Globalizzazione
e Modernità
Tratto dalla tesi di dottorato “Riflessi
di Modernità. Nichilismo e globalizzazione”
di Domenico Mostaccio
Parte
V: Unità del mondo o Nomos della Terra?
Impossibile riformare la grande costruzione dello
Stato — impossibile, però, anche concepire
un Nomos “raumlos”, senza spazio, senza confine, illimite
e in-forme, quale quello che sembrerebbe imporre la
sradicatezza dello spirito contemporaneo, cui è
estranea […] ogni ‘misura’.
M. Cacciari, Geo-filosofia
dell’Europa.
La diffusione
su scala planetaria del razionalismo occidentale,
col prevalere delle nichilistiche istanze di una tecnica
ormai del tutto “scatenata”, nel suo essere autoreferenziale,
e di un’economia soltanto apparentemente governata
dalla logica di un autentico liberismo, ha unificato
complessivamente il mondo, de-finito entro una compressione
spazio-temporale finora mai sperimentata. In questo
orizzonte di assoluto sradicamento, in cui è
definitivamente tramontato, con il crollo del muro
di Berlino e la caduta dell’“impero” sovietico, l’ordinamento
planetario sorto dopo la Seconda guerra mondiale,
precipitando il mondo in un dis-ordine globale senza
precedenti, è divenuta improcrastinabile la
questione relativa al nuovo ordinamento della Terra
che, tradotta in termini pratico-politici, significa
interrogarsi sulla forma politica che meglio sappia
cor-rispondere alle questioni insolute riguardanti
la globalizzazione.
Si potrebbero in tale prospettiva prendere in considerazione
le più disparate ipotesi, rinvenendo nelle
ragioni degli uni o degli altri di certo considerazioni
più o meno pertinenti, ma ciò su cui
fondamentalmente vorremmo provare a porre la nostra
attenzione risiede in una questione per noi irrinunciabile,
dalla cui risoluzione non può non dipendere
il futuro della Terra intera: il nuovo ordinamento
planetario dovrà essere universum, oppure strutturarsi
su un pluriverso di spazi differenziati? All’unità
tecno-economica, difatti, non corrisponde ancora alcun
governo politico del mondo, né tanto meno si
è in presenza neppure della parvenza di quell’ordine
che ogni forma politica porta con sé, come
prospettiva, fin dall’inizio del suo stesso esplicarsi.
L’epoca della statalità, come aveva chiaramente
intuito Carl Schmitt fin dagli inizi degli anni ’20
del XX secolo, è definitivamente tramontata
e così, logicamente, lo Stato-nazione non può
più essere considerato come un baluardo contro
la globalizzazione: convenendo con Caccia si può
sostenere che
«l’idea
[…] che lo Stato-nazione, che la sovranità
nazionale possa rappresentare l’ultima trincea su
cui attestarsi, l’unica superstite forma di protezione
di fronte alla violenza sradicante dell’avvento di
un unico mercato globale, è un’idea letteralmente
“reazionaria”» (1).
“Reazionaria” nel senso di re-attiva, ‘disperatamente’
difensiva a fronte di quei processi tecno-economici
che, nel loro essere nichilisticamente connotati,
travalicano ogni possibilità di sovranità
nazionale. La forma-Stato, tramontando, risolve così
quell’aporia rivelata dal suo stesso nome, che lo
destina alla scomparsa fin dall’atto stesso della
sua nascita, in quanto stato: la scomparsa della forma-Stato
è di certo ineluttabile come lo è la
scomparsa di tutte le forme contingenti e ‘finite’,
le quali però la rinviano sempre nel futuro,
non assumendola mai costituzionalmente nell’atto fondativo
di sé, nel presente del proprio farsi presenza.
Non sembra allora destinata ad avere maggiore fortuna,
se il nome porta tracce del proprio destino, neppure
l’idea di uno Stato mondiale (2),
la quale, peraltro, negherebbe quel pluriverso che
è costitutivo di ogni ordinamento statualmente
fondato, come ha sottolineato G. Marramao, tenendo
ben presente la lezione schmittiana:
«L’idea
del Weltstaat, dello Stato mondiale, di uno Stato-mondo
deprivato della possibilità del riferimento
a un fuori (inteso come pluralità degli altri
Stati o come spazio anomico, “fuori legge”, arbitrariamente
fruibile), è dunque un vero e proprio teorema
di impossibilità, in contraddizione con il
principio logico-storico costitutivo della statualità
moderna» (3).
La risoluzione
di questo “teorema di impossibilità” non sembra
rinvenibile neppure nella declinazione federalistica
di uno Stato mondiale dei popoli elaborata da Kant,
condizione irrinunciabile perché la pace, non
più negativamente connotata come “assenza di
guerra”, ma ormai autofondantesi, possa finalmente
diventare “perpetua”, una volta abolito definitivamente
il «barbarico mezzo della guerra» (4).
Gli Stati dovrebbero allora comportarsi esattamente
alla stregua dei singoli individui, vale a dire rinunciare
«alla loro libertà selvaggia (senza legge),
sottomettendosi a pubbliche leggi costrittive e formando
così uno Stato dei popoli (civitas gentium),
che dovrà sempre crescere, per arrivare a comprendere
finalmente tutti i popoli della Terra» (5).
