Globalizzazione
e Modernità
Tratto
dalla tesi di dottorato “Riflessi di Modernità.
Nichilismo e globalizzazione”
di
Domenico Mostaccio
Parte
I
Una consuetudine
ormai largamente maggioritaria impone l’utilizzo del
termine globalizzazione per indicare una congerie
di fenomeni tra loro altamente diversificati e spesso
apparentemente in contrasto o, perlomeno, difficilmente
accostabili da un punto di vista logico: globalizzazione
è divenuta così la parola chiave dei
nostri tempi, il grimaldello concettuale per accedere
alla spiegazione di ogni fenomeno contemporaneo, una
sorta di passe partout gnoseologico che rischia però
di trasformarsi in un vuoto simulacro se lo si lascia
permanere in quell’alone di indeterminatezza che ne
fa aprioristicamente o la panacea di tutti i mali,
oppure, in totale contrapposizione, il peggiore dei
mali possibili.
Il considerare la globalizzazione da una prospettiva
analitica prettamente filosofica, muovendoci nel cono
d’ombra interpretativo di lucidi interpreti della
Modernità, ci spinge a credere che la globalizzazione
vada considerata, alla luce della sua natura altamente
nichilistica, come l’espressione estrema della Modernità
(1), il portato ultimo di quel nichilistico
dislocarsi che riflette la logica della Modernità
stessa in quelle modalità di pensiero rivelatesi
vincitrici nello scontro epocale che l’ha in-formata
(2). Vero
è che la struttura del moderno risponde ad
una logica fortemente dualistica, nutrita da contrapposizioni
non del tutto scomparse neppure in questo scorcio
estremo della Modernità che, esemplificando
molto, definiamo globalizzazione, ma altrettanto innegabile,
al di là degli ultimi residui ‘polemici’, appare
la superiorità, fin troppo manifesta, di quell’ordine
di idee e di quel progetto che fa capo al razionalismo
occidentale nella sua forma individualistico-capitalista:
«Nelle
analisi critiche attuali, “la modernità occidentale”
è spesso vista tout court come la realizzazione
di un progetto capitalista-imperialista di dominazione
che genera oppressione e alienazione attraverso le
asimmetrie del potere e le combinazioni della razionalità
strumentale e dell’individualismo atomistico come
modi principali per rapportarsi al mondo e agli altri»
(3)
.
È questo
il volto che la Modernità è venuto ad
assumere lungo la storia degli ultimi cinque secoli,
fino a manifestarsi limpidamente, con connotati ben
precisi e con caratteri ormai largamente dominanti,
nell’era della globalizzazione, al di là della
disputa sulla modernità o postmodernità
del fenomeno in questione.
Che la globalizzazione potesse divenire l’approdo
ultimo della Modernità, a posteriori sembra
essere già inscritto nelle dinamiche che la
Storia aveva assunto fin dalla scoperta dell’America,
riconosciuto atto di nascita della Modernità
stessa, avvenimento-conferma della globalità
del mondo, fino a quel momento soltanto intuita ed
ora, finalmente, provata. L’avere oltrepassato ad
Occidente i confini dell’Europa — anche se in verità
già prima della scoperta dell’America ci si
era spinti ben oltre le coste del vecchio continente,
fino a lambire i litorali del Nordamerica (4)
—, con l’approdo finale della scoperta sopra menzionata,
essa stessa inscritta all’interno di una spesso troppo
sottovalutata “rivoluzione spaziale”, modifica necessariamente
le strutture economico-politico-sociali dell’Europa:
il vecchio continente si rivela adesso come uno spazio
politico da ripensare nell’ottica di una riconosciuta
globalità ed in relazione agli insorgenti spazi
non ancora “politici”, ma in prospettiva potenzialmente
tali. Riconoscere in linea teorica la definizione
che Ulrich Beck dà della globalità (5),
non può di certo celare il fatto che la globalità,
pur sottostando al concetto-fenomeno della globalizzazione,
non necessariamente la implica: che la globalizzazione
abbia i connotati della globalità è
fuor di discussione, ma sembra altrettanto incontrovertibile
che la globalità non debba necessariamente
sfociare nella globalizzazione.
Bisogna allora iniziare ad intendersi relativamente
ai contenuti ed alla ‘sostanza’ della globalizzazione,
provando a de-finire l’indefinibile, quanto per sua
natura si mostra del tutto refrattario all’imposizione
di confini, avendo come ultimo approdo l’unità
del mondo, unico ineliminabile confine. Nella labilità
di una definizione che per l’intima instabilità
del fenomeno in questione non può di certo
cristallizzarsi, che cosa si deve allora intendere
con il termine globalizzazione? Quali contenuti si
vogliono veicolare nel fare riferimento ad esso? Che
cosa comporta l’aderire o meno alla sua logica?
Una buona base su cui provare a strutturare il nostro
riflettere su di un fenomeno tanto complesso, quanto
eterogeneo nel suo multiforme manifestarsi, può
essere rinvenuta nell’approccio alla tematica della
globalizzazione posto in essere da Henri Bartoli:
«Dire
che oggi il mondo si va globalizzando significa constatare
che a un mondo strutturato come un campo di forze,
in cui Stati sovrani mossi da una logica geopolitica
si affrontano e si adattano gli uni agli altri, tende
a sostituirsi un mondo organizzato come una rete gerarchizzata,
definita da centri e da periferie i cui spazi hanno
perso la rigidità delle divisioni statali».
(6)
La conformazione
a rete di un mondo gerarchicamente organizzato si
regge su di una logica altamente dislocante, governata
da principi transnazionali, che sopravanzano inequivocabilmente
la rigidità dei confini statali e la relativa
sovranità, finora ben definita e reciprocamente
riconosciuta, ponendo così la questione di
una riformulazione irrinunciabile dei criteri di sovranità
in spazi politici — ammesso che di “spazio” si possa
ancora parlare — che non hanno più, se non
in apparenza, la conformazione degli spazi politici
ben identificabili della Modernità. Alla definizione
sopra riportata di Bartoli, in maniera del tutto speculare,
fa così eco Beck, per il quale
«globalizzazione
significa […] il processo in seguito al quale gli
Stati nazionali e la loro sovranità vengono
condizionati e connessi trasversalmente da attori
transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro
orientamenti, identità e reti». (7)
In quest’orizzonte
di pensiero la globalizzazione viene strettamente
connessa all’agire di quegli attori transnazionali
che si riconoscono — non potrebbe essere altrimenti
— in quella logica ed in quelle modalità d’agire
facenti capo ai principi del liberismo-capitalismo,
ideologia confermatasi vincente nello scontro con
l’altrettanto universalistica e per certi versi speculare
ideologia marxista-comunista. Di fronte a tale ‘oggettiva’
constatazione sembra alquanto forzata la distinzione
cui ricorre lo stesso Beck, laddove separa quelli
che a nostro parere sono elementi così intrinsecamente
correlati da coincidere non solo nella sostanza, ma
finanche nelle modalità di esplicarsi, vale
a dire la globalizzazione ed il globalismo, intendendo
«con globalismo […] il punto di vista secondo
cui il mercato mondiale rimuove o sostituisce l’azione
politica, vale a dire l’ideologia del dominio del
mercato mondiale, l’ideologia del neoliberism (8).
Conferma diretta della supposta coincidenza tra globalizzazione
e globalismo, tra dinamiche di potere transnazionali
ed ideologia neoliberista, strutturata intorno alla
“mercificazione” del mondo ed alla riduzione dello
stesso ad onnicomprensivo mercato, con l’economia
a surclassare la politica, arma di scorta per supportare
le inevitabili crisi che l’economia di mercato porta
implicite, giunge ad esempio da Carlo Galli:
«L’economia,
tanto finanziaria quanto produttiva, travalica lo
spazio dei confini e delle forme vitali, e sostituisce
la politica nel conferire senso allo spazio, dando
vita a quella che ormai si definisce appunto geo-economia,
che vede lo Stato costituire soltanto una variabile
del processo economico» (9).
