Le condanne a morte
per impiccagione del dittatore iracheno Saddam Hussein e
di altri vecchi esponenti del regime iracheno hanno suscitato
vivaci proteste provenienti da tutto il mondo contro la
pena capitale. Purtroppo, si tratta solo delle esecuzioni
più note all’opinione pubblica. Migliaia sono
ogni anno gli sconosciuti detenuti ed essere giustiziati
per via di questo istituto, spesso vittime di un sistema
giudiziario falloso.
Un tempo era inimmaginabile un ordinamento che non prevedesse
la pena capitale, in casi più o meno gravi, sia come
deterrente del crimine, sia per la salvaguardia della società
dalla pericolosità di alcuni soggetti.
Con l’avvento dell’Illuminismo tale pratica
fu messa in discussione. Nel 1764, in un libro chiamato
“Dei delitti e delle pene”, un pensatore italiano,
Cesare Beccaria, si schierò contro pena di morte
e tortura. Nel 1784, influenzato anche da queste idee, Pietro
Leopodo I la abolì dal suo stato, il Granducato di
Toscana, dove tuttavia fu reintrodotta già nel 1790
dallo stesso sovrano.
Nel XX secolo è diminuito il ricorso alla pena capitale
e nel secondo dopoguerra sempre più paesi l’hanno
abolita.
Nel giovane stato italiano la pena di morte fu abolita già
dal codice penale Zanardelli nel 1889.
Ripristinata durante il fascismo, fu eliminata nel 1944,
anche per i reati militari. La Costituzione del 1948 la
rende inammissibile “se non nei casi previsti dalle
leggi militari di guerra”. Ed il codice penale militare
di guerra l’ha prevista fino al 1994, anno in cui
la si è abolita anche in quella circostanza. Si discute
infine per espungere dal nostro ordinamento ogni possibilità
di ricorrere alla pena di morte, in qualunque tempo e in
qualunque caso.
71 sono i paesi del mondo in cui è prevista la pena
capitale, ma di questi 27 la prevedono ma di fatto è
ormai disapplicata; 10 paesi la prevedono ma solo in particolari
casi, in tempo di guerra.
Il paese in cui si fa maggior ricorso alla pena di morte
è la Cina, dove si uccidono tra le 5mila e le 10mila
persone all’anno, in seguito a processi in cui frequentemente
è violato anche il più elementare diritto
di difesa. Il numero esatto delle condanne è impreciso
perché avvengono in circostanze poco chiare. Quanto
a numero di esecuzioni seguono Iran, Vietnam, Arabia Saudita
e Usa.
Quest’ultimo paese merita maggiore attenzione poiché,
mentre gli altri paesi elencati vengono ritenuti giuridicamente
arretrati e poco democratici, gli Usa, che vengono considerati
uno degli ordinamenti più evoluti e democratici del
mondo, sono soggetti ad episodi che lasciano perplessi.
Stando ai dati del National Institute of Mental Healt, il
5-10% dei detenuti nel braccio della morte è affetto
da ritardi mentali. Dal 1977, anno della reintroduzione
della pena capitale negli Stati Uniti d’America, sono
stati uccise più di 100 persone con problemi psichici.
Solo nel 2002 la Corte Suprema ha sancito l’incostituzionalità
delle esecuzione di persone minorate. E solo nel 2005, nello
stesso paese, è stata ritenuta incostituzionale la
condanna a morte di minorenni: prima di questa data il numero
di minorenni condannato eguagliava quello dell’Iran!
(i dati sono riferiti da Amnesty e non da fonti antiamericane).
Inoltre, l’82% dei condannati dal 1977 ad oggi è
di pelle nera, solitamente la parte della popolazione che
proviene da un ambiente sociale più povero e che
si sarebbe potuta in larga parte salvare dall’esecuzione
se solo avesse avuto la possibilità di remunerare
un legale. E non è finita: numerose sono le persone
che si sono poi rivelate innocenti in seguito a degli accertamenti
(svolte sempre da Amnesty International), dopo essere stati
giustiziati.
I paesi europei hanno quasi tutti abolito la pena capitale
tanto che oggi costituisce una condizione sine qua non per
poter esser ammessi nella UE.
È auspicabile che in tutti i paesi al mondo dove
è ancora in vigore, la pena di morte venga abolita,
perché nel diritto moderno ha cessato la sua passata
funzione. In primo luogo perché non costituisce un
deterrente al crimine. Secondo un rapporto delle Nazioni
Unite del 1998 sulla relazione tra pena capitale e tasso
di omicidi, "non è prudente accettare l'ipotesi
che la pena di morte abbia un effetto deterrente maggiore
piuttosto che l'applicazione di altre punizioni quali il
carcere o l'ergastolo". Addirittura, nei paesi abolizionisti,
il tasso di omicidi è spesso sceso rispetto a quando
c’era la possibilità di essere condannati a
morte.
Inoltre ogni ordinamento moderno deve dare l’esempio
che la vita è sacra e che la pena costituisce il
mezzo per rieducare il condannato alle regole sociali che
ha infranto. La reclusione coatta deve servire a costringere
chi ha sbagliato a meditare sul cattivo comportamento tenuto.
Infine, ogni moderno ordinamento non ha più la necessità
dell’eliminazione fisica di soggetti ritenuti pericolosi
per la sua stessa sopravvivenza perché ha a disposizione
tutti gli strumenti alternativi per salvaguardarsi.