Nell’ottica kantiana la civitas gentium rappresenta
il telos cui l’umanità dovrà necessariamente
pervenire, partecipando gli uomini di quell’unica
Ragione che indistintamente governa tutti: ma proprio
qui il progetto kantiano mostra apertamente il fondamento
etnocentrico del suo universalismo. Questa ragione
che si pretende universale altro non è che
quella ‘particolare’ ragione veicolata dal razionalismo
occidentale, che fa della globalizzazione stessa non
uno status di ‘libera’ partecipazione tra ‘liberi’
soggetti politici, ma occidentalizzazione del mondo
entro gli orizzonti di un tecnototalitarismo ormai
totalmente dispiegato.
Scartata dunque l’ipotesi dell’universum politico
da tradursi in uno Stato mondiale, riteniamo che si
debba tornare a riflettere intorno alla costituzione
di un nuovo Nomos della Terra, pluriverso, strutturato
su una irrinunciabile salvaguardia delle differenze
entro lo spazio connotato dalla reciprocità
tra i vari soggetti politici, affinché si possa
affrontare, guidati da una logica spazializzante,
l’enorme crisi della globalizzazione. Si tratta allora
di ri-de-finire lo spazio indifferenziato della globalizzazione,
essendo impossibile, come fa notare Cacciari, «concepire
un Nomos “raumlos”, senza spazio, senza confine, illimite
e in-forme, quale quello che sembrerebbe imporre la
sradicatezza dello spirito contemporaneo, cui è
estranea […] ogni ‘misura’» (6).
Qual è il tratto comune che caratterizza l’esistenza
di tutti gli uomini dentro l’orizzonte condiviso della
finitezza? Che cosa ac-comuna i ‘simboli’ più
evoluti della contingenza laddove tutto sembra tendere
alla più totale atomizzazione? Coniugare una
visione olistica dell’esistenza, che riconosca gli
uomini come parti, per quanto “particolari”, della
“rete della vita”, con l’assunto di una ospitalità
che il mondo ci porta in dono fin dall’atto stesso
del primo accoglierci, de-finisce l’orizzonte di senso
da assumere come struttura portante, di pensiero ed
esistenziale, per provare a porre in essere un’idea
di ordinamento planetario che non sacrifichi sull’altare
del profitto la vita nel suo multiforme manifestarsi.
Nel complesso corrispondersi degli elementi che caratterizzano
la trama dell’esistenza, gli uomini, contravvenendo
alla necessità della custodia, hanno da sempre
considerato la Terra alla stregua di una “proprietà”,
dimenticando, come fa notare il Collettivo 33 nell’interpretazione
data al concetto di “ospitalità” di Derrida,
che
«non
è ospite solo colui che accogliamo nel nostro
ethos e che può sempre trasformarsi in un nemico
[…]. Siamo anche noi ospiti, anche noi accolti dal
e nel mondo. L’abitare, il soggiornare, l’essere presso
di sé e a casa propria, cioè l’ethos,
è a sua volta un effetto della legge dell’ospitalità.
Colui che si pensa come l’ospite attivo che può
dare e togliere l’ospitalità, è a sua
volta un ospite passivo, uno che è venuto,
e che l’ethos ha accolto senza chiedergli chi fosse
e che diritto avesse di restare e di prendere dimora»
(7) .
Il prevalere
delle istanze del possesso, della proprietà,
dell’“entificazione” in vista del dominio della totalità
dell’ente mediante il calcolo, si inscrive entro la
logica di quel “razionalismo occidentale” che, fin
dal suo originario esplicarsi, ha manifestato chiaramente
la tendenza a diffondersi su scala planetaria, traducendo
così il proprio apparato concettuale e valoriale
in unidirezionale imposizione, per quanto ad arte
mascherata, al mondo intero. L’universalismo implicito
al razionalismo occidentale si esplica nella sua valenza
coattiva, in quanto imporsi universum di un particulare
ormai definitivamente tradottosi in universale:
«Il
fatto che la storia universale possa svilupparsi teoricamente
con un processo che prevede delle esclusioni significa
appunto che l’affermazione di valori universali tramite
la storia non può essere che intensiva. Perché
vi sia universalità è sufficiente che
un popolo incarni per tutti quel determinato valore.
In questo senso l’universalità non soltanto
ammette delle esclusioni, ma si esprime come dominio
di una parte sul tutto» (8).
Come evitare,
allora, nel tracciare i parametri di un innovativo
ordinamento planetario, che a prevalere sia questa
concezione ‘onnivora-coattiva’ dell’universalità?