Al di là
delle dispute solo apparentemente terminologiche,
che celano nella sostanza diverse interpretazioni
della globalizzazione ed un altrettanto differente
posizionarsi critico nei confronti della stessa, ciò
che sembra costituire indiscutibilmente un punto condiviso,
da qualunque prospettiva ci si ponga nel tentativo
di comprensione del fenomeno in questione, va rinvenuto
nel nesso che lega inestricabilmente le strutture
portanti della globalizzazione, fondate sulle istanze
tecno-economiche del razionalismo occidentale, e la
totale perdita dei legami territoriali, di ogni forma
di radicamento nell’era dell’assoluta e reiterata
mobilità (10),
che mette in questione la possibilità stessa
di ogni stare. Appare allora pertinente la constatazione
di Zygmunt Bauman sul processo di costante delocalizzazione
in atto:
«L’ultimo
quarto del nostro secolo [XX] passerà alla
storia come la Grande guerra di indipendenza dallo
spazio. Una guerra durante la quale i centri decisionali,
insieme alle motivazioni stesse che determinano le
decisioni, gli uni e le altre ormai liberi da legami
territoriali, hanno preso a distaccarsi, in forma
continua e inesorabile, dai vincoli imposti dai processi
di localizzazione» (11).
L’avanzare
imperterrito delle nichilistiche forze “oceaniche”
su scala planetaria, l’imposizione coattiva del loro
totalizzante “linguaggio” tecno-economico, che non
riconosce null’altro al di fuori della riproducibilità
costantemente uniforme di se stesso, in nome di una
logica autoreferenziale dell’omologo, allergica al
permanere di quelle differenze che costituiscono il
‘limite’ alla sua onnicomprensiva tendenza, sfondano
i rigidi confini della sovranità statale, di
quella forma-Stato che per secoli aveva governato
la storia dell’Europa e, di riflesso, energicamente
influito sulla storia del mondo intero. In consonanza
con Giacomo Marramao si può certamente affermare
che
«l’odierna
globalizzazione innesca, se non la fine (poiché,
sotto il profilo strutturale, la forma-Stato appare
per il momento destinata a durare, mentre, sotto il
profilo strettamente quantitativo, il pianeta ha conosciuto
negli ultimi anni un vero e proprio boom delle nascite
di Stati nazionali o subnazionali), certo un declino
del Leviatano e un’erosione costante delle sue prerogative
sovrane» (12).
Considerando
lo Stato, schmittianamente, come la forma politica
per antonomasia della Modernità, nata in uno
spazio ed in un tempo ben precisi, l’Europa del XVI
secolo, per porre fine alle guerre civili di religione,
sembra lecito constatare, come peraltro aveva già
anticipato lo stesso Schmitt, in tempi non sospetti,
all’epoca de Il concetto del ‘politico’ (1932), che
l’epoca della statalità si è ormai definitivamente
conclusa. Lo Stato sovrano, le cui inalienabili prerogative
politiche, economiche, sociali, culturali, belliche
definivano il senso del suo potere, del suo essere
considerato alla stregua di tutti gli altri Stati
come “uguale soggetto politico”, pariteticamente justi
hostes nel circoscritto spazio europeo, lo Stato riconosciuto
dal modello di Westfalia, forma politica jus superiorem
non recognoscens, nell’era globale del nichilismo
totalmente dispiegato non può più, proprio
per cause strutturali, sussistere. Quella che impropriamente
si continua a chiamare forma-Stato — avendone peraltro
esteso l’incidenza nominalistica a gran parte delle
strutture politiche site in ogni angolo del globo
— si è trasformata ormai in una parvenza di
statalità, vuoto involucro ove si perpetua,
perlomeno nelle democrazie occidentali, il ‘formalismo’
democratico del parlamentarismo: il Parlamento lo
si può considerare ancora lo spazio del pubblico
confronto e della pubblica deliberazione legislativa,
insomma il luogo principe della politica, solo se
si riconosce all’azione politica il ruolo di ratifica
delle leggi che il mercato coattivamente richiede
per il suo stesso funzionamento; si antepone così
la salvaguardia delle strategie imposte dai superpoteri
o potentati economici, mai realmente visibili (13),
ai ben visibili bisogni del popolo rappresentato.
Soltanto riconoscendo lo Stato attuale come una sorta
di apparato legislativo-burocratico atto a perpetrare
le politiche economiche transnazionali, ingranaggio
di quella megamacchina tecno-economica cui spetta
il compito di mantenere l’ordine nello spazio di propria
competenza, si può convenire con Noam Chomsky
che nell’era delle interconnessioni globali
«gli
apparati statali del nostro tempo sono più
forti e complessi che mai, ma nell’epoca del neoliberismo
mostrano una preoccupazione minima per interessi che
non siano quelli economici. La centralità dei
governi e della politica acquista il massimo risalto
con l’emergere dell’economia del mercato globale»
(14).
Irrimediabilmente
destinate a non lasciare traccia alcuna nell’attuale
dibattito sulla globalizzazione, in quanto obiettivamente
fondate su una mistificazione della realtà,
ritenendo la globalizzazione stessa un mito o, peggio
ancora, una costruzione ideologica, si presentano
le tesi di quelli che Held e McGrew definiscono, in
relazione al fenomeno qui considerato, gli “scettici”.
In nome della difesa dello status quo, guidati da
una logica che cela malamente la salvaguardia di ben
precisi interessi economico-politici, costoro non
si limitano ad ignorare la sempre crescente uniformazione
culturale, ma, seguendo le modalità di pensiero
tipiche del “negazionismo”, non soltanto ritengono
illusoria l’esistenza di un’economia mondiale, bensì
sostengono addirittura, contro ogni logica, che la
forma-Stato non solo non si è depotenziata,
ma si è finanche rafforzata rispetto all’epoca
della ‘moderna’ statalità:
«Gli
stati continuano a contare e rimangono il centro focale
delle attività di deliberazione pubblica e
la sede principale del dibattito politico […]. Le
arene politiche nazionali sono oggi altrettanto importanti
che al momento della formazione degli stati moderni,
se non addirittura di più» (15).
Le analisi
che Marx, Nietzsche, Heidegger, Jünger, Schmitt,
Weber e tanti altri ancora hanno elaborato con non
comune profondità teoretica sembrano essere
naufragate lungo i litorali della conoscenza, incapaci
di scalfire le certezze degli “scettici” della globalizzazione,
così come invano sembrano trascorsi gli ultimi
secoli della storia europea e mondiale.
Al di là di quelle che consideriamo inattendibili
ipotesi di pensiero, fondate su illogiche elucubrazioni
mentali, si mostra di gran lunga più confacente
alla realtà, o quantomeno più razionale
nella sua formulazione, per quanto discutibile possa
essere, il ritenere, sulla scia di Hardt e Negri,
che
«gli
stati-nazione fungono da filtri della circolazione
mondiale e da regolatori dell’articolazione del comando
globale. In altri termini, gli stati-nazione catturano
e distribuiscono i flussi di ricchezza da e verso
il potere globale e disciplinano le popolazioni»
(16).
Il farsi globale
delle istanze tecno-economiche del razionalismo occidentale,
che connotano questo scorcio estremo della Modernità
esplicantesi nella globalizzazione, se da una parte
produce il depotenziamento della sovranità
statale, a tutto vantaggio di strutture di potere
sovranazionali, delocalizzate e, dunque, sempre presenti
in tutti i nodi nevralgici di quella rete gerarchizzata
tradottasi nella maschera del mondo, dall’altra parte,
quasi come necessario contraltare all’omologazione
in atto, per sottrarsi alla logica dell’“uniforme”,
fomenta l’insorgenza di regionalismi e localismi identitari.
Globalizzazione e regionalizzazione, al di là
dell’apparente inconciliabilità, vanno così
intesi, nella loro intima correlazione di fenomeni
complementari che, pur nella dialettica di una costante
contrapposizione, si corrispondono:
«L’assunzione
di una linearità e il criterio dell’alternativa
secca, l’“o…o” che sta alla base dell’assiomatica
nazional-statale, vengono sostituiti in particolare
dall’assunzione del “sia…sia”: globalizzazione e regionalizzazione,
congiunzione e frammentazione, centralizzazione e
de-centralizzazione sono dinamiche complementari,
come le due facce di una stessa medaglia» (17).
Riconoscere
la complementarietà di fenomeni quali la globalizzazione
e la regionalizzazione, che sembrano rispondere ad
una logica di potere rispettivamente centripeta l’una
e centrifuga l’altra, crediamo debba trattenerci dal
sostenere tout court, come invece ipotizza G. Marramao,
che le insorgenze identitarie in atto — sarebbe più
opportuno parlare di difesa del “tradizionale” e di
salvaguardia delle differenze —, peraltro presentate
sotto la categoria del “mitologema romantico”, siano,
secondo le modalità corrispondenti di causa
ed effetto, determinate dal diffondersi su scala planetaria
delle manifestazioni tipiche del razionalismo occidentale,
che ne implementerebbe costantemente la proliferazione,
suscitando chiusure reazionarie, nel senso di re-attive,
rispetto alla logica omologante del tecnototalitarismo
e del mercato imperante:
«La
tesi per cui la modernizzazione costituirebbe una
minaccia per le “identità tradizionali” non
è dunque altro che un mitologema romantico.
