento del biopolitico, dell’ordine vitale, e lo è in quanto inserita nel tempo e nello spazio, cioè inscritta in un’azione infinita e in uno spazio che è possibilità formativa di reti. Se la pace non si distingue più dalla guerra, guerra e pace si confondono dentro una matrice unica che è biopolitica» . (23)

L’elemento politico originario, è allora la vita, nell’accezione fornitaci da G. Agamben, di “nuda vita” o “vita sacra”, nel senso di uccidibile, esposta originariamente alla morte: «Il fondamento primo del potere politico è una vita assolutamente uccidibile, che si politicizza attraverso la sua stessa uccidibilità» (24) . Non può esistere sovranità senza la “sacralità” della vita che, in quanto nuda e sacra, è ‘essenzialmente’ esposta e votata alla morte, esplicandosi la sovranità come “vitae necisque potestas”: «Nella biopolitica moderna, sovrano è colui che decide sul valore o disvalore della vita in quanto tale» (25) .
La biopolitica viene qui espressamente considerata come la forma per eccellenza della sovranità in genere, di quella moderna nel caso specifico, in quanto pone al centro del suo particolare modo di essere politica la “nuda vita”: nell’orizzonte del potere biopoliticamente connotato, dunque del biopotere, è la vita “uccidibile” dell’uomo, unico essere vivente capace di esistenza politica, ad essere messa radicalmente in questione. La politicizzazione della “nuda vita”, secondo i parametri direttivi del biopolitico, trova il suo paradigma estremo nel “campo”, in particolare nei campi di concentramento d’ogni tipo e sorta. La caratteristica fondamentale del campo di concentramento — nel caso specifico di quelli della Germania nazista —, ciò che lo differenzia irrimediabilmente da qualsiasi altra costruzione umana, per quanto aberrante possa essere, non va rinvenuta nella perdita di “dignità della vita”, costantemente presente in molte altre situazioni esistenziali, bensì nella perdita di “dignità della morte” (26) , inestricabilmente connessa a quanto un medico delle SS, F. Entress, chiamava “fabbricazione di cadaveri”, ove la morte riproponeva reiteratamente se stessa alla stregua di una produzione in serie da catena di montaggio. Scrive Agamben:

«L’espressione “fabbricazione di cadaveri” implica che qui non si possa più propriamente parlare di morte, che quella dei campi non fosse morte, ma qualcosa di infinitamente più oltraggioso della morte. Ad Auschwitz non si moriva, venivano prodotti cadaveri. Cadaveri senza morte, non-uomini il cui decesso è svilito a produzione in serie» (27) .

Lo Sterminio, considerato similmente ad una qualunque pianificazione di matrice tecno-industriale, si rivela come una fra le innumerevoli manifestazioni di quel pensiero calcolante che mira al dominio ed al calcolo del reale attraverso la “riduzione” della totalità dell’ente all’omologo quantificabile; esattamente questo è quel che Heidegger ha voluto significare, suscitando le ire e l’indignazione di molti interpreti, laddove, con profondità teoretica non comune, ha sostenuto:

«L’agricoltura è oggi industria alimentare meccanizzata, che nella sua essenza è lo Stesso (das Selbe) della fabbricazione di cadaveri nelle camere a gas e nei campi di sterminio, lo Stesso del blocco e dell’affamamento di intere nazioni, lo Stesso della fabbricazione di bombe all’idrogeno» (28) .

Lungi da noi il tentativo di voler paragonare quanto verificatosi nei campi della Germania hitleriana o in altri campi sorti in giro per il mondo anche nei decenni successivi al crollo del Nazismo, fedeli alla logica che ogni evento è pur sempre unico e irripetibile nella sua assoluta singolarità, tuttavia, nel trarre le conclusioni per quanto fin qui esposto, non ci si può esimere dall’evidenziare che la caratteristica fondamentale del “campo”, vale a dire la perdita di “dignità della morte”, la si è continuamente riscontrata nel mondo del cosiddetto dopo-Auschwitz.