È possibile pensare un ordinamento che riconosca,
entro l’orizzonte di senso definito dalla finitezza-contingenza,
la comune appartenenza a quell’unico mondo di cui
finora si è potuto avere empirica certezza,
salvaguardando gli innumerevoli colori della tavolozza
delle differenze? Fuor di metafora ci si chiede quanto
realmente praticabile possa essere la strada di un
ordinamento che preveda il riconoscimento di ogni
espressione della differenza-diversità entro
lo spazio di ciò che ac-comuna-dividendo. Massimo
Cacciari ha provato a far convivere le istanze dell’universalismo,
da intendersi in un’accezione totalmente altra rispetto
all’universum dell’universalismo razionalistico di
matrice occidentale, con la necessaria salvaguardia
delle differenze, di cui l’alterità è
inequivocabilmente latrice, nella metafora logico-concettuale
dell’Arcipelago, manifestazione concreta dell’«improbus
labor consistente nell’accordare l’assoluta distinzione
delle figure con la necessità della loro relazione»
(9) . Cosa rap-presenta l’Arcipelago
nell’era della Mobilitazione totale ormai pienamente
dispiegata? Nell’essere perenne del movimento, nel
farsi indistinto “oceano” del mondo è ancora
possibile, in qualche “misura”, pensare una qualsivoglia
forma di radicamento? Forse è proprio l’Arcipelago
la metafora dell’impossibile stasi nell’essere-in-movimento?
«Dal
mare non nascono né vite né ulivo, ma
le isole, sì, che danno loro radice. Questo
mare non è, dunque, astrattamente separato
dalla Terra. Qui gli elementi si richiamano, hanno
l’uno dell’altro nostalgia. E il Mare per eccellenza,
l’archi-pélagos, la verità del Mare,
in un certo senso, si manifesterà, allora,
là dove esso è il luogo della relazione,
del dialogo, del confronto tra le molteplici isole
che lo abitano: tutte dal Mare distinte e tutte dal
Mare intrecciate; tutte dal Mare nutrite e tutte nel
Mare arrischiate» (10).
L’Arcipelago
incarna così l’estremo baluardo atto a fronteggiare
il costante ed apparentemente inarrestabile avanzare
dell’indistinto, dell’in-differenziata marea dell’omologo,
a discapito degli spazi “singolari” della differenza.
Nell’Arcipelago «Terra materna e Nume dell’onda
[…] inseparabili proprio nel loro instancabile confliggere»
(11) si compenetrano
inestricabilmente, novello nodo di Gordio geofilosofico,
senza incontrare limite alcuno che non sia esso stesso
rinvenibile nel convergere, sempre rinnovato, di terra
e mare: le isole, volto dell’impossibile stasi nel
flusso di un pedissequo essere-in-movimento, rivelano
la propria ab-soluta “singolarità” (12),
spazio differenziale da salvaguardare costantemente
— anche nelle proprie irrinunciabili differenze interne
— pur nella necessità di un ‘contatto’, esso
stesso mare, ove nel cum del cum-tangere si rivela
l’irrinunciabile esposizione ad una indifferibile
possibilità d’incontro-scontro dentro lo spazio
condiviso dell’Arcipelago. Quivi il mare annuncia
perennemente terra che “oltre” se stessa sarà
ancora e sempre mare, in un rimando “elementare” reiterato,
irrinunciabile “dia-logo” tra differenti che tali
debbono permanere nel loro essere “singolarmente”
esposti ad un necessario contatto. Ma il “dia-logo”
reclama necessariamente la persistenza del molteplice
(13), rivelando
così l’endemica allergia dell’Arcipelago ad
esplicarsi come il luogo di ricezione delle irradiazioni
impositive di una qualsivoglia “forma” politica, imposizioni
che definirebbero lo status di sottomessi per coloro
che le andrebbero a subire. L’Arcipelago, nel nome
di una reciprocità che richiede costantemente
l’“orizzontalità” relazionale, respinge fermamente
la logica coattiva della reductio ad unum connaturata
a qualsiasi struttura gerarchica e verticistica del
potere:
«Lo
spazio dell’Arcipelago è per sua natura insofferente
alla subordinazione e alla successione gerarchica;
nessuna isola ne costituisce l’asse fermo, capace
di strutturarne l’insieme nella forma di uno Stato.
Nello spazio mobile e cangiante del coordinarsi e
del coabitare […] le singolarità dell’Arcipelago
si appartengono l’un l’altra perché nessuna
dispone in sé del proprio Centro, perché
il Centro non è in verità che quell’impeto,
che obbliga ciascuna a ‘trascendersi’ navigando verso
l’altra» (14).
L’Arcipelago
risulta allora costitutivamente ‘plurale’; questo
deve strutturarsi necessariamente intorno ad una logica
che sappia coniugare l’identità propria di
ciascuna isola con la più assoluta salvaguardia
delle differenze di coloro che in quell’isola si riconoscono:
sulla corretta dinamica della dialettica identità-differenza
si fonda dunque la possibilità stessa della
sussistenza dell’Arcipelago in quanto metafora di
un rinnovato Nomos della Terra.
Cosa si deve intendere allora con i termini-concetti
identità e differenza? A quale idea di identità
si fa riferimento laddove viene chiamata in causa
come elemento costitutivo di una diade concettuale
irrinunciabile per una concezione alternativa all’universum
della globalizzazione? In un saggio dal titolo L’Europa
a venire Friese analizza il concetto di “identità”,
aderendo ad una logica da noi definita “ontologica”
o “sostanzialistica”, che a nostro parere non coglie
del tutto i connotati che la de-finiscono, laddove
così si esprime:
«Il
termine identità si riferisce a diverse relazioni
nelle quali sono in causa i concetti di medesimezza,
omogeneità e appartenenza da un lato, di tempo,
continuità e storia condivisa dall’altro. Queste
rappresentazioni (simboliche) di medesimezza o similarità
in rapporto ad altri o all’interno di un “gruppo”
— immaginato — includono la nozione dell’essere diversi
dagli altri, da quelli che non appartengono, e creano
quindi il concetto di confine tra “noi” e “loro”»
(15) .
