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Antonio Catalfamo

 

 

Il pensiero e l’opera di Nino Pino Balotta nella società “post-moderna”
di Antonio Catalfamo

Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1987, moriva, nella sua abitazione di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), nella quale viveva da solo, Nino Pino Balotta, scienziato, poeta, umanista. Era nato nel 1909. Corriere antifascista tra l’Italia e la Francia, nelle file di “Giustizia e Libertà”, era stato arrestato nel ’31, nel ’32 e nel ’37. Era stato in contatto con Virgile Barel, uno dei capi della Resistenza e del movimento comunista francese, tanto da essere considerato il “Thorez di Nizza”. Docente di Zootecnia all’Università di Messina, aveva ottenuto significativi riconoscimenti, in Italia e all’estero, per le sue scoperte scientifiche: nel 1952 l’Accademia Veterinaria di Francia gli aveva conferito la medaglia vermeil. Era stato deputato al Parlamento nazionale, nelle file del Partito comunista, dal ’48 al ’63. Nel 1956 aveva ottenuto il Premio Viareggio per la poesia dialettale. Con testamento olografo aveva donato il suo corpo ed i suoi organi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Messina, perché fossero destinati “alla scienza, alla ricerca e ad ogni altra operazione filantropica (trapianti, ecc.)”. In particolare, aveva espresso il desiderio che con le sue cornee qualcun altro vedesse. Ma, per il solito “imprevisto”, tutto ciò non ha potuto realizzarsi.
Una cortina di silenzio è calata sulla sua figura e sulla sua opera dopo la morte. La sua abitazione, lasciata in parte al Partito comunista (oggi Ds) e in parte all’Università di Messina, si trova in stato di quasi totale abbandono. Il centro di divulgazione culturale, tipo Istituto Gramsci, ch’egli aveva raccomandato di costituire, al momento del lascito, tramite vendita forfettaria, al Partito comunista, non è a tutt’oggi sorto. L’Università di Messina, da parte sua, ha lasciato inutilizzata la quota di abitazione da essa ereditata. Non ha provveduto a completare l’ “opera omnia” di Nino Pino, rimasta “monca” degli scritti scientifici e dei discorsi parlamentari. Un appello rivolto, attraverso la stampa locale, dal sottoscritto, in qualità di presidente del Centro Studi “Nino Pino Balotta”, al Rettore dell’Università perché si attivi è rimasto senza risposta.
Le ragioni della “rimozione” della figura e del pensiero di Nino Pino vanno ricercate nelle concezioni politico-ideologiche, filosofiche, estetiche, che sono prevalse non solo in Italia e non solo per iniziativa della destra. Paradossalmente è stato un marxista americano, Jameson, il padre fondatore del “post-modernismo”. Nel nostro Paese esso è stato configurato da Vattimo e da Ceserani come una vera e propria fase storica, autonoma rispetto alla “modernità”. La fine del movimento operaio e studentesco degli anni Sessanta e Settanta ha fatto pensare ai fautori del “post-modernismo” che, proprio a metà degli anni Settanta, sia iniziato un nuovo periodo storico contrassegnato dall’assenza di conflitto sociale. L’uomo “post-moderno” sarebbe completamente “pacificato”, addirittura “anestetizzato”, incurante dello storico e del contingente, in preda ad una sorta di “nichilismo” morbido, con gli occhi e con la mente rivolti verso il cielo, in preda al misticismo, dedito alla ricerca delle origini mitiche, dell’archetipo che si ripropone all’infinito. Non esiste il conflitto, ma non esiste neanche la realtà, ridotta a linguaggio. Rivivono, nel “pastiche” “post-moderno”, reminiscenze platoniche, secondo cui la realtà empirica non sarebbe altro che una “brutta copia” di un mitico “mondo delle idee”, che solo i “filosofi” possono conoscere, ravvisando, come “medium”, dietro gli oggetti contingenti i significati simbolici che a tale mondo rinviano. Rivive il mito platonico dell’ “anamnesi”, secondo il quale conoscere significa ricordare quel che si è già vissuto in un’altra vita, vedere “una seconda volta” ciò che si è già visto. Rivive, mediato da Platone, il “nulla cambia” di Parmenide: i comportamenti umani si ripetono, perché corrispondono a degli archetipi, a degli “stampi”, a dei “modelli” creati da Dio. Rivivono l’irrazionalismo e il “frammentismo” nicciano, per il quale la realtà non è conoscibile se non per “sprazzi”, “scampoli”, con la conseguenza inevitabile che non è possibile avere una concezione generale della vita e del mondo. Si perviene, per questa via, al “pensiero debole”, alla messa in discussione del primato della ragione, all’ “è così se vi pare”. Assistiamo, dunque, ad una miscela di neoplatonismo, misticismo, “angelologia”, irrazionalismo, nichilismo, heideggerismo d’accatto, ritorni di filosofia gnostica.