Nell’orizzonte della globalizzazione, che dal punto di vista tecnico ed economico risulta ormai completamente dispiegata, ciò che colpisce, difatti, non è soltanto la perdita di dignità della vita, fin troppo eloquente nelle sue innumerevoli manifestazioni per essere qui tratteggiata nei particolari, bensì la planetarizzazione di quella logica “seriale” che presiede al venir meno della dignità della morte, di quella estrema “possibilità dell’impossibile”. L’onnicomprensivo pensiero calcolante, nel suo esplicarsi, fa dello sterminio una condizione normale: i cadaveri non si “producono” più in quelle terrifiche stanze della Storia che furono i campi di stermino, né nel nome di un’idea tanto aberrante come quella legata alla presunta superiorità della razza ariana; i cadaveri, oggi, si “decidono” nelle invisibili e recondite stanze del potere, ove ci si affida ciecamente alla bussola del profitto. La morte, così indotta, approdo degenerativo del razionalismo occidentale, si materializza costantemente in ogni angolo del globo, colpendo indiscriminatamente in ogni dove chi di certo non è una vittima occasionale del “valore” dominante, bensì lo “scarto” (29) strutturale di quel “sistema” che nel suo autoperpetuarsi necessariamente lo produce. Milioni di vite, che nella morte avrebbero forse l’estrema speranza di una vita in-degna di essere vissuta, sono impossibilitate ad esperire l’impossibile della morte, estremo limite connaturato all’umana finitezza, per la ‘innaturalità’ di una morte ‘sistematicamente’ indotta da quegli invisibili ingranaggi dell’“apparato”, invisibili di certo, ma ben riconoscibili nelle indelebili tracce di quei cadaveri “prodotti” ancora in serie dall’autoproclamatasi “civiltà” per antonomasia. Non possiamo allora non convenire con Caterina Resta laddove, rivelando lo status di “campo” del nostro mondo, così si esprime:

«Quel che lo Sterminio ha per un attimo rivelato, continua ancora adesso, ad ogni istante, la sua inappariscente opera di morte e distruzione, mediante forme per noi certo apparentemente più ‘innocenti’, se non addirittura irriconoscibili nel loro carattere violento e pervasivo, consegnando la Terra e i suoi abitanti alla sfrenata furia devastante di un pensiero che tutto vuol calcolare, pianificare, manipolare, asservire, dominare, rendendolo indifferentemente uguale e uniforme. Nel compiersi della Modernità, nel crescente avanzare del deserto, lo Sterminio è divenuto ormai “condizione normale” e destino planetario, al quale niente e nessuno può sottrarsi» (30).

Niente può allora sottrarsi alla logica devastante di quel pensiero calcolante che, mirando al dominio della totalità dell’ente, riduce il mondo intero a “fondo” [Bestand] (31) a sua completa disposizione in vista dell’impiegabilità: non riconoscendo più alla natura altro status oltre quello di “fondo”, come ha osservato anche Latouche, «riducendo le risorse naturali a una materia prima da sfruttare, la modernità ha eliminato il rapporto di reciprocità tra l’uomo e la natura» (32) . Si è spezzato quel legame originario tra l’uomo e la natura, tra il tutto e le parti, legame che il filosofo norvegese Arne Naess ha considerato il fulcro di ogni teoria centrata sull’“ecologia profonda”, in quanto espressione di un “pensiero sistemico” (33). Riprendendo una definizione di F. Capra:

«L’ecologia profonda non separa gli esseri umani — né ogni altra cosa — dall’ambiente naturale. Essa non vede il mondo come una serie di oggetti separati, ma come una rete di fenomeni che sono fondamentalmente interconnessi e interdipendenti. L’ecologia profonda riconosce il valore intrinseco di tutti gli esseri viventi e considera gli esseri umani semplicemente come un filo particolare nella trama della vita» (34) .

Recuperare il senso perduto di un “olismo” radicale, che considera l’uomo una parte, per quanto estremamente particolare, del Tutto, riconvertendo il suo stare al mondo ad un rapporto di reciprocità, scevro dalle supponenti istanze implicite all’esercizio unidirezionale del potere, è la conditio sine qua non per intraprendere quel cammino, per nulla scontato nel suo approdo, che possa condurci oltre il vicolo cieco della globalizzazione, che del mondo continua ad ignorare, sotto ogni versante, la finitezza (35) .