Il concetto
di identità, circoscritto allo spazio di un
“noi” comunitario, peraltro semplicemente immaginato,
impone l’assoluta salvaguardia dell’identico, il quale
permane tale al di là del contingente essere
inscritto in un orizzonte che deve necessariamente
risultare improntato dal reciproco relazionarsi. Sta
qui, per Friese, il cortocircuito di ogni logica identitaria,
nel presupporre un’impossibile a-temporalità
ed un’altrettanto impossibile a-storicità,
nel collocare l’identico dentro lo spazio inconcepibile
dell’u-topia. Ogni logica identitaria « dimentica
che queste cosiddette “tradizioni” nazionali non si
trasmettono immutabili attraverso la storia, ma si
sono già sempre aperte alla reciproca interazione
e trasformazione» (16).
Solo nel regno dell’essere persiste quella sempiterna
immutabilità che il divenire, nella contingenza
della Storia, nega nel suo stesso esplicarsi. Non
esiste ‘aggregazione politica’ alcuna che possa rimanere
impermeabile alle istanze degli “altri”, qualunque
forma queste assumano, ed è quanto storicamente
è avvenuto dappertutto, ma soprattutto nella
vecchia Europa, dove nessun popolo è mai rimasto
immune dal contatto con le altre popolazioni — sia
esso rappresentato dal rapporto coattivo della dominazione,
che da quello utilitaristico del commercio —: i diversi
popoli si sono mescolati a tal punto tra loro da rendere
impossibile qualsivoglia tentativo di definizione
identitaria ‘ontologica’.
Posta la questione in questi termini, per Friese sarebbe
più corretto parlare non già di salvaguardia
di simboliche ed inesistenti identità, quanto
piuttosto di difesa delle “differenze” che, proprio
in quanto peculiarità inscritte entro lo spazio
storico della temporalità, mutano nell’irrinunciabile
rapporto con gli altri, lasciando però permanere
quell’essenziale nucleo differenziale assolutamente
irriducibile alla logica mutevole del con-fronto,
che fa sì che si possa continuare a “divenire
ciò che si è”, senza con questo svanire
nell’indifferenziato oceano dell’omologo.
Inscrivere la problematica dell’identità entro
l’orizzonte della temporalità traduce la tematica,
come sostiene ancora Friese, nella più coerente
questione della salvaguardia delle differenze:
«Una
volta che la temporalità viene presa sul serio,
il concetto di identità perde le sue problematiche
connotazioni di omogeneità e totalità,
di sostanza stabile, di essenza atemporale. Intesa
in questo modo, l’identità non sarebbe più
il contrario dell’alterità, ma una pratica
persistente della differenza, che è temporale»
(17).
L’aderire,
da parte di Friese, ad una logica ‘sostanzialistica’
dell’identità, strutturata essa stessa, mutatis
mutandis, su un “teorema di impossibilità”,
che vuole l’identico, ‘essenzialmente’ connotato,
inscritto entro il non-luogo dell’a-storico e dell’a-temporale,
e dunque privo di fondamento alcuno, se non nell’orizzonte
del simbolico, inficia la possibilità di pensare
l’identità come una ‘struttura relazionale
storicamente determinata’, da costruire entro il mobile
orizzonte del divenire, di una temporalità
che non ammette statiche essenze.
L’identità non è qualcosa di ontologicamente
precostituito, un substrato permanente che rivela
le modalità d’essere dei popoli come semplici
epifenomeni, transitorie manifestazioni ‘sostanzialmente’
determinate: l’identità, nell’accezione di
‘struttura relazionale storicamente determinata’,
deve necessariamente scaturire da ciò che ac-comuna
tutti i popoli di ciascuna isola dell’Arcipelago in
quello spazio del ‘comune’ intorno a cui si struttura
la comunità degli “uguali e differenti”. Come
conciliare allora l’identità di ciò
che ac-comuna con la necessaria salvaguardia delle
differenze, al fine di evitare che l’indifferenziato
del comune prevalga sull’immensa tavolozza delle differenze?
Come evitare che l’irrinunciabile difesa delle differenze
e la lotta contro i tratti omologanti ed indifferenziati
della globalizzazione si traducano nel sostegno ai
fautori di istanze re-azionarie, xenofobe e razziste
che, come sostiene Caccia, servendosi del paradigma
Europa, pensano ad un «insieme di territori
“etnicamente purificati”, di comunità organiche
chiuse, rese violentemente omogenee»? (18).