La compressione spaziotemporale della modernità-mondo
non induce il declino delle identità, bensì
la loro proliferazione. È il presente del tempo
globale che permette […] di autoidentificarsi attraverso
la ripresentificazione nostalgica dei momenti e dei
tratti salienti della propria comunità immaginata.
Sotto la spinta del globale […] diversi gruppi sono
portati, per differenziarsi dagli “altri”, a riscoprire
(e dunque a reinventare) le proprie tradizioni culturali»
(18).
La difesa delle
proprie tradizioni culturali, della propria ‘specificità’,
di quelle peculiarità che definiscono gli spazi
della differenza, da contrapporre alla logica omologante
dell’uniforme pensiero tecnoeconomico, viene forse
troppo frettolosamente ricondotta alla categoria del
“nostalgico”, negativamente connotata per gli impliciti
richiami a concezioni reazionarie e razziste: sarebbe
il caso di risemantizzare tutta una serie di termini
che le dinamiche della Storia hanno posto in relazione
ad eventi drammatici e tremendi, definendone negativamente
il senso, come nel caso di parolechiave “maledette”
quali tradizione, identità, differenze, etc.
È certamente reale il rischio che la pur nobile
salvaguardia delle differenze funga da paravento per
la difesa di specifici interessi economici, senza
che neppure si provi a mettere in discussione quel
sistema su cui si reggono e da cui, evidentemente,
si traggono dei grandi vantaggi:
«I
conflitti di interesse e le discriminanti di classe,
che pure […] persistono in tutta la loro asprezza,
si trovano ormai inestricabilmente incapsulati dentro
la dinamica dei conflitti identitari […]. Gli interessi
vengono declinati in maniera differente a seconda
del contesto e della forma-di-vita: vengono cioè
identificati a partire dall’esistenza situata, dalla
diversa collocazione cultural-identitaria dei “soggetti”»
(19).
Altrettanto
grande, come ha sottolineato giustamente Carlo Galli,
è il rischio che l’insorgenza dei localismi
venga declinata in termini e modalità di pensiero
con conseguenti formulazioni politiche reazionarie,
quando non addirittura xenofobe e razziste:
«Le
aperture dello spazio politico moderno realizzate
dai flussi economici e di persone generano anche fenomeni
di agorafobia, che mettono capo a resistenze che si
autodefiniscono “tradizionali”, a insorgenze locali,
a nuovi comunitarismi. Si assiste insomma a una reazione
da parte di coloro che rifiutando il destino di meticciato
o anche solo di convivenza multietnica, più
o meno conflittualmente si inventano un’identità
tanto da implicare a volte la secessione dello Stato,
e quasi sempre nuove forme di esclusione verso i nuovi
venuti» (20).
Eppure la salvaguardia
delle differenze, se declinata nel rispetto non soltanto
delle differenze culturali, ma anche di quelle ambientali
e naturali (21),
riconquistando al suo significato originario ed esistenziale
il senso del “limite” (22),
può fungere da indispensabile baluardo difensivo
rispetto al grigio uniformante dell’indifferenziato
apparato tecno-economico: si verrebbe così
a sottrarre spazio a quella che sembra essere l’ineluttabile
affermazione di un pensiero strumentale ed altamente
omologante, inserendosi, con modalità di pensiero
totalmente altre, in quelle crepe che necessariamente
la megamacchina tecno-economica manifesta nel suo
reiterato dispiegarsi. Ci preme sottolineare che l’irrinunciabile
difesa delle differenze non implica affatto il riferimento
a collettività autoreferenziali, monadi senza
finestra alcuna, che fanno dell’“autenticità”
il nucleo strutturale del proprio essere, ermeticamente
chiusi ad ogni contatto con l’alterità, considerata
alla stregua dell’inautentico e, dunque, portatrice
di valori negativi o, addirittura, inferiori ed esiziali.
La salvaguardia delle differenze va strutturalmente
correlata a gruppi umani non etnicamente connotati,
benché profondamente saldi nel legame alle
proprie radici, non pregiudizialmente chiusi al rapporto
con l’altro, con il quale intrattenere un necessario
confronto.
Dopo avere posto alcuni indispensabili paletti concettuali,
atti a fungere da segnavia per meglio orientarsi lungo
il sicuramente non lineare cammino intrapreso, attraverso
un percorso in buona parte ancora da esplorare, avendo
assunto come perno della nostra interpretazione l’ipotesi
che la globalizzazione vada considerata come un fenomeno
da inscrivere a pieno titolo nel decorso della Modernità,
si tratta ora di provare ad individuare altri parametri
che possano fungere da supporto ad una sua più
approfondita analisi, per una quanto più possibile
esauriente comprensione della stessa.
Nel tentativo di ‘sostanzializzare’ l’ipotesi teorica
posta in essere, che lega indissolubilmente il nichilismo
alla globalizzazione, nella sua accezione di fenomeno
ipermoderno, ci si trova ora inevitabilmente di fronte
ad un bivio che immette su strade entrambe maestre,
da percorrere necessariamente, sebbene vicendevolmente
escludentesi, richiamando queste vie ermeneutiche
ipotesi interpretative opposte: va la globalizzazione
considerata come un necessario ed ineludibile “passaggio
a Occidente”, come paventato da Marramao, oppure la
si deve interpretare come “occidentalizzazione del
mondo”, così come impone la lettura della stessa
data da Latouche?
Nell’ottica di analisi in cui si pone Marramao, il
fulcro dell’interpretazione della globalizzazione
risiede nel tentativo di pensare il globale ed il
locale non alla stregua di una contrapposizione altamente
‘polemica’ ed escludente, dunque irriducibile a qualsiasi
forma di confronto che non si concretizzi in aperto
scontro, bensì come le manifestazioni più
evidenti ed ‘essenzialmente’ correlate di uno stesso
fenomeno, per evitare da una parte l’omologazione
implicita a quell’uniforme pensiero tecno-economico
che si riconosce nel razionalismo occidentale e dall’altra
il prevalere di quelle insorgenze identitarie che,
nutrendosi di nostalgie romantiche, rischiano di fornire
un humus culturale su cui possono germogliare modalità
d’azioni politiche improntate all’esclusione di matrice
xenofoba e razzista. Si tratta insomma di
«tentare
di elaborare un modello teorico della modernità-mondo
in cui i due lati del globale e del locale, dell’uniformazione
tecnologico-comunicativa e della differenziazione
cultural-identitaria, non si contrappongono in una
statica alternativa ma si compenetrano dinamicamente
in una relazione “interfacciale”» (23).
La compenetrazione
dinamica e dialettica di globale e locale che, seguendo
il ragionamento di Marramao, dovrebbe depotenziare
fin da subito le rivendicazioni pericolosamente “allergiche”
che fanno capo ai riformulati identitarismi reattivi,
viene ricondotta al neologismo concettuale-categoriale
glocal (24),
laddove già nel termine stesso si può
rinvenire la fusione, non solo nominalistica, di quanto
non costituisce più in tale prospettiva, alternativa,
bensì coappartenenza. Il glocal, conseguentemente,
non può essere inteso come
«una
mera contemporaneità-compresenza, dunque. Ma
una mutua implicazione di “omogeneizzazione” ed “eterogeneizzazione”.
Un’inclusione della “località” della differenza
nella stessa composizione organica del globale. La
globalizzazione assume così la forma di un
movimento diastolico-sistolico. Moto al contempo circolare
e intermittente, non risolvibile nella relazione scalare
micro-macro. Il locale non è un microcosmo
che riflette il macrocosmo del globale […]. Il glocal
si configura, a questo punto, come una coabitazione
conflittuale di due linee di tendenza: il trend “sinergico”
del globale, rappresentato dal complesso tecnoeconomico
e finanziario, e quello “allergico” del locale, rappresentato
dalla turbolenza delle differenti culture» (25).