Note:

(1) C. Galli, L’Europa come spazio politico, in AA.VV., Europa politica, cit., p. 51. Per una lettura della globalizzazione come portato della logica planetaria del capitale, cfr. M. Hardt-A. Negri, Impero, cit., p. 180: «Il mercato capitalistico è una macchina che ha sempre funzionato contro qualsivoglia divisione tra un dentro e un fuori. È allergico alle barriere e alle esclusioni e si sforza sempre di includere ogni cosa nella propria sfera di dominio. Il profitto è generato solo dal contatto, dal coinvolgimento, dall’interscambio e dal commercio. Il mercato mondiale è il capolinea di questa tendenza. Nella sua forma ideale, il mercato mondiale non conosce nessun fuori: il suo dominio è il mondo intero».
(2) Sulla logica “esclusiva” della “grande società” improntata ai principi del “razionalismo”, cfr. S. Latouche, Il pianeta dei naufraghi, cit., p. 35: «La grande società è esclusiva perché si fonda su valori con pretese universali. È inconcepibile vivere al di fuori di essa dal momento che esiste, a meno di non essere costretti. Essa è razionale ed essa sola lo è. Due organizzazioni non possono essere al tempo stesso diverse e razionali, perché la ragione è una sola»
(3) G. Borradori, Autoimmunità, suicidi reali e simbolici. Un dialogo con Jacques Derrida, tr. it. di G. Bianco, in Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 132.
(4) A. Dal Lago-S. Mezzadra, I confini impensati dell’Europa, in AA.VV., Europa politica, cit., p. 150.
(5) Cfr. ivi, p. 146: «La pluralità e la differenziazione dei confini esterni si sono così riflesse in una moltiplicazione dei confini interni. Il mito dell’insicurezza o, se vogliamo, l’obiettivo di una “sicurezza sulla soglia di casa”, ha infatti comportato un controllo sempre più stretto degli “alieni” a cui la globalizzazione permetteva, dopotutto, di penetrare nello spazio europeo» o negli spazi dell’opulenza elitaria; inoltre cfr. G. Marramao, Passaggio a Occidente, cit., p. 86: «Caduti i muri esterni visibili, i contrafforti strategici, sono affiorati i muri interiori, le pareti invisibili da cui si producono non solo conflitti di coscienza, o nuove aggregazioni amico-nemico, ma da cui riaffiorano anche — come provenissero da stratificazioni arcaiche, da remoti fondali della storia — gli inquieti fantasmi di ostilità antiche».
(6) Cfr. A. Dal Lago- S. Mezzadra, I confini impensati dell’Europa, cit., p. 147: «Sotto il profilo materiale, del resto, i processi di globalizzazione sono caratterizzati da una peculiare ambivalenza: alla tendenza all’abbattimento delle barriere alla circolazione delle merci e dei capitali — nonché, entro determinate aree e per determinate categorie sociali, delle persone — si accompagna contemporaneamente la tendenza alla proliferazione e al riarmo dei confini contro profughi e migranti, contro uomini e donne che rivendicano materialmente il proprio diritto di fuga dalla miseria, dalla guerra, da tirannidi politiche e sociali».
(7) R. Kapuscinski, Lapidarium III, Warsaw 1996, citazione riportata in Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, cit., p. 84.
(8) Cfr. H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, cit., p. 151: «Ogni realtà stabilita prende partito contro la logica delle contraddizioni, favorendo i modi di pensare che sostengono le forme stabilite di vita ed i modi di comportamento che le riproducono e le migliorano. La realtà data ha la sua propria logica e la sua propria verità».
(9) G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, a cura di P. Jedlowski, Armando Editore, Roma 1995, p. 38. Espressione tipica di questa logica che non richiede più “individui”, ma solamente uomini-funzione, la cui esistenza, in qualunque forma si manifesti, sia oggettivamente calcolabile, è colui che Simmel, agli inizi del secolo scorso, definiva blasè, che solo impropriamente si può denotare come il ‘soggetto’ “metropolitano”; cfr. ivi, p. 43: «L’essenza dell’essere blasè consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze fra le cose […] nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti. Al blasè tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco, incapace di suscitare preferenze. Ma questo stato d’animo è il fedele riflesso soggettivo dell’economia monetaria, quando questa sia riuscita a penetrare fino in fondo. Nella misura in cui il denaro pesa tutta la varietà delle cose in modo uniforme ed esprime tutte le differenze qualitative in termini quantitativi, nella misura in cui il denaro con la sua assenza di colori e la sua indifferenza si erge a equivalente universale di tutti i valori, esso diventa il più terribile livellatore, svuota senza scampo il nocciolo delle cose, la loro particolarità, il loro valore individuale, la loro imparagonabilità».