La struttura dell’Arcipelago qui presa in considerazione
si fonda su un irrinunciabile pluralismo, sulla salvaguardia
indefessa della pluralità delle differenze,
da preservare costantemente entro lo spazio di ciò
che ac-comuna: tale salvaguardia reclama necessariamente
il riconoscimento, in quanto differenziale presupposto
per le eterogenee modalità d’esistenza, dei
“confini”, per quanto mobili possano essere, i quali
si esplicano come strutture del tutto alternative
alle ‘escludenti’ frontiere (19),
strutture atte ad impedire così il precipitare
nell’indifferenziato oceano dell’omologo. Come intendere
allora l’impossibile “confine” che connota l’Arcipelago?
«Confine
può dirsi in molti modi. In generale, esso
sembra indicare la “linea” lungo la quale due dominii
si toccano: cum-finis. Il confine distingue, perciò,
accomunando: stabilisce una distinzione determinando
una ad-finitas. Fissato il finis […] “inesorabilmente”
si determina un “contatto”» (20).
Il cum del
confine, nella logica che ci guida, implica necessariamente
il contatto con l’altro da me, con quell’alterità
con cui con-dividiamo, dentro lo spazio di un già
affermato ‘comune’-‘insulare’, null’altro che il confine,
quel limen-limes che preserva, nella reciprocità
di un costitutivamente irrinunciabile contatto, quelle
differenze che ci definiscono come ‘differenti’ pur
nell’uguaglianza del comune:
«Il
fine è con-fine, il contatto con l’altro. L’estremo
limite di un ente, ciò che massimamente lo
definisce, è anche il comune, ciò che
esso ha di essenzialmente comune con l’altro da sé.
Nessun confine, dunque, può richiudere il luogo.
Nessun confine può e-liminare l’altro o escluderlo,
poiché lo implica nella sua stessa essenza»
(21).
In quest’ottica
interpretativa nessuna pregiudiziale chiusura etnicamente
connotata sarà possibile: nell’interpretazione
da noi posta in essere del Nomos-Arcipelago si tratta
di preservare la reciprocità tra i riconosciuti
e distinti soggetti politici, nel nome di un pluralismo
tutto da re-inventare, per sottrarsi all’uniforme
dell’indifferenziato spazio omogeneo della globalizzazione.
La logica che presiede al suddetto concetto di confine,
esclude non solo le deleterie istanze claustrofobiche
degli “identitarismi” razziali, che spesso nascondono
ben specifici interessi economici, facendoli apparire
per quello che realmente sono, vale a dire fenomeni
del tutto speculari alla globalizzazione stessa, bensì
depotenzia finanche la solo apparentemente più
innocente, ma ai nostri occhi altamente pericolosa
ed intollerante, per quanto continuamente idolatrata,
politica della tolleranza. Il tollerare non implica
il ‘riconoscimento’ dell’altro da sé, la salvaguardia
dell’alterità in quanto tale a partire da una
effettiva considerazione paritaria delle differenti
istanze socio-culturali, bensì si fonda su
una neppure troppo implicita idea di superiorità
del sé e del proprio nucleo valoriale rispetto
al ‘differente’ tollerato, che può permanere
nello spazio in-formato dal sé solo e fintanto
che, adeguandosi, non mette in discussione i parametri
su cui si struttura la certezza del sé, prevalendo
dunque quella “tirannia dei valori” che fa «tollerare
soltanto ciò che non si reputa vero»
(22):
«La
tolleranza è sempre la “ragione del più
forte”, è un segno della sovranità;
è il buon viso della sovranità che,
dalla sua altezza, fa capire all’altro: non sei insopportabile,
ti lascio un posticino a casa mia, ma non dimenticarlo,
sei a casa mia . . .» (23).
L’Arcipelago,
in quanto metafora di un Nomos della Terra “scardinato”,
che riconosca nell’enorme ricchezza rappresentata
dalle diversità il ‘cardine’ unico intorno
a cui strutturarsi, lo si considera come una possibile
soluzione, come l’estremo tentativo di un rinnovato
‘radicarsi’, laddove ogni stare sembra impossibile,
per iniziare a sottrarre terreno a quell’uniforme
oceano dell’indifferenziato, che annulla ogni peculiarità,
al fine di pervenire ad uno spazio finalmente liscio,
da in-formare mediante i dettami di quel razionalismo
occidentale che persegue, nel fenomeno della globalizzazione,
la “riduzione” ad unum del mondo intero, traducendosi
così in occidentalizzazione del mondo.
È il Nomos-Arcipelago un antidoto alle pretese
di quegli interpreti che, come J. Schmierer, intravedono
in un rafforzato rapporto tra Stati Uniti ed Europa
l’unica soluzione affinché si possa ‘regolamentare’
la globalizzazione:
«La
Ue farebbe bene a promuovere tra gli stati membri,
tra i cittadini e le cittadine dell’unione una visione
della globalizzazione che favorisca un rafforzamento
politico dell’alleanza tra l’Europa e l’America»
(24).
Difatti «solo
insieme con gli Usa e in una larga alleanza di repubbliche
democratiche possono essere sviluppati forme e strumenti
di una efficace regolazione della globalizzazione
attraverso la sfera statale e una società civile
cosmopolita» (25).
