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Francesco Lipari

 

 

Il boia lavora ogni giorno
di Francesco Lipari

Le condanne a morte per impiccagione del dittatore iracheno Saddam Hussein e di altri vecchi esponenti del regime iracheno hanno suscitato vivaci proteste provenienti da tutto il mondo contro la pena capitale. Purtroppo, si tratta solo delle esecuzioni più note all’opinione pubblica. Migliaia sono ogni anno gli sconosciuti detenuti ed essere giustiziati per via di questo istituto, spesso vittime di un sistema giudiziario falloso.
Un tempo era inimmaginabile un ordinamento che non prevedesse la pena capitale, in casi più o meno gravi, sia come deterrente del crimine, sia per la salvaguardia della società dalla pericolosità di alcuni soggetti.
Con l’avvento dell’Illuminismo tale pratica fu messa in discussione. Nel 1764, in un libro chiamato “Dei delitti e delle pene”, un pensatore italiano, Cesare Beccaria, si schierò contro pena di morte e tortura. Nel 1784, influenzato anche da queste idee, Pietro Leopodo I la abolì dal suo stato, il Granducato di Toscana, dove tuttavia fu reintrodotta già nel 1790 dallo stesso sovrano.
Nel XX secolo è diminuito il ricorso alla pena capitale e nel secondo dopoguerra sempre più paesi l’hanno abolita.
Nel giovane stato italiano la pena di morte fu abolita già dal codice penale Zanardelli nel 1889.
Ripristinata durante il fascismo, fu eliminata nel 1944, anche per i reati militari. La Costituzione del 1948 la rende inammissibile “se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”. Ed il codice penale militare di guerra l’ha prevista fino al 1994, anno in cui la si è abolita anche in quella circostanza. Si discute infine per espungere dal nostro ordinamento ogni possibilità di ricorrere alla pena di morte, in qualunque tempo e in qualunque caso.
71 sono i paesi del mondo in cui è prevista la pena capitale, ma di questi 27 la prevedono ma di fatto è ormai disapplicata; 10 paesi la prevedono ma solo in particolari casi, in tempo di guerra.
Il paese in cui si fa maggior ricorso alla pena di morte è la Cina, dove si uccidono tra le 5mila e le 10mila persone all’anno, in seguito a processi in cui frequentemente è violato anche il più elementare diritto di difesa. Il numero esatto delle condanne è impreciso perché avvengono in circostanze poco chiare. Quanto a numero di esecuzioni seguono Iran, Vietnam, Arabia Saudita e Usa.
Quest’ultimo paese merita maggiore attenzione poiché, mentre gli altri paesi elencati vengono ritenuti giuridicamente arretrati e poco democratici, gli Usa, che vengono considerati uno degli ordinamenti più evoluti e democratici del mondo, sono soggetti ad episodi che lasciano perplessi.
Stando ai dati del National Institute of Mental Healt, il 5-10% dei detenuti nel braccio della morte è affetto da ritardi mentali. Dal 1977, anno della reintroduzione della pena capitale negli Stati Uniti d’America, sono stati uccise più di 100 persone con problemi psichici. Solo nel 2002 la Corte Suprema ha sancito l’incostituzionalità delle esecuzione di persone minorate. E solo nel 2005, nello stesso paese, è stata ritenuta incostituzionale la condanna a morte di minorenni: prima di questa data il numero di minorenni condannato eguagliava quello dell’Iran! (i dati sono riferiti da Amnesty e non da fonti antiamericane). Inoltre, l’82% dei condannati dal 1977 ad oggi è di pelle nera, solitamente la parte della popolazione che proviene da un ambiente sociale più povero e che si sarebbe potuta in larga parte salvare dall’esecuzione se solo avesse avuto la possibilità di remunerare un legale. E non è finita: numerose sono le persone che si sono poi rivelate innocenti in seguito a degli accertamenti (svolte sempre da Amnesty International), dopo essere stati giustiziati.
I paesi europei hanno quasi tutti abolito la pena capitale tanto che oggi costituisce una condizione sine qua non per poter esser ammessi nella UE.
È auspicabile che in tutti i paesi al mondo dove è ancora in vigore, la pena di morte venga abolita, perché nel diritto moderno ha cessato la sua passata funzione. In primo luogo perché non costituisce un deterrente al crimine. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 1998 sulla relazione tra pena capitale e tasso di omicidi, "non è prudente accettare l'ipotesi che la pena di morte abbia un effetto deterrente maggiore piuttosto che l'applicazione di altre punizioni quali il carcere o l'ergastolo". Addirittura, nei paesi abolizionisti, il tasso di omicidi è spesso sceso rispetto a quando c’era la possibilità di essere condannati a morte.
Inoltre ogni ordinamento moderno deve dare l’esempio che la vita è sacra e che la pena costituisce il mezzo per rieducare il condannato alle regole sociali che ha infranto. La reclusione coatta deve servire a costringere chi ha sbagliato a meditare sul cattivo comportamento tenuto.
Infine, ogni moderno ordinamento non ha più la necessità dell’eliminazione fisica di soggetti ritenuti pericolosi per la sua stessa sopravvivenza perché ha a disposizione tutti gli strumenti alternativi per salvaguardarsi.

-- pubblicato il 28 Gennaio 2007 --
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