(10) Cfr. D. D’Andrea, Prigionieri della modernità. Individuo e politica nell’epoca della globalizzazione, in AA.VV., Filosofie della globalizzazione, cit., p. 48: «L’approdo della modernità è, dunque, un individuo che dal dissolversi dei legami sociali e dall’incapacità di assumere un orizzonte di senso è stato schiacciato nella dimensione del consumo, un individuo incapace non soltanto di sacrificio, ma anche più prosaicamente di rinuncia. L’esito mi pare quello di una soggettività che intreccia sazietà di senso ed insaziabilità materiale».
(11) La diffusione dell’individualismo su scala planetaria comporta un totale svilimento delle strutture comunitarie di gran parte — in prospettiva tutti — dei popoli non occidentali; in proposito cfr. S. Latouche, L’Occidentalizzazione del mondo, cit., p. 117: «Con l’integrazione economica mondiale, con la mondializzazione culturale, attraverso mille canali diversi che si rafforzano reciprocamente, l’individualismo s’insinua dappertutto e si diffonde sempre più profondamente nelle società non occidentali. Ora, la mentalità individualistica costituisce un fermento di decomposizione del legame sociale. Essa disgrega il tessuto delle solidarietà tradizionali. Ciò che rende irresistibile l’individualismo è il fatto che a ciascuno appare come una liberazione. In effetti, esso emancipa dai vincoli e apre possibilità illimitate, ma a spese delle solidarietà che costituivano la trama delle collettività».
(12) Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, cit., p. 85. Sulla coessenzialità tra movimento e globalizzazione cfr. C. Galli, Spazi politici, cit., p. 148: «Per definire […] la spazialità della globalizzazione è decisivo ricordare che la caratteristica di un mondo che è un flusso diseguale di movimenti — di capitali, di materie prime, di merci, di uomini in fuga per povertà o per paura della guerra — è fondamentalmente la mobilità».Il mondo appare caratterizzato da una costante riduzione spaziale — non si dimentichi che E. Jünger considerava la “riduzione” uno dei tratti più evidenti del nichilismo —: «Nel mondo in cui abitiamo, la distanza non sembra contare molto. A volte sembra che esista soltanto per essere cancellata; come se lo spazio fosse solo un costante invito a minimizzarlo, confutarlo, negarlo. Lo spazio ha smesso di essere un ostacolo — basta una frazione di secondo per conquistarlo. Non ci sono più “confini naturali” né spazi da occupare» (Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, cit., p. 87). D’altro canto si assiste al paradosso dell’aumento sproporzionato delle distanze di matrice socio-politica, economica e culturale.
(13) G. Borradori, Autoimmunità, suicidi reali e simbolici, cit., pp. 130-131; sugli effetti deleteri della globalizzazione sui paesi poveri, cfr. D. Belliti, Globalizzazione, religione, politica: le trasformazioni dell’identità nello Stato postcoloniale, in AA.VV., Filosofie della globalizzazione, cit., pp. 148-149: «Attraverso la rivoluzione tecnologica ed informatica, il capitalismo globale ha riscritto la divisione internazionale del lavoro, assegnando a questi paesi il ruolo di produttori di materie prime per l’esportazione, oppure facendone il luogo di approdo dei fenomeni di de-localizzazione industriale e manifatturiera. Quindi, mentre l’economia viaggia sulle reti a ritmi vertiginosi e svincolata dalle frontiere statali, ai paesi in via di sviluppo è richiesto di rimanere ancorati al territorio per soddisfare le condizioni del capitalismo flessibile: basso costo del lavoro e riduzioni di investimenti in capitale fisso»; S. Latouche, L’Occidentalizzazione del mondo, cit., p. 100: «È probabile che l’Occidente abbia potuto produrre dei computers soltanto perché da qualche parte nel mondo della gente moriva di fame e di desideri» e Id., Il pianeta dei naufraghi, cit., p. 65: «Se la grande società ha permesso a un gran numero di uomini di sfuggire a condizioni che ci sembrano infraumane, essa condanna a una condizione radicalmente inumana un numero di uomini maggiore di qualsiasi altra società della storia».
