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Carmelo Junior Ingegnere

 

 

Il giornalismo indipendente
di Carmelo Ingegnere

«La morte di questa giornalista nuoce di più di quanto facessero i suoi articoli, che avevano una influenza trascurabile sulla società russa»; ad esprimersi così è stato il presidente Vladimir Putin, riferendosi all’omicidio di Anna Politkovskaia, giornalista della Novaja Gazeta che da anni, con i suoi articoli, faceva conoscere all’occidente la realtà del conflitto russo - ceceno. Come hanno ricordato diversi suoi colleghi, Anna era una voce fuori dal coro, isolata, in un mare di conformismo mass mediatico prono verso lo status quo governativo. Anna andava oltre la semplificazione del conflitto, spesso denunciando gli interessi delle due parti, smascherando trame che portavano lontano. I suoi bersagli, molto spesso coincidevano con la figura di Vladimir Putin, presidente russo, e di Ramzan Kadirov, presidente georgiano e stretto alleato di Mosca, che oggi vengono dipinti come i mandanti morali dell’omicidio da parte dell’opinione pubblica europea.
La morte di Anna Politkovskaia ha posto interrogativi inquietanti a chi lavora o fruisce la stampa indipendente, con risposte non sempre ottimistiche. Chi fa il mestiere del giornalista, specie se indipendente, va incontro a molte soddisfazioni, ma ad altrettanti rischi. Il giornalismo indipendente si è sempre distinto per una narrazione diversa dei fatti, per come spesso abbia smascherato scandali politici, come nel caso del Watergate, oppure orrori non trasmessi dai media ufficiali, come l’uso del napalm in Vietnam da parte dell’esercito Usa o, più recentemente, del fosforo bianco e nuove armi ad energia diretta in Iraq, da parte dello stesso esercito. Molto spesso per identificare questo modo di fare giornalismo si usa il termine “andare oltre la notizia”, cioè oltre il fatto in sé; spiegare il perché si è fatta una guerra, perché una determinata organizzazione criminale ha iniziato una strategia stragista o controlla un determinato territorio.
Durante l’ultimo conflitto iracheno, abbiamo sentito dire spesso un termine non molto comune, ma che comunque è diventato molto popolare: embedded. Il giornalista embedded, che alla lettera significa “incapsulato”, è il giornalista che segue le guerre con gli eserciti che spesso la fanno e che, com’è successo in Vietnam o in Iraq, non hanno l’interesse affinché venga detta qualcosa di presumibilmente lesivo verso il loro operato. Inevitabilmente, questo tipo di giornalismo, con le dovute differenze, rischia di raccontare un evento come una guerra in corso da un solo punto di vista, appiattendo così la notizia. I giornalisti liberi, molto spesso free lance, invece, rischiano la loro vita pur di raccontare ciò che avviene. Si può dire benissimo che il giornalismo indipendente fa proprio l’assunto del “diritto all’informazione” che si impegna di rispettare chiunque intenda intraprendere questo mestiere. Questo assunto, gratificante e rischioso, vale nei scenari di crisi come in quelli interni, dove dominano scandali finanziari o pericolosi misteri. Da questi eventi, che possono essere un crack finanziario, come quello parmalat, o uno scandalo politico, come quello meno recente di tangentopoli, si evince il giornalismo d’inchiesta, indipendente e spesso molto critico, da quello cosiddetto di regime, attenuante verso i detentori del potere, che spesso sono gli stessi che controllano la maggior parte della grande stampa.
Eppure, in questi anni, grazie soprattutto ad internet, sono nati diversi modi di fare giornalismo. Si è parlato di una sorta di “giornalismo dal basso” quello fatto da gruppi di cittadini organizzati in rete oppure di mediattivisti riuniti in network, come è il caso di Indymedia, con l’intento di raccontare i fatti con la voce di chi li vive. A sostenere l’idea del giornalismo “dal basso” non sono solo i promotori, ma anche molti utenti che fruiscono di questo servizio, trovandolo sempre più appagante e partecipato. Attraverso i nuovi mezzi di informazione si aprono nuove possibilità, che ricordano molto per certi versi le esperienze delle radio libere degli anni 70. I rischi, allora come ora, sono quelli di un possibile imbavagliamento legato all’acquisizione di spazio ritenuto una volta per sempre libero, magari unica grande fonte di sapere, come può essere ritenuta “la grande rete” oggi. I giornalisti d’inchiesta, chi vuol fare la sua professione in maniera autonoma e con pochi condizionamenti, trova in Internet una risorsa senza pari, che comunque non riesce a sopperire del tutto la mancanza di regolamentazione o le carenti garanzie di chi fa giornalismo in maniera seria e accurata, sempre più interessato al bene comune e meno ad interessi personali.

(pubblicato il 6 Novembre 2006)
 

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