In questa chiave
interpretativa “glocalistica” della globalizzazione
Marramao dà per scontata e necessaria l’affermazione
su scala planetaria del razionalismo occidentale nella
sua traduzione individualista-liberista-capitalista,
declinandola però non alla stregua di una pur
conseguente “occidentalizzazione del mondo”, considerata
nella sua coattiva unidirezionalità di dominio
e potere, bensì nell’ottica del
«passaggio
a Occidente di tutte le culture — come un transito
verso la modernità destinato a produrre trasformazioni
profonde nell’economia, nella società, negli
stili di vita e nei codici di comportamento non solo
delle civiltà “altre” ma della stessa civiltà
occidentale» (26).
Il “passaggio
a Occidente” di tutte le culture, l’attraversamento
di quella Modernità che, a nostro avviso, col
prevalere delle sue connotazioni nichilistiche tecno-economiche,
coniugate nel nome del capitalismo prima vittorioso
ed oggi dominante, si incarna, con tutte le sue implicite,
ma non necessarie degenerazioni, nella globalizzazione,
non necessita per Marramao di imposizione alcuna,
anzi implica un reciproco influenzarsi, nella coappartenenza
globale, tra l’Occidente e le culture “altre”, in
un interscambio culturale continuo che funga da baluardo
contro ogni ipotetico tentativo di supremazia, sfondando
le rigide chiusure e certezze, tipiche della logica
da torre d’avorio, di ogni scala valoriale: «Quanto
più la modernità si espande, diffondendo
su scala globale l’economia e l’estetica della merce,
tanto più la società occidentale viene
permeata dalle “alterità” culturali»
(27).
L’approdo teorico cui Marramao è pervenuto,
permeato di un affatto celato irenismo di base, sembra
non tenere conto di quanto la storia del capitalismo
in genere ha reso fin troppo evidente nel suo esplicarsi:
nella diffusione su scala planetaria delle istanze
tipiche del razionalismo tecno-economico occidentale
di matrice europea ed anglo-americana, che trova un
adeguato corrispondente ‘oggettuale’ nella merce,
con il relativo processo di estetizzazione diffusa
funzionale ad una logica persuasivo-seduttiva (28),
l’interscambio culturale è totalmente precluso.
Il carattere della merce, così come del pensiero
che ne governa la produzione ed il consumo, risulta
essere altamente omologante, refrattario all’incontro
con qualsivoglia alterità che non si faccia
comprendere nella/dalla sua logica; ogni differenza
incontrata lungo il proprio livellante incedere tende
così ad essere neutralizzata o tutt’al più
reinterpretata ed inglobata, non prima d’essere stata
metabolizzata a dovere, nell’orizzonte dell’omologo
di quel pensiero unidimensionale (29)
che si propone come fine di operare in uno spazio
da ridurre in piana superficie, da uniformare: l’“universalismo
della differenza” (30)
, simultaneamente fondamento ed approdo teoretico
della concezione qui elaborata da Marramao, risulterebbe
così, date le premesse, non solo difficile
a tradursi in pratica, ma addirittura scivolerebbe
nel cono d’ombra delle ‘possibilità negate’
dalla diffusione su scala planetaria del razionalismo
occidentale, coniugato nell’ottica dell’estetica della
merce.
Il cortocircuito logico e pratico cui va incontro
la tesi del “passaggio a Occidente” di tutte le culture
viene esplicitamente evidenziato da M. Cacciari che,
nel riflettere intorno alle modalità di un
necessario rapportarsi e con-frontarsi con l’Islam
— l’Islam vale qui come paradigma per il confronto
con tutte le altre culture e civiltà —, individua
nel principio della necessaria “modernizzazione” occidentalizzante
dell’Islam quel centro di riferimento, di schmittiana
memoria, in cui il conflitto non solo non si risolverà,
ma addirittura subirà una recrudescenza:
«Se
la relazione con l’islam è pensata sulla base
del presupposto che modernizzazione sia equivalente
di occidentalizzazione, e che un movimento di “riforma”
islamica debba necessariamente essere concepito come
affermazione della nostra “fede” nel progresso, di
un atteggiamento pragmatico-razionalista, di una separazione
tra politica e religione, gli stessi fattori politici
che determinano il conflitto attuale saranno destinati
a rafforzarsi» (31).
Di certo Marramao non nega affatto l’importanza della
salvaguardia delle differenze, come dimostra il suo
riflettere intorno alla tematica del glocal, ma sopravvaluta
forse le istanze di un interculturalismo che, coniugato
secondo il ‘verbo’ dell’estetica della merce, risulta
privo di uno spazio di riferimento non solo reale,
ma finanche logico. Pur volendo seguire il tragitto
interpretativo di Marramao, laddove si riferisce all’idea
di “identità contingente” (32)
—concezione strutturata intorno ad un principio di
“identità” che si potrebbe definire ‘debole’
— nel senso di “esistenza situata”, non necessaria
e tuttavia non impossibile, non si può pur
tuttavia non rilevare una fin troppo evidente discrasia:
come conciliare l’irrinunciabile salvaguardia delle
differenze, dato che ogni identità, proprio
per la sua “contingenza”, nel senso di cum-tangere,
si determina nello spazio di un continuo con-fronto
differenziale, intrinsecamente governato dalle istanze
della pluralità, con l’interpretazione qui
posta in essere della tesi del “passaggio a Occidente”?
Come salvaguardare l’illimite ed irrinunciabile pluralità
delle differenze in quell’orizzonte di omologante
espansione della logica del razionalismo occidentale,
che fa del mondo intero Occidente, e dunque, ormai,
solo tramonto?
L’Occidente — qui è lo stesso Marramao a fornirci
gli strumenti per approntare e sostanzializzare la
nostra ipotesi interpretativa della globalizzazione
— ha fino ad oggi conosciuto, e molto probabilmente
continuerà a conoscere, per sua intima costituzione,
una sola modalità di declinare quell’“universale”
che tratteggia anche i contorni della globalizzazione,
modalità consistente nella dominazione improntata
dalla “razionalità”, weberianamente connotata
in chiave strategico-strumentale e, dunque, utilitarista,
come “razionalità rispetto allo scopo”:
«L’Occidente
conosce soltanto una modalità dell’universale:
quella della dominazione. Una dominazione che ha radice
in una particolare declinazione della razionalità,
prima ancora che in una logica di potenza. Certo,
anche “velieri e cannoni” hanno la loro parte. Ma
l’armamento più efficace di cui l’Occidente
ha potuto disporre nei secoli è stato senza
dubbio il suo peculiare “razionalismo”. Questo dipende
oltre che dalla tecnica e dall’economia, dall’emergere
di specifiche forme di “condotta di vita pratico-razionale”
che non trovano alcun corrispettivo adeguato nelle
altre culture» (33).
Il dominio
su scala planetaria del razionalismo tecno-economico
e della “razionalità” che lo governa e che
governa i sofisticatissimi “velieri e cannoni” della
contemporaneità, esplicitamente riconosciuto
anche da Marramao, segna a nostro avviso, in disaccordo
con quest’ultimo, la ormai improcrastinabile traduzione
dal “passaggio a Occidente” alla “occidentalizzazione
del mondo” come paradigma interpretativo e struttura
d’analisi del fenomeno della globalizzazione.
Per comprendere cosa si cela sostanzialmente dietro
il sintagma interpretativo e categoriale di “occidentalizzazione
del mondo”, non essendo di certo nostra intenzione
servircene come di una semplice formula per nascondere
l’eventuale incapacità di definire i tratti
che connotano la globalizzazione, si rende necessario
fin da subito stabilire che cosa Latouche intende
quando si riferisce all’Occidente: si scopre, così,
non senza una qualche sorpresa, che ai suoi occhi
l’Occidente non è identificabile né
con uno spazio geografico ben preciso, né con
un’altrettanto ben definita epoca storica, il che
potrebbe anche risultare difficile, a primo impatto,
da comprendere, se si considera che Occidente è
sempre stato sinonimo di mondo ricco ed industrializzato,
genericamente collocabile, dal punto di vista geografico,
nell’area nordoccidentale dell’emisfero settentrionale
(34). Cos’è
allora l’Occidente per Latouche?:
«L’Occidente
non è più l’Europa, né geografica,
né storica; non è più nemmeno
un complesso di credenze condivise da un gruppo umano
che vaga per il pianeta; proponiamo di leggerlo come
una macchina impersonale, senza anima e senza ormai
padrone, che ha messo l’umanità al proprio
servizio. Emancipata da qualsiasi forza umana che
volesse arrestarla, la macchina impazzita prosegue
la sua opera di sradicamento planetario» (35).