(14) Ivi, pp. 95-96.
(15) Ivi, pp. 24-25; inoltre cfr. ivi, pp. 22-23: Per i radicalmente esclusi «non è stato previsto un posto al gran banchetto della società di consumo […]. I tre o quattro miliardi di esclusi che sopravvivono bene o male si spartiscono in modo molto ineguale le briciole e i resti del banchetto».
(16) A. Negri-D. Zolo, Dialogo su Impero, in A. Negri, Guide, cit., p. 27. Sulla guerra come strumento di affermazione della supremazia dell’Occidente, cfr. E. Balibar, L’Europa. L’America. La guerra, tr. it. di S. Bonura, manifestolibri, Roma 2003; A. Dal Lago-S. Mezzadra, I confini impensati dell’Europa, cit., p. 155: «È il destino stesso dell’“occidente” a essere in gioco oggi: potentemente attraversato da processi di decentramento e di “provincializzazione” che scompaginano la topografia sociale delle sue stesse metropoli, e che pongono sempre più in discussione le partizioni geopolitiche consolidate, esso ricorre alla potenza militare per riaffermare la propria pretesa purezza, declinata in termini “umanitari”, come matrice di un nuovo progetto di dominio».
(17) Per la dicotomia esistenziale “avere-essere” e le modalità d’esistenza che comportano, cfr. E. Fromm, Avere o essere?, tr. it. di F. Saba Sardi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1976, p. 106: «La natura della modalità esistenziale dell’avere deriva dalla natura della proprietà privata. Secondo questa modalità esistenziale, null’altro conta se non la mia acquisizione di proprietà e il mio illimitato diritto di conservare quanto ho acquisito» e ivi, p. 120: Essere «significa rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, trascendere il carcere del proprio io isolato, essere interessato, “prestare attenzione”, dare», «“essere” significa rinunciare al proprio egocentrismo ed egoismo».
(18) Ivi, pp. 150-151.
(19) H. Bartoli, Globalizzazione, cit., p. 865.
(20) C. Galli, La guerra globale, cit., p. 72: «La Guerra globale è il fatto che in ogni società del pianeta può immediatamente accendersi, in ogni momento, un conflitto armato le cui motivazioni stanno in una crisi economica manifestatasi in qualche altra parte del mondo. E quindi la guerra globale in quanto endemica e ubiqua è diversa dalla guerra totale, che era il raccogliersi parossistico di tutte le energie sociali sotto il segno della violenza. La guerra globale è quindi anche guerra economica, accompagnamento militare del conflitto economico per le risorse, sottolineatura armata dei rapporti di forza stabiliti — e sempre rinnovati e rovesciati — nell’ambito dell’economia; ed è anche un insieme di atti economici ostili ma non apertamente violenti, finalizzati a piegare la volontà di un avversario».
(21) A. Negri, Guide, cit., p. 150.