Ritenendo dapprima opportuno comprendere che cosa
si debba intendere per repubbliche democratiche —
forse non basta definirsi tali nominalmente, per essere
poi tutt’altra cosa nella sostanza e nella pratica
politica quotidiana — e considerando poi il concetto
stesso di globalizzazione, per definizione, refrattario
all’imposizione di limiti e, dunque, necessariamente
escludente il permanere della forma-Stato e la ‘classica’
idea di sovranità ad essa afferente, ci sembra
che in tali considerazioni non si faccia presente
null’altro che la necessità di salvaguardare
gli interessi della “megafortezza” Stati Uniti-Europa,
senza porsi minimamente il problema di quel che accadrebbe
nelle rimanenti parti del mondo, assoggettate di già
ai ‘bisogni’ illimitati dei signori della Terra. Tale
posizione tradisce non solo l’idea della presunta
superiorità del razionalismo occidentale, ma
riconosce, senza criticarlo, l’attuale status mondiale,
che si regge su una disuguaglianza assoluta e su un’enormità
di sperequazioni: altro che libero mercato governato
da un’“invisibile mano”!
Per evitare allora «l’empio costrutto di un’altra
Torre» (26)
— ove, però, nella più assoluta confusione
una lingua sovrasterebbe tutte le altre —, nel nome
di un irrinunciabile pluriverso in grado di liberarsi
da quella grigia “uniforme” distesa in-differentemente
sull’intero mondo occidentalizzato, pensiamo che un
Nomos della Terra ordinato secondo la figura geofilosofica
e geopolitica dell’Arcipelago possa rappresentare
l’inizio di un sapere cor-rispondere alla schmittiana
«ricerca del regno di senso della terra»
(27), senza
dimenticare che non sarà possibile rinvenire
senso alcuno laddove una nuova organizzazione planetaria
non venisse concepita entro un orizzonte di pensiero
che preveda strutture socio-politiche ed economiche
del tutto alternative rispetto alle antiumanistiche
logiche dominanti. Forse l’Angelo della storia (28)
di Benjamin potrebbe finalmente entrare ad occhi aperti
nel futuro ed iniziare a vedere sempre più
in lontananza quell’enorme cumulo di macerie, che
porta bene impresso il marchio del nichilismo: il
passato, carico di distruzioni, potrebbe allora definitivamente
‘passare’, anche se mai andrà sottovalutato
il rischio che il presente, nel farsi reiterato annuncio
del futuro, porti con sé a traino un passato
sempre pronto a diventare esso stesso futuro.
Note:
(1)
G. Caccia, L’Europa dei «cittadini
globali», in AA.VV., Europa politica, cit.,
p. 257.
(2) Per una ripresa, nel Novecento,
consapevole dell’orizzonte del nichilismo, dell’idea
già kantiana di Stato mondiale cfr. E. Jünger,
Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione, tr.
it. di A. Iadicicco, Guanda, Parma 1998.
(3) G. Marramao, Passaggio a Occidente,
cit., p. 47.
(4) I. Kant, Per la pace perpetua,
tr. it. di R. Bordiga, Feltrinelli, Milano 1995, p.
64.
(5) Ibidem.
(6) M. Cacciari, Geo-filosofia dell’Europa,
Adelphi, Milano 1994, p. 109.
(7) Collettivo 33, Nostra compagna
clandestina, Postfazione a J. Derrida, Cosmopoliti
di tutti i paesi, ancora uno sforzo!, tr. it. di B.
Moroncini, Cronopio, Napoli 1997, pp. 50-51. Sulla
necessità di riuscire a conciliare “la Legge
di un’ospitalità incondizionata” con “le leggi
condizionate di un diritto all’ospitalità”,
Derrida così si esprime: «Si tratta di
sapere come trasformare e far progredire il diritto.
E di sapere se questo progresso è possibile
in uno spazio storico che si tiene tra La Legge di
un’ospitalità incondizionata, offerta a priori
ad ogni altro, a ogni arrivante, chiunque sia, e le
leggi condizionate di un diritto all’ospitalità
senza il quale La Legge incondizionata dell’ospitalità
rischierebbe di restare un pio desiderio, un desiderio
irresponsabile, senza forma e senza efficacia, cioè
di pervertirsi ad ogni istante» (J. Derrida,
Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo!,
cit., p. 34). Il Collettivo 33 interpreta il rapporto
tra la Legge dell’ospitalità ed il diritto-dovere
dell’ospitalità alla stregua della classica
opposizione-correlazione tra universale e particolare;
si è così di fronte all’opposizione
filosofica per antonomasia: «Da un lato ciò
che Derrida definisce La legge incondizionata dell’ospitalità,
principio trascendentale e/o idea regolativa, che
obbliga ad un’accoglienza senza riserve; dall’altro
le leggi determinate che traducono sul piano delle
legislazioni vigenti La legge pura ed assoluta. Questa
opposizione […] non è che una variante delle
opposizioni classiche della metafisica fra razionale
e sensibile, universale e particolare, trascendentale
ed empirico, etc.» (Collettivo 33, Nostra compagna
clandestina, cit., pp. 42-43). Sulla necessità
del rapporto tra La Legge e le leggi dell’ospitalità
cfr. C. Resta, L’evento dell’altro. Etica e politica
in Jacques Derrida, Bollati Boringhieri, Torino 2004.