La Megamacchina
occidentale cui fa riferimento Latouche non va intesa
come il risultato finale, il fantascientifico progetto,
finalmente tradotto in un prototipo esemplare, di
un qualsiasi fantomatico “signore del male”, che di
certo non deve avere in grande considerazione il genere
umano, ma è bensì l’espressione dell’onnipervasiva
interconnessione globale, “razionalmente” indirizzata
da ben precise istanze tecno-economiche, ove si riflettono
ben strutturati e gerarchici rapporti di potere, improntati
alla salvaguardia di “umani, troppo umani” interessi
economico-politici. Ecco allora individuata l’anima
‘nera’ della megamacchina tecno-economica, che lo
stesso Latouche, solo apparentemente in contrasto
con quanto appena su menzionato, riconduce nell’alveo
più consono dell’‘umano’, essendo la sua struttura
ed il suo funzionamento strettamente correlati alle
modalità d’azione degli uomini ed al loro reiterato
cor-rispondersi: «Poiché un simile “sistema”,
per quanto deterritorializzato e destoricizzato, si
basa pur sempre sull’azione degli uomini, solo metaforicamente
è assimilabile ad una macchina» (36).
La maggior parte degli uomini, escluse chiaramente
le élites di potere ed i “signori del mondo”,
costretti dalle “impersonali” leggi tecno-economiche,
che presiedono al buon funzionamento della macchina,
«ad agire come degli ingranaggi» (37),
non riescono a cogliere l’impersonalità dell’onnicomprensivo
apparato, eppure riportano nella propria carne e,
dunque, sulla propria ‘persona’, ben visibili cicatrici,
tracce lasciate da quelli che si potrebbero definire,
nell’ottica deformante del potere, effetti collaterali
attribuibili a dei ‘naturali’ contrattempi cui la
macchina deve necessariamente sottostare. La megamacchina
occidentale
«trasforma
il mondo in una vasta tecnopoli, stritolando le nazioni
con i suoi ingranaggi implacabili, selezionando le
élites e abbandonando tra i rifiuti corpi privi
di vita e disarticolati. L’economia e la tecnica sono
il cuore del sistema ma non ne sono né l’inizio
né la fine» (38).
Al di là
degli effetti che la globalizzazione produce sugli
uomini e sulla natura intera, di cui successivamente
si dirà, si può abbastanza agevolmente
comprendere la conformazione totalizzante dell’apparato
tecno-economico, ormai sceso a coprire, come un nefasto
sudario, il volto del mondo intero, agendo sui gangli
vitali dell’esistenza tutta: questo, fedele alla logica
di una “ragione” strumentale ed utilitaristica ben
consolidata, non favorisce minimamente l’incontro
tra “alterità”, portatrici di istanze culturali
talmente differenti da dovere permanere tali nella
loro assoluta irriducibilità, bensì
impone le sue “leggi” in ogni ‘differente’ spazio
culturale, da ridurre, per una sorta di allergia congenita
al plurale, entro l’orizzonte di un indifferenziato
‘omologo’, tanto da potere fare conseguentemente ed
a ragione sostenere che «la Megamacchina tecnoscientifica,
il rullo compressore occidentale schiaccia le culture,
appiattisce le differenze e omogeneizza il mondo nel
nome della Ragione» (39).
La globalizzazione, espressione della diffusione su
scala planetaria di un “pensiero unico”, per sua natura
totale e totalizzante, non riconosce né la
dimensione del ‘plurale differenziale’, né
quel pluriverso politico-dirigenziale che aveva marcatamente
definito i tratti della Modernità nella fase
della prevalenza delle istanze localizzanti e statuali:
strutturata di necessità sul bisogno connaturato
dell’omologo, restia a tollerare qualunque tentativo
di sottrarsi all’“uniforme” tecno-economica che ne
definisce i tratti essenziali, la globalizzazione
si mostra costantemente nel suo volto oppressivo,
celato spesso dalla logica “umanitaria”, velo ai misfatti
reiteratamente perpetrati laddove si prova a resistere
al suo imprimatur omologante, guidati da modalità
di pensiero ed esistenziali che riconoscono il valore
dell’esistenza in altro che non sia la cruda legge
del profitto. Convenendo con Latouche ammettiamo che
«la
mondializzazione contemporanea delle principali dimensioni
della vita non è un processo “naturale” generato
da una fusione di culture e di storie. Si tratta ancora
una volta di dominazione, con le sue contropartite:
assoggettamento, ingiustizia, distruzione» (40).
La logica che
sottostà alla realizzazione della reductio
ad unum dell’esistente, che mira a fare del mondo
intero un universum indifferenziato, ricoperto da
quell’uniforme tecno-economica imbastita da istanze
omologhe di guittezza, impone necessariamente, nell’ottica
interpretativa individuata da Latouche, che ogni incontro
tra culture diverse si traduca in uno scontro, il
cui esito finale risulta facilmente rinvenibile anche
da un’osservazione superficiale della realtà:
quando due culture diverse si incontrano ed
«il
contatto non si traduce in uno scambio equilibrato
ma in un flusso massiccio a senso unico, la cultura
ricettiva è invasa, minacciata nella sua propria
essenza e può essere considerata vittima di
una vera e propria aggressione. Se per di più
l’aggressione è fisica, si ha la scomparsa
pura e semplice o genocidio. Se l’aggressione è
simbolica, il genocidio è soltanto culturale,
è l’etnocidio» (41).
La globalizzazione
si mostra qui in tutta la sua annichilente potenza,
sradicando popolazioni intere non solo da quegli spazi
fisici che da sempre rappresentano il luogo d’origine,
lo spazio ove la formazione dell’Io collettivo ha
rinvenuto storicamente le proprie “radici”, ma anche
da quel “Sè”, identità collettiva strutturata
intorno a valenze categoriali, valoriali e tradizionali
che fanno essere un qualunque collettivo, non importa
se di grandi o di piccole proporzioni, ciò
che è, nella sua ab-soluta ed irrinunciabile
diversità, in un orizzonte che non può
non essere intrinsecamente plurale.
Il processo di diffusione su scala planetaria delle
istanze tipiche del razionalismo occidentale, che
connota nichilisticamente la globalizzazione in atto,
estrema propaggine della Modernità, con la
proliferazione continua di etnocidi, che non è
raro si traducano finanche in genocidi, come osserva
Latouche, «porta all’espropriazione di sé.
Il gruppo invaso non può più cogliere
se stesso se non mediante le categorie dell’altro»
(42).
Fedeli alle istanze di quella logica che non riconosce
neppure l’idea di una presunta superiorità
di una qualche civiltà sulle altre, convinti
dell’impossibilità di rinvenire parametri ‘oggettivi’
per la strutturazione di una scala valoriale globalmente
condivisa e condivisibile (43),
non possiamo, logicamente e teoreticamente, non posizionarci
agli antipodi interpretativi di chi, come Rorty, ritiene
che l’omologazione linguistica e, al limite, culturale,
rischio non remoto che la globalizzazione porta in
sé, non sia in fondo un problema primario per
l’umanità (44):
posizioni del genere mal celano l’adesione all’idea
di una presunta superiorità della civiltà
occidentale, quando non pure la difesa di ben precisi
interessi economico-politici, nel declinare trionfalisticamente
l’occidentalizzazione del mondo in cui si viene a
risolvere la globalizzazione.
La globalizzazione, come “occidentalizzazione del
mondo”, nel senso rinvenuto da Latouche, nel portare
al trionfo il pensiero tecno-economico su scala planetaria,
non coniuga al plurale i pur alti valori che la Modernità
occidentale ha partorito dal suo fertile grembo —
libertà, uguaglianza e fraternità —,
bensì si struttura su quelle istanze alternative
rispetto ai valori appena menzionati, che la Modernità
stessa da sempre ha simultaneamente mantenuto in sé,
sfociando, nella loro traduzione pratico-politica,
nel colonialismo-imperialismo prima, ed oggi, all’estremo
limite del moderno, nella globalizzazione:
«Questa
unificazione del mondo porta a compimento il trionfo
dell’Occidente. Ci si rende ben conto che al termine
di questa espansione dominatrice non c’è esattamente
una fraternità universale. Non si tratta di
un trionfo dell’umanità, ma di un trionfo sull’umanità
e, come i colonizzati di un tempo, i fratelli sono
anche e per prima cosa dei sudditi» (45).