(22) Ibidem. Sullo “scontro di civiltà” come paravento per celare ben precisi interessi geopolitici ed economici, cfr. C. Galli, La guerra globale, cit., p. 37: «Lo “scontro di civiltà” è un effetto proiettivo della globalizzazione: non sono in realtà le civiltà ad armarsi, ma, per così dire, sono le armi, gli interessi armati, a ricorrere a giustificazioni ‘culturali’, ‘di civiltà’, per legittimare ideologicamente il conflitto». Relativamente al rapporto guerra-nemico-terrorismo internazionale, che occupa ormai la parte preponderante del dibattito politico, senza avere con ciò effettivamente compreso di cosa si stia trattando, rimanendo preda di un’immane confusione categoriale, forse da qualcuno utilitaristicamente ricercata, si veda quanto affermato da Derrida in G. Borradori, Autoimmunità, suicidi reali e simbolici, cit. Derrida, rifacendosi ad una lettura “critica” delle categorie belliche e del diritto internazionale illustrati da Carl Schmitt, evidenzia l’impossibilità di identificare terrorismo e guerra, ritenendo concettualmente errata, sia logicamente, sia politicamente, l’assunzione della logica della “guerra al terrorismo”. Il concetto classico di guerra presuppone la più assoluta chiarezza nell’identificare il nemico cui potere conseguentemente dichiarare guerra; il cosiddetto terrorismo globale racchiude troppo genericamente una congerie multiforme di nemici, tali solo nominalmente, non essendo legati ad alcuno spazio facilmente identificabile e da tradurre in bersaglio bellico: il “luogo” dei terroristi o supposti tali è la “rete”, il non-luogo per antonomasia di questo scorcio estremo della Modernità. Derrida può così coerentemente affermare: «Il rapporto tra la terra, il territorio e il terrore è cambiato e bisogna sapere che questo dipende dalla conoscenza, cioè dalla tecno-scienza. È la tecno-scienza che annulla la distinzione tra guerra e terrorismo» (ivi, p. 109). Sulla scia di Schmitt, Derrida riconosce l’“inadeguatezza” delle categorie classiche per la comprensione di quel fenomeno che troppo frettolosamente si riduce alla categoria del “terrorismo internazionale” ed individua proprio nell’incapacità di trovare adeguate definizioni per ciò che ci sta ‘invisibilmente’ di fronte una totale mancanza di comprensione di questo stesso fenomeno, l’incapacità o, meglio ancora, la colpevole non volontà di riconoscere quanto, in fondo, era già inscritto nella politica di potenza degli Stati Uniti fin dal tempo della “guerra fredda”, e cioè che i terroristi di oggi furono addestrati, finanziati, coperti dagli Stati Uniti in funzione antisovietica. In questa dissonanza continua, data dall’impossibilità ‘indotta’ al pensiero di farsi veramente ‘carico’ della comprensione di questa nuova ‘espressione’ dell’umanità (il terrorismo), almeno per provare a capire, laddove tutto sembra già fin da subito compreso e dato in pasto ai media affinché ne amplifichino il senso o, meglio ancora, il non-senso generale, si può almeno constatare che: «Se questa violenza non è una “guerra” interstatale, non può certamente essere intesa come “guerra civile” o “guerra partigiana”, nel senso definito da Schmitt, perché non consiste come la maggior parte delle “guerre partigiane” in un’insurrezione nazionale, ovverosia in un movimento di liberazione destinato a prendere il potere sul territorio di uno Stato-nazione» (ivi, p. 110).
(23) A. Negri, Guide, cit., p. 152. Sulla definizione in chiave foucaultiana di “biopotere”, coessenziale alla “biopolitica”, cfr. M. Hardt-A. Negri, Impero, cit., p. 39: «La funzione più determinante di questo tipo di potere è quella di investire ogni aspetto della vita e il suo compito primario è quello di amministrarla. Il biopotere agisce dunque in un contesto in cui ciò che è in gioco per il potere è la produzione e la riproduzione della vita stessa».
(24) G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 1995, p. 99. “Vita sacra” o “nuda vita”: è la vita uccidibile ma insacrificabile. Agamben, rifacendosi ad una già desueta figura del diritto romano, mette in evidenza come homo sacer fosse colui la cui vita era sì uccidibile, ma non sottoponibile a sacrificio: chiunque avesse ucciso l’homo sacer sarebbe difatti rimasto impunito. È evidentemente un “caso d’eccezione”, che non rientra specificamente né nel diritto divino, né in quello che propriamente s’intendeva come diritto degli uomini.
(25) Ivi, p. 158.
(26) Ma in che cosa consiste la “dignità della morte”? Perché nei “campi” non era più esperibile la “dignità della morte”, se forse alla fine era l’unica situazione degna di una vita assolutamente in-degna? La “dignità della morte” è «la semplice possibilità della impossibilità di ogni comportamento e di ogni esistenza » (G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 69); così «il campo sarebbe, in questa prospettiva, il luogo in cui è impossibile far esperienza della morte come possibilità più propria e insuperabile, come possibilità dell’impossibile» (ibidem), in quanto la morte viene qui ‘imposta’ nel suo essere prodotta in serie, e quindi sottratta all’impossibile possibilità del singolo.
(27) Ivi, pp. 65-66.