(8) A.M. Iacono, Il problema dell’altro
nell’universalismo occidentale, “Paradigmi”, X, 30,
Settembre-Dicembre 1992, p. 559. Iacono declina l’universalismo
nell’ottica interpretativa dell’occidentalizzazione
del mondo, i cui portati, all’universalismo stesso
complementari, vanno rinvenuti nella recrudescenza
dei nazionalismi, nel razzismo, nel sessismo: «Appare
[…] difficilmente sostenibile un’interpretazione che
veda nel razzismo, nel nazionalismo, nel sessismo
degli aspetti eliminabili nel corso del “progresso”.
Razzismo, nazionalismo e sessismo risultano complementari
all’universalismo o, per meglio dire, al modo in cui
l’universalismo è stato offerto al mondo dai
popoli occidentali moderni» (ivi, p. 556). Sulla
declinazione dell’universalismo secondo le istanze
dell’homo democraticus occidentale, il quale traduce
l’universalismo in coattiva occidentalizzazione del
mondo, rivelando così quella “tirannia dei
valori” che ne in-forma la logica, cfr. M. Cacciari,
L’Arcipelago, Adelphi, Milano 1997, p. 128: «Il
Tiranno che l’homo democraticus alleva in sé
non esaurisce il proprio compito nell’esercizio, in
qualsivoglia forma, del potere. La sua missione è
spirituale: fare del cosmo una città, di tutti
i luoghi uno spazio, di tutte le convinzioni la convinzione
sull’efficacia della Tecnica per il raggiungimento
di qualsiasi fine — e di tutte le fedi un’etica sola».
(9) Ivi, p. 31.
(10) Ivi, p. 16.
(11) Ibidem.
(12) Sulla logica che presiede al
concetto di “singolarità” ecco come si esprime
J.-L Nancy, Alla frontiera, figure e colori, in AA.VV.,
Geofilosofia, a cura di M. Baldino, L. Bonesio e C.
Resta, Lyasis, Sondrio 1996, p. 185: «Il singolare
vale solo a esporre la sua singolarità – ma
l’esposizione non vale che per condividere [partager]
questa stessa singolarità, e dunque anche per
metterla in comune. Non c’è singolare che molteplice,
come indica bene il latino, che conosce il termine
singuli solo al plurale: “uno per uno”, il singolare
non ha senso che numeroso, staccato, trincerato, con-diviso
[partagé]. Questo senso del singolare-plurale
è indubbiamente il senso di cui oggi noi abbiamo
penuria e bisogno».
(13) Cfr. M. Cacciari, L’Arcipelago,
cit., p. 18: «Il molteplice potrà esser
detto in quanto manifesta un logos. Logos implica
il rapporto, la relazione: tra soggetto e oggetto,
tra uno e molti».
(14) Ivi, pp. 20-21; inoltre cfr.
ivi, p. 19: «Pretendere di inghiottire nell’Uno
“le isole madri d’eroi” significherebbe per il logos
non solo la massima hýbris, ma negare la propria
stessa natura: in quanto scelta, connessione, rapporto,
il logos presuppone la verità del molteplice».
(15) H. Friese, L’Europa a venire,
in AA.VV., Europa politica, cit., p. 60.
(16) Ivi, p. 62.
(17) Ivi, p. 70. In quest’ottica
interpretativa va inserita la stessa modalità
di pensare l’Europa da parte di Friese; l’Europa va
pensata come un insieme di «spazi nei quali
differenze irriducibili e comunanze si incontrano
e si modellano reciprocamente; un arcipelago infinito
di lingue, voci, narrazioni e logoi diversi. Europa,
dia-logos, diviene così il nome di uno spazio
autonomo senza alcun centro gerarchico, spazio di
irriducibili singolarità disperse e nondimeno
connesse, senza patria o patriottismo, spazi che entrano
incessantemente e produttivamente in relazioni reciproche»
(ivi, p. 72).
(18) G. Caccia, L’Europa dei «cittadini
globali», cit., p. 257.
(19) Per una modalità di concepire
la frontiera non come rigida chiusura, bensì,
in maniera diametralmente opposta, come luogo d’incontro,
linea costantemente mobile, cfr. J.-L. Nancy, Alla
frontiera, figure e colori, cit., p. 186: «Il
senso è la frontiera. Non la frontiera in quanto
chiusura e delimitazione di dominio, né in
quanto figura piena, identificata, ma la frontiera
in quanto tracciarsi frattale di una figura sempre
mobile, spostabile, e il cui bordo “esterno” tocca
incessantemente il bordo “interno” di un’altra figura,
di una pluralità di altre figure».
(20) M. Cacciari, Nomi di luogo:
confine, “aut aut”, 299-300, 2000, p. 73. Domandandosi
Cacciari se confine debba essere declinato secondo
le modalità del limen, da intendersi come la
soglia attraverso la quale «veniamo accolti,
oppure e-liminati» (ibidem), piuttosto che secondo
quelle del limes, «il cammino che circonda un
territorio, che ne racchiude la forma» (ibidem),
conclude che «non può esistere confine
che non sia limen e limes insieme» (ibidem).