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Note:
(1)
La maggior parte degli interpreti considera
la globalizzazione un fenomeno postmoderno; a tal
proposito cfr. C. Galli, La guerra globale, Laterza,
Roma-Bari 2002, p. 43: «Un orizzonte che si
apre in discontinuità rispetto al Moderno,
e che consente di parlare di una vera e propria ‘età
globale’, la prima forma di postmodernità»;
M. Hardt-A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione,
tr. it. di A. Pandolfi, Rizzoli, Milano 2001, p. 225:
«L’incapacità di concettualizzare rigorosamente
l’enorme importanza dell’evento ci costringe a definirla
inadeguatamente come nascita della postmodernità»
e A. Negri, Guide. Cinque lezioni su Impero e dintorni,
Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp. 138-139:
«La nostra epoca non è “tardo moderna”
ma “postmoderna”, una rottura epocale si è
data».
(2)
La Modernità si è strutturata
intorno ad una serie di contrapposizioni: in consonanza
con Negri si può sostenere che «sin dalle
origini, la storia dell’Europa moderna è una
guerra che si combatte su due fronti» (M. Hardt-A.
Negri, Impero, cit., p. 85). In proposito Hardt e
Negri parlano della contrapposizione tra le istanze
rivoluzionarie dell’immanenza, rinvenute nell’Umanesimo-Rinascimento,
e quelle controrivoluzionarie della trascendenza,
incarnate dalla Controriforma. La lettura contrappositivo-dualistica
della Modernità potrebbe ruotare intorno ai
distici concettuali di borghesia-proletariato (Marx),
terra e mare (Schmitt), spiritualizzazione-secolarizzazione
(Weber), Ancien regime-democrazia (Toqueville), etc.
(3) H. Friese, A. Negri, P. Wagner,
Introduzione a AA.VV., Europa politica, tr. it. di
S. Bonsignori, manifestolibri, Roma 2002, p. 13.
(4) Cfr. C. Schmitt, Terra e mare.
Una considerazione sulla storia del mondo, in Terra
e mare, a cura di A. Bolaffi, Giuffrè, Milano
1986.
(5) Cfr. U. Beck, Che cos’è
la globalizzazione. Rischi e prospettive della società
planetaria, tr. it. di E. Cafagna e C. Sandrelli,
Carocci, Roma 1999, p. 23: «Viviamo da tempo
in una società mondiale, e questo nel senso
che la rappresentazione di spazi chiusi diviene fittizia.
Nessun paese, nessun gruppo si può isolare
dall’altro. In tal modo si scontrano l’una contro
l’altra le diverse forme economiche, culturali, politiche,
e ciò che si dava per scontato, anche del modello
occidentale, deve trovare una nuova giustificazione».
(6) H. Bartoli, Globalizzazione,
in Enciclopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia
italiana, Roma 1998, vol. X, p. 864.
(7) U. Beck, Che cos’è la
globalizzazione, cit., p. 24.
(8) Ivi, p. 22.
(9) C. Galli, Spazi politici. L’età
moderna e l’età globale, il Mulino, Bologna
2001, p. 135.
(10) Cfr. ivi, pp. 148-149: «Mobilitazione
globale è con ogni probabilità il nome
adeguato dell’intero processo di globalizzazione»
e S. Latouche, La Megamacchina. Ragione tecnoscientifica,
ragione economica e mito del progresso, tr. it. di
A. Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 39:
«La dinamica tecnoeconomica mondiale sradica
i popoli e comporta una deculturazione drammatica
di tutte le società “tradizionali”».
(11) Z. Bauman, Dentro la globalizzazione.
Le conseguenze sulle persone, tr. it. di O. Pesce,
Laterza, Roma-Bari 1999, p. 11.
(12) G. Marramao, Passaggio a Occidente.
Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri,
Torino 2003, p. 44. La maggior parte degli interpreti
della globalizzazione riconosce il costante depotenziamento
della sovranità statale; a riprova cfr. U.
Beck, Che cos’è la globalizzazione, cit., p.
15: la globalizzazione «sollecita un depotenziamento
della politica nazional-statale […]. In ultima analisi
si tratta di smantellare le competenze e l’apparato
dello Stato, cioè di realizzare l’utopia anarchico-mercantile
dello Stato minimale» e ivi, p. 13: «“Globalizzazione”,
allude precisamente non alla fine della politica,
ma ad una collocazione del politico al di fuori del
quadro categoriale dello Stato-nazione»; inoltre
cfr. J. Habermas, La costellazione postnazionale.
Mercato globale, nazioni e democrazia, a cura di L.
Ceppa, Feltrinelli, Milano 1999. Habermas affronta
il fenomeno della globalizzazione in stretta connessione
con la valutazione delle dinamiche del “secolo breve”.
Habermas non attacca la globalizzazione in sé,
come espressione dell’agire dell’homo oeconomicus,
bensì ne critica gli eccessi, in primis la
sempre maggiore diffusione della povertà e
dell’ineguaglianza. Rifacendosi ad uno dei momenti
fondamentali della vita degli Stati-nazione, vale
a dire quello della nascita dello stato sociale, egli
invita, anche per la stessa sussistenza del mercato
mondiale e della globalizzazione, la politica a riottenere
il controllo sull’economia: ciò significa bloccare
le istanze ultraliberiste e riaffermare, come contraltare,
quelle istanze di matrice socialdemocratica che, con
l’utilizzo degli aiuti destinati ai meno abbienti,
riescano a limitare le storture del mercato; ma poiché
gli Stati-nazione vengono sempre più perdendo
il potere che li aveva contraddistinti in quanto tali,
questo compito spetta sia agli organismi politici
sovranazionali, sia ai movimenti ed alle organizzazioni
solidaristiche transnazionali. Habermas, radicalizzando
la proposta kantiana relativa alla realizzazione di
una “Lega dei popoli” in vista del raggiungimento
della “pace perpetua”, si fa latore del progetto cosmopolitico
di uno “Stato dei popoli” o “Stato cosmopolitico”
che inizialmente limiti per poi riassorbirla del tutto
la sovranità degli Stati nazionali. Con ciò
Habermas intende proporre l’istituzione di un “diritto
cosmopolitico”, affinché si possano vincolare
i governi degli Stati nazionali, a sovranità
sempre più limitata, al rispetto delle sue
regole, anche sotto la spada di Damocle delle sanzioni
internazionali: soltanto in questa direzione si potranno
superare i particolarismi dell’epoca della statalità,
era connotata da rigide chiusure foriere di grandi
catastrofi internazionali, e strutturare una federazione
fondata su istituzioni comuni, atta a regolare i rapporti
tra i suoi membri, nel più assoluto rispetto
delle regole stabilite. L’assunto su cui si regge
l’architettura di pensiero habermasiana va rinvenuto
nella difesa dei “diritti dell’uomo”, che deve essere
perseguita non più dagli Stati-nazione, ma
affidata con sempre maggiore convinzione ad organismi
sovranazionali; si spiega così la ragione per
cui Habermas ritiene necessario il passaggio dal “diritto
internazionale” al “diritto cosmopolitico”, che si
fonda sull’autonomia dei cittadini sottratta alla
mediazione della sovranità di ogni singolo
Stato: l’autonomia dei cittadini supera, in questa
prospettiva, il particolarismo dei singoli Stati e,
in nome del diritto cosmopolitico, permette al cittadino
di rivolgersi finanche contro lo Stato stesso. Per
Habermas, tuttavia, non sembra costituire un problema
rilevante il fatto che la dottrina dei “diritti dell’uomo”
è endemicamente intrisa di quel “razionalismo
occidentale” che, nel suo tradursi in universale ‘ideologia’,
si rivela sempre più nella forma di un omologante
imperialismo culturale: a conferma di ciò,
pur opponendosi alla deriva imperialistica sempre
in agguato, Habermas, dalla sua prospettiva interpretativa,
ad esempio non può non considerare il diritto
di matrice occidentale come l’unica forma giuridica
adatta alla odierna società e ad un’economia
ormai globalizzata, rimanendo di fatto bloccato entro
una concezione che presuppone la superiorità
delle modalità esistenziali e delle istanze
politico-culturali dell’Occidente, a fronte di tutte
le altre. L’approdo filosofico-politico cui così
perviene Habermas coincide con la necessaria messa
in forma di uno Stato mondiale in grado di assorbire
in sé tutte le prerogative tipiche degli Stati-nazione
e capace di porsi a garanzia di un ordine internazionale
pacifico, retto da un “diritto cosmopolitico” che
riconosca tutti gli uomini in quanto autonomi soggetti
e libere persone morali. Per una critica “realista”
alle tesi di Habermas relative allo Stato mondiale,
alla cittadinanza universale ed al diritto cosmopolitico
si veda D. Zolo, Dal diritto internazionale al diritto
cosmopolitico. Una discussione con Jürgen Habermas,
in I signori della pace. Una critica del globalismo
giuridico, Carocci, Roma 1998, pp. 49-69.