(28) M. Heidegger, L’impianto, in Conferenze di Brema e Friburgo, tr. it. di G. Gurisatti, Adelphi, Milano 2002, pp. 49-50. Un’interpretazione che ha colto il senso di questa espressione del pensiero heideggeriano può essere rinvenuta in C. Resta, Heidegger e il compimento della Modernità, “Il Pensiero”, 37, 1998, 1, p. 29: «Al di là dell’apparente irriverenza del paragone, occorre comprendere l’ambito di pensabilità entro il quale Heidegger colloca lo Sterminio: l’orizzonte della tecnica planetaria messa al servizio della volontà di potenza. Se è vero che questa cornice manca di cogliere la specificità e la singolarità dell’Olocausto […] tuttavia bisogna ammettere che Heidegger ne ha saputo cogliere la più universale portata nichilistica, scorgendo l’operare di un medesimo pensiero calcolante tanto nel trattamento industriale e tecnico dell’agricoltura e della fruizione della natura, quanto nel trattamento subito dagli Ebrei, in vista della soluzione finale, ossia del loro totale annientamento, perseguito con gli stessi metodi con cui si annientano i parassiti o si riciclano i rifiuti […]. Lo Sterminio, allora, per Heidegger […] mostra in modo fin troppo eloquente come la volontà di potenza, in quanto volontà di dominio e calcolo del reale, non sappia arrestarsi di fronte a nulla, neppure di fronte al folle proposito di pianificare con mezzi industriali l’annientamento di un intero popolo».
(29) Sulla “serialità” della morte in relazione al rapporto tra “pezzo di riserva” e “scarto” nell’onnicomprensivo apparato tecno-scientifico ed economico, cfr. M. Heidegger, Il pericolo, in Conferenze di Brema e Friburgo, cit., p. 83: «Centinaia di migliaia muoiono in massa. Muoiono? Periscono. Sono uccisi. Muoiono? Diventano “pezzi di riserva” di una riserva della fabbricazione di cadaveri» e Id., L’impianto, cit., pp. 59-60: «I “pezzi di riserva” sono, pezzo per pezzo, gli stessi. Il loro carattere di pezzo esige tale uniformità […]. L’uniformità dei pezzi consente che un pezzo possa essere senz’altro, cioè immediatamente rimpiazzato con l’altro, e quindi essere presente sul posto. Un “pezzo di riserva” è sostituibile dall’altro. In quanto pezzo, il pezzo è già posto in vista della sostituibilità».
(30) C. Resta, Heidegger e il compimento della Modernità, cit., p. 29.
(31) Sulla natura come “fondo” il riferimento d’obbligo è M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1976 e Id., L’impianto, cit., che del saggio su menzionato costituisce il più vicino riferimento: «L’efficacia del reale —ossia della natura — non è nient’altro che l’idoneità a essere ordinato (Bestell fähigkeit) in vista del risultare. Ciò significa che la natura non sta di fronte alla tecnica come qualcosa di indeterminato presente in sé. Essa non le sta di fronte come oggetto che occasionalmente è sfruttato. Nell’evo della tecnica la natura appartiene fin da principio alle risorse dell’ordinabile all’interno dell’impianto» (ivi, p. 65).
(32) S. Latouche, La Megamacchina, cit., p. 119.
(33) Cfr. F. Capra, La rete della vita, tr. it. di C. Capararo, Rizzoli, Milano 1997, p. 38: «“Pensiero sistemico” definisce la comprensione di un fenomeno nel contesto di un insieme più ampio. Questo è, infatti, il significato originario della parola “sistema”, che deriva dal verbo greco synestanai (“porre insieme”). Capire le cose in maniera sistemica significa letteralmente porle in un contesto, stabilire la natura delle loro relazioni».
(34) Ivi, p. 17.
(35) Sulla logica utilitaristico-strumentale del razionalismo occidentale, incapace di comprendere la finitezza del mondo, cfr. S. Latouche, La Megamacchina, cit., p. 37: «La corsa al progresso in cui siamo intrappolati è propriamente delirante. L’accumulazione illimitata del capitale, la crescita indefinita delle tecniche, la produzione per la produzione, la tecnica per la tecnica, il progresso per il progresso, questo sempre di più che costituisce la legge delle società moderne non possono continuare eternamente. Questa fuga in avanti […] viene a scontrarsi con la finitezza relativa del mondo»

(pubblicato il 13 Novembre 2005)