In queste bellissime pagine, Cacciari rinviene peraltro
la coincidenza, alla luce di un’originale interpretazione
di alcuni passi della Fisica di Aristotele, di confine
e luogo, laddove il luogo non viene inteso come uno
spazio de-finito, che può contenere in sé,
alla stregua del rapporto che sussiste tra contenitore
e contenuto, bensì come «le estremità
stesse in im-mediato contatto, ta eschata» (ivi,
p. 74). La relazione tra frontiera e confine viene
considerata in maniera del tutto opposta all’interpretazione
data da Cacciari in A. Dal Lago-S. Mezzadra, I confini
impensati dell’Europa, cit., p. 143: «Del termine
confine si è spesso evidenziato […] il diverso
significato rispetto a quello, pur semanticamente
contiguo, di frontiera: mentre quest’ultimo fa riferimento
a uno “spazio di transizione”, in cui forze e soggetti
diversi entrano in relazione, si scontrano e si incontrano
mettendo comunque in gioco (e modificando) la propria
“identità”, il confine, fin dalla sua originaria
accezione di solco tracciato nella terra, istituisce
una linea di divisione a protezione di spazi politici,
sociali e simbolici costituiti e consolidati».
(21) M. Cacciari, Nomi di luogo:
confine, cit., p. 75. Strettamente correlata a questa
concezione divisoria-accomunante del confine è
la declinazione che Cacciari fornisce della cosiddetta
“politica dell’amicizia” o “dell’ospitalità”:
«È proprio affermando la mia differenza
con l’altro, la mia singolarità, che io sono
con lui — anzi: che io sto, che stando necessariamente
mi oppongo a ciò che mi sta di fronte a sua
volta (stásis), e che in questo confronto,
in questa contesa, mi riconosco con lui. L’altro diviene
l’inseparabile Cum. La mia ‘libertà’ da lui
è la mia ‘amicizia’ con lui. Per poterlo ospitare
dovrà essermi hostis» (Id., Geo-filosofia
dell’Europa, cit., p. 25).
(22) Ivi, p. 144.
(23) G. Borradori, Autoimmunità,
suicidi reali e simbolici, cit., p. 137. A proposito
della logica discriminante della tolleranza così
si esprime Cacciari: muovendo dal «prepotente
pre-giudizio intorno alla suprema evidenza del proprio
cogitare, le altre culture sono tollerate in quanto
precisamente in-fanti, e cioè in itinere verso
quell’unica forma controllabile, verificabile, produttiva
del linguaggio che è quella della ragione discorsiva.
Tollerate, ma, insieme, educate» (M. Cacciari,
Geo-filosofia dell’Europa, cit., p. 144).
(24) J. Schmierer, Un’Europa politica
allargata nel mondo globalizzato, in AA.VV., Europa
politica, cit., p. 269.
(25) Ibidem. In un orizzonte di pensiero
totalmente differente, Cacciari indica per l’Europa
tutt’altra strada da seguire, affinché possa
finalmente tornare ad assurgere ad un ruolo politico
di primo piano e smettere così i panni del
fedele esecutore del volere degli Stati Uniti, ‘definendo’
finalmente se stessa: «L’Europa dovrà
decidersi in quale senso, in quale direzione perseguire
il proprio eschaton. Non potrà più a
lungo “restare in sé”. Ciò le è
stato possibile dopo la Seconda Guerra Mondiale, costretta
tra i due titani vincitori, non europei. Ma anche
quell’epoca è finita. L’Europa definirà
il suo spazio e perciò se stessa nella misura
in cui deciderà il proprio confine. Se ergerà
una frontiera a Est e a Sud e muoverà a Occidente,
sarà elemento e null’altro della globalizzazione-occidentalizzazione
di cui si è parlato. Se muoverà a Oriente
e, contemporaneamente, al Mediterraneo, se assumerà
in sé Est e Sud, potrà essere luogo-e-confine,
essere confinis e riconoscere i confines come essenziali
alla sua idea. Il suo tramonto nel grande oceano occidentale
sarebbe scomparsa e basta; il suo tramonto a Oriente
e nel Mediterraneo potrebbe, invece, rappresentare
la “invenzione” del suo proprio luogo» (M. Cacciari,
Nomi di luogo: confine, cit., pp. 78-79).
(26) C. Resta, Stato mondiale o nomos
della terra. Carl Schmitt tra universo e pluriverso,
Pellicani, Roma 1999, p. 104.
(27) C. Schmitt, Prefazione a Il
nomos della terra nel diritto internazionale dello
«jus publicum Europaeum», tr. it. di E.
Castrucci, Adelphi, Milano 1991, p. 15.
(28) Cfr. W. Benjamin, Tesi di filosofia
della storia, in Angelus novus. Saggi e frammenti,
a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1995, Tesi 9,
p. 80: «C’è un quadro di Klee che s’intitola
Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in
atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo.
Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese.
L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha
il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena
di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula
senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi
piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti
e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal
paradiso, che si è impigliata nelle sue ali,
ed è così forte che egli non può
più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente
nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo
delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò
che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
(pubblicato
il 27 Novembre 2005)