(13) Sulla invisibilità del
potere cfr. C. Schmitt, Dialogo sul potere, tr. it.
di J. Scanu, il melangolo, Genova 1990; H. Marcuse,
L’uomo a una dimensione, tr. it. di L. Gallino e T.G.
Gallino, Einaudi, Torino 1999, p. 83: «Le ricette
dell’inumanità e dell’ingiustizia sono amministrate
da una burocrazia razionalmente organizzata, il cui
centro vitale, tuttavia, permane invisibile».
(14) N. Chomsky, Sulla nostra pelle.
Mercato globale o movimento globale?, tr. it. di S.
Rini, Marco Tropea Editore, Milano 1999, pp. 17-18.
(15) D. Held-A. McGrew, Globalismo
e antiglobalismo, tr. it. di M.L. Bassi, il Mulino,
Bologna 2003, p. 22. Held e McGrew sono sostenitori
di un’idea di globalizzazione controllata — tipica
delle rinnovate istanze socialdemocratiche —, nel
cui ambito il potere dello Stato non deve essere depotenziato,
ma soltanto riformulato: il motore della globalizzazione
va difatti rinvenuto proprio negli Stati, inscritti
nella logica di strutture regionali (Unione Europea,
Commonwealth) ed internazionali (Onu, Nato, etc.),
in nome di quel “trasformazionalismo” (ivi, p. 126
e sgg.) di cui gli autori si fanno portatori.
(16) M. Hardt-A. Negri, Impero, cit.,
p. 291.
(17) U. Beck, Che cos’è la
globalizzazione, cit., p. 45.
(18) G. Marramao, Passaggio a Occidente,
cit., p. 74. Per Marramao all’universalismo, che la
globalizzazione sottintende, subentrano, scavalcandolo,
le “politiche della differenza”, fondate sulla difesa
delle istanze identitarie. Muovendo dall’assunto che
la “situazione spirituale” del nostro tempo non può
essere rinvenuta soltanto nell’imposizione omologante
ed uniformante dei parametri pratico-concettuali del
razionalismo occidentale, Marramao critica i cosiddetti
“apocalittici”, che, a suo dire, “blaterano” senza
ragione contro l’omologazione universale che il ‘modello
occidentale’ avrebbe già determinato, «senza
accorgersi che da tempo ormai il bastone è
stato piegato in un verso diametralmente opposto a
quello dell’universalismo. La temperie che minaccia
di segnare il passaggio al nuovo secolo è rappresentata
da una ribellione sempre più estesa e intensa
delle politiche della differenza rivendicate dai diversi
gruppi nei confronti del modello universalistico occidentale»
(ivi, p. 176).
(19) Ivi, p. 52. A tal proposito
cfr. J.-L. Nancy, Globalizzazione, libertà,
rischio, “Micromega. Almanacco di filosofia”, 5, 2001,
p. 106: «Più il capitalismo — con i diritti
dell’uomo e la democrazia — si estende ovunque nel
mondo, più si pone il problema della possibilità
di una identificazione reale, ed è per questo
che si verificano tutte le attuali rivendicazioni
di identità. La questione del riconoscimento
dell’identità diventa sempre più forte
e reale e fondata quanto più il capitalismo
e la democrazia estendono il loro campo d’azione».
(20) C. Galli, Spazi politici, cit.,
pp. 139-140. Inoltre cfr. E. Pulcini, L’Io globale:
crisi del legame sociale e nuove forme di solidarietà,
in AA.VV., Filosofie della globalizzazione, a cura
di D. D’Andrea e E. Pulcini, ETS, Pisa 2001, pp. 66-67:
«Il localismo, inteso come rivendicazione forte
delle differenze e dunque come origine dei conflitti
etnici e religiosi che attraversano il mondo mettendo
in seria crisi l’ordine politico-statuale esistente,
nasce anche come risposta all’assimilazione livellante
della globalizzazione. Esso esprime il bisogno identitario
di individui decisi, più o meno consapevolmente,
a sottrarsi alla forbice di omologazione ed atomismo
dentro la quale […] sembra destinato a dibattersi
l’Io globale».
(21) Un particolare modo di declinare
il localismo in chiave ‘naturista’ ci viene da E.
Zarelli, Piccoli mondi significativi. La sfida introversa
alla globalizzazione, in AA.VV., Processo alla globalizzazione,
a cura di E. Goldsmith, Arianna Editrice, Bologna
2003, p. 262: «Il localismo è il modo
di pensare ecologico per eccellenza, dato che lega
l’uomo alla natura, al territorio e non ad una sua
visione “costruita”, pensata, ideologica, virtuale,
artificiale. Il legame con un territorio dato, rende
uomini e popoli consapevoli del concetto di “limite”».
(22) Cfr. C. Galli, Introduzione
a Spazi politici, cit., p. 15: «Se nel Moderno
la libertà era l’agire soggettivo che si proponeva
di aprire lo spazio chiuso dello Stato, oggi probabilmente
la libertà sta nel cercare nuovi confini: non
certo per realizzare chiusure dettate dalla paura
dell’aperto, o dei nuovi incontri, ma come nuove linee-guida
orientative, che delimitano gli spazi in cui nuovi
incontri delle nuove soggettività con se stesse
e con gli altri divengano possibili e sensati».
(23) G. Marramao, Passaggio a Occidente,
cit., p. 24.
(24) Sul glocalismo o “glocalizzazione”
cfr. Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, cit., pp.
79 e sgg.
(25) G. Marramao, Passaggio a Occidente,
cit., p. 38.
(26) Ivi, p. 24.
(27) Ivi, p. 25.
(28) Su questi aspetti cfr. J. Baudrillard,
Della seduzione, tr. it. di P. Lalli, Cappelli, Bologna
1980 e Id., Le strategie fatali, tr. it. di S. D’Alessandro,
Feltrinelli, Milano1984.
(29) Le dinamiche che governano il
“pensiero unidimensionale” erano già state
rinvenute da H. Marcuse, L’uomo a una dimensione,
cit. La società industrializzata, per esteso
oggi la società tout court, “società
chiusa” o “bloccata”, blockierte Gesellschaft, come
la definiva Marcuse, assume sempre più la fisionomia
di una società ove regna incontrastato il “pensiero
unico”, attributo tipico dell’uomo a un dimensione.
La società unidimensionale traccia un muro
di difesa, una sorta di cordone sanitario, atto a
preservare il sistema vigente, lo status quo di ogni
ambito d’esistenza, sia in campo politico, letterario,
artistico, filosofico, sia, finanche, nella dimensione
del linguaggio (con riferimento esplicito al linguaggio
dei mezzi di comunicazione di massa). Le possibili
istanze trascendenti, così definite in quanto
dovrebbero trascendere la società esistente
per la costituzione di una società migliore,
istanze potenzialmente sovversive, vengono depotenziate,
ma non eliminate, inscritte e dunque metabolizzate,
nel sistema vigente e ridotte, così, a semplici
alternative interne al sistema stesso. La “società
chiusa” risulta così solo apparentemente libera:
gli uomini che vivono in essa sono ‘bombardati’ da
una serie continua di richiami che rivelano il ‘senso’
di bisogni eteronomi, indotti, da soddisfare ad ogni
costo, con la trasformazione della propria vita in
un continuum ininterrotto di traguardi da raggiungere,
per poi incamminarsi, una volta raggiunti, verso nuovi
traguardi, in nuovi mobili orizzonti; in tutto ciò
giocano un ruolo fondamentale i mezzi di comunicazione
di massa, eco pedissequa del potere costituito. Gli
uomini, così continuamente sollecitati, non
fanno null’altro che muoversi dentro i confini dello
status quo, del sistema dominante, suffragandone l’incondizionatezza,
rivelandosi incapaci di comprendere il vero significato
della libertà, che è prima d’ogni cosa
libertà dalla fatica, dal lavoro, dalla costrizione,
dai bisogni indotti, e poi, ma non certo in ordine
d’importanza, comprensione della struttura repressiva
della società nella sua riproduzione quotidiana:
insomma, libertà individuale, quella libertà
che il mondo governato dalla logica della “mercificazione”
nominalmente riconosce, quanto nella pratica nega.
Sul ruolo che l’“industria culturale” ricopre nella
società ‘mercificata’ il rimando obbligato
è ancora alle analisi di M. Horkheimer-T.W.
Adorno, Dialettica dell’illuminismo, tr. it. di R.
Solmi, Einaudi, Torino 1997. L’industria culturale,
inserita nell’alveo categoriale improntato dall’estetica
della merce, riproduce costantemente l’ideologia della
classe — oggi diremmo anche delle élites —
dominante, emarginando i portatori di istanze alternative,
destrutturando e depotenziando i contenuti delle loro
analisi affinché diventino confacenti al sistema.
Le tesi di Horkheimer e Adorno anticipano (1947) quanto
Marcuse avrebbe sostenuto successivamente ne L’uomo
a una dimensione (1964): dietro il “pensiero unico”
marcusiano si cela la “ratio illuministica”, laddove
«‘illuminismo’ vale qui non tanto nella sua
accezione storica determinata, e neppure nel senso
kantiano del “sapere aude!”, né come l’uscita
dell’uomo dalla colpevole minorità della sua
ignoranza, quanto, più in generale, come logos,
ratio, ovvero come pensiero razionalistico»
(C. Galli, Introduzione a M. Horkheimer-T.W. Adorno,
Dialettica dell’illuminismo, cit., p. IX), logos che
mira al dominio dell’uomo sulla natura ‘entificata’
e di una piccola parte dell’umanità sulla rimanente
maggioranza. L’industria culturale e la cosiddetta
“cultura di massa”, veicolata da potenti mezzi di
comunicazione, nella riproduzione continua dell’esistente
rafforzano quell’omologazione che è coessenziale
all’estetica della merce.
(30) Cfr. G. Marramao, Passaggio
a Occidente, cit., pp. 25 e 77.
(31) M. Cacciari, Digressioni su
impero e tre Rome, “Micromega”, cit., p. 61.
(32) Cfr. G. Marramao, Passaggio
a Occidente, cit., p. 98: «Muovere dall’identità
in quanto contingente significa piuttosto assumere
in primo luogo la “contingenza” nel senso filosoficamente
rigoroso di esistenza non necessaria, non giustificata
da nulla, e tuttavia non impossibile: esistenza situata,
dunque, in una sorta di metaxý, in un precario
interludio ontologico tra essere e nulla, necessità
e impossibilità»; assumere la contingenza
dell’identità comporta che «proprio per
questa sua fisiologica fragilità, proprio in
quanto risultato di un cum-tangere, di una serie non-lineare
di congiunzioni singolari e non replicabili, ogni
identità (sia essa di una persona o di un soggetto
collettivo, di una lingua o di una cultura) rappresenta
un bene prezioso da salvaguardare e custodire: annientarla
o lasciarla morire significa infatti spegnere una
volta per sempre una luce, uno sguardo, una finestra
sul mondo» (ivi, p. 99).
(33) Ivi, pp. 166-167.
(34) Sull’impossibilità di
parlare di un Occidente e di un Oriente come blocchi
monolitici e ben definibili alla luce della teoria
della convergenza delle antiche culture globali (India,
Cina e Occidente, termine inclusivo della Grecia e
di Israele) verso un pensiero razionale, elaborata
da Jaspers, e della teoria dell’irradiazione su scala
mondiale del “razionalismo occidentale” di Weber,
si rimanda a G. Marramao, Passaggio a Occidente, cit.
(cap. I, § 5, «Asse del mondo e dissesto
globale: “Orienti” e “Occidenti”»).
(35) S. Latouche, Introduzione a
L’Occidentalizzazione del mondo. Saggio sul significato,
la portata e i limiti dell’uniformazione planetaria,
tr. it. di A. Salsano, Bollati Boringhieri, Torino
1992, p. 12. Sul lato prettamente economico della
dislocante Megamacchina cfr. ivi, p. 28: «Sconvolgendo
le organizzazioni tradizionali della produzione e
del consumo mediante le sollecitazioni del mercato,
le leggi della concorrenza, la violenza aperta e la
creazione di infrastrutture di comunicazione, l’Europa
ha creato un solo mercato mondiale» e C. Galli,
Spazi politici, cit., p. 86: «Le logiche del
mercato, pur essendone ancora ravvisabile l’origine
e l’orientamento “particolare”, trascendono ormai
da tempo volontà e interessi soggettivi, e
si impongono secondo automatismi che si deducono l’uno
dall’altro, e si rafforzano l’uno con l’altro prescindendo
in larga misura dalle soggettività coinvolte
[…], come si manifesta, appunto, nella globalizzazione».
(36) S. Latouche, L’Occidentalizzazione
del mondo, cit., p. 57.
(37) Ibidem.
(38) Ivi, p. 63.
(39) S. Latouche, La Megamacchina,
cit., p. 39. A tal proposito si veda ancora Id., Prefazione
a AA.VV., Processo alla globalizzazione, cit., p.
19: «Megamacchina tecno-economica, anonima e
ormai senza volto, l’Occidente sostituisce, nel proprio
seno, la cultura con un meccanismo che funziona per
l’esclusione e non per l’integrazione dei suoi membri;
ai margini, alla sua periferia, corrode le altre culture
e, nella sua dinamica conquistatrice, le schiaccia
come un rullo compressore». L’Occidentalizzazione
del mondo non implica soltanto un processo di costante
distruzione culturale, con riferimento a tutte le
culture esistenti, pluralisticamente declinate, bensì
distrugge, anche all’interno degli spazi da cui l’occidentalizzazione
trae la propria linfa vitale, benché si tratti
di un fenomeno inesorabilmente delocalizzato e delocalizzante,
la ‘cultura’ tout court, quella cultura cui spetta
da sempre non tanto il ‘ragionato’ riconoscimento
dello status quo, quanto il compito, di certo molto
più impegnativo da sostenere, di pungolo critico
dell’esistente. La logica che presiede al depotenziamento
della cultura nella sua accezione critica è
stata evidenziata da H. Marcuse, L’uomo a una dimensione,
cit., p. 70: «Ai giorni nostri l’aspetto nuovo
è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura
e realtà sociale, tramite la distruzione dei
nuclei d’opposizione, di trascendenza, di estraneità
contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali
essa costituiva un’altra dimensione della realtà.
Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni
non ha luogo mediante la negazione ed il rigetto dei
“valori culturali”, bensì mediante il loro
inserimento in massa nell’ordine stabilito, mediante
la loro riproduzione ed esposizione su scala massiccia».
(40) S. Latouche, Introduzione a
L’Occidentalizzazione del mondo, cit., p. 11.
(41) S. Latouche, L’Occidentalizzazione
del mondo, cit., p. 68; inoltre cfr. ivi, p. 29: «Flussi
“culturali” a senso unico partono dai paesi del Centro
e inondano il pianeta: immagini, parole, valori morali,
norme giuridiche, codici politici, criteri di competenza
si riversano dalle unità creatrici sul Terzo
mondo tramite mezzi di comunicazione di massa».
(42) Ivi, p. 30.
(43) Cfr. quanto sostenuto da Vattimo
in G. Vattimo, C. Taylor, R. Rorty, Dialogo sulla
globalizzazione, “Micromega”, cit., p. 34: «Dobbiamo
considerare la competizione tra culture non solo come
una questione spirituale, ma anche come un’apertura
di orizzonti, come una porta per accedere ad un mondo
diverso».
(44) Cfr. ivi, p. 35: «Un mondo
in cui l’inglese è la sola lingua non mi sembra
una cosa terribile. Se questo sarà il destino
del mondo non penso che sia una tragedia. Ci sono
chiari vantaggi in un linguaggio universale e l’inglese
ne è una prova. Sarebbe bello se una capacità
comunicativa universale e la diversità culturale
riuscissero a convivere, ma, se mi trovassi costretto
a scegliere tra le due, opterei per la prima, in quanto
credo che i suoi vantaggi compenserebbero la perdita
della seconda». Distopia di cui faremmo volentieri
a meno!
(45) S. Latouche, L’Occidentalizzazione
del mondo, cit., p. 33.
(pubblicato
il 26Ottobre 2005)