La caduta del muro di Berlino, nel 1989, sembrò confermare definitivamente questa concezione idillica di un mondo dominato dalla pace universale, dalla fine delle “utopie” sanguinarie, dal trionfo della libertà e della democrazia occidentale. La “pacificazione” si è estesa al mondo delle lettere. Sono venuti meno i conflitti tra “correnti”, “scuole”, “movimenti”. Sono sparite le riviste “militanti”, come lo erano state, nel Novecento, “La Voce”, “Il Baretti”, “Il Politecnico”, “Menabò”, “Officina”. Gli intellettuali sono diventati degli intrattenitori televisivi, hanno sostituito al metodo l’impressionismo, all’analisi acuta ed articolata il “parlar leggero”. Sono diventati narcisisticamente propagandisti di se stessi e delle loro opere, apparentemente soli sul mercato, ma, in realtà, sorretti dall’editore-imprenditore, che può assicurare il successo di un libro indipendentemente dal suo valore. Si è arrivati a quella che è stata definita “crisi della critica” o, peggio ancora, alla “fine della critica”. Se lo strutturalismo pretendeva di avvalersi di un metodo scientifico di analisi del testo, il “post-modernismo” ha negato qualsiasi metodo, affidandosi alle impressioni soggettive del critico, espresse in maniera “soft” per non infastidire più di tanto l’ascoltatore occasionale delle trasmissioni televisive, del “talk show”.
Ma l’ideologia del “post-modernismo” è entrata in crisi irreversibile con la prima guerra del Golfo, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, la seconda guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan, le invasioni bibliche dei popoli affamati, provenienti dall’Est europeo, dall’Africa, dal Medio Oriente, l’esplodere del movimento dei “no global” a livello mondiale . Le contraddizioni ed i conflitti, a livello nazionale e planetario, evidentemente erano tutt’altro che sopiti, le vecchie categorie (lotta di classe, imperialismo, sviluppo ineguale), così frettolosamente archiviate, dimostravano la loro persistente validità. La realtà, a lungo messa tra parentesi, s’imponeva nella sua drammaticità. A sua volta, richiedeva riflessioni, analisi, l’uso della ragione per essere spiegata e capita. Lo storicismo, il sociologismo (quest’ultimo pur nella forma inadeguata delle “teorie della ricezione”) hanno ripreso vigore nel campo della critica.
Dal quadro sin qui delineato, seppure nei suoi tratti essenziali, emerge chiaramente che, nell’era del “post-modernismo”, oggi al tramonto, l’opera e il pensiero di Nino Pino, fondati sul “pensiero forte”, sulla ragione, sulla ricerca inesausta della verità, sul realismo in campo letterario, sull’ “impegno”, non potevano che cadere nell’oblio. Speriamo che lo storicismo ed il sociologismo “di ritorno” ne assicurino una rapida rivalutazione.
Nino Pino ha una concezione generale del mondo, che è essenzialmente materialistica. In lui si assommano influenze illuministe e positiviste. Ciò non deve stupire, se è vero, com’è vero, che il positivismo ottocentesco, al di là delle differenze, ereditò le più significative battaglie culturali condotte nel Settecento dall’illuminismo contro l’oscurantismo clericale, contro la metafisica, in difesa dell’importanza teorica e pratica della scienza . Sul ceppo illuminista e positivista s’innesta il materialismo storico e dialettico di stampo marxista, che rappresenta l’approdo teorico del Nostro, seppur nell’originalità della sua concezione. In un’intervista rilasciata nel 1979 a Lucio Barbera e pubblicata postuma nel 1987 , Nino Pino indica esplicitamente come propri punti di riferimento ideologico e culturale Marx ed Engels. Naturalmente egli non si richiama alle concezioni dogmatiche del materialismo dialettico, condensate nel Dia-mat staliniano. Al di là dei limiti riscontrabili nella stessa “Dialettica della natura”, evidenziati da Ludovico Geymonat , non si può negare che Engels per primo si rese conto della necessità di superare lo “specialismo” positivista in una visione unitaria, che può essere assicurata solo dalla filosofia. Egli può essere considerato un “epistemologo ante litteram” , cioè il primo ad aver individuato i rapporti strettissimi che esistono tra scienza e filosofia: la seconda deve cogliere il significato d’insieme delle scoperte settoriali realizzate dalla prima; significato che Engels identificò nella dialettica, con qualche rigidità e con qualche schematismo di troppo.
Scrive giustamente il filosofo tedesco: “Lo studio empirico della natura ha accumulato una quantità così imponente di conoscenze positive, che la necessità di ordinarle sistematicamente e secondo la loro intrinseca connessione in ogni singolo ramo di ricerca è divenuta assolutamente improrogabile. E’ divenuta del pari una necessità improrogabile porre nella giusta connessione tra di loro i singoli campi della conoscenza. Con ciò, però, la conoscenza scientifica si trasferisce sul terreno teorico, e qui vengono meno i metodi dell’empiria, qui può venire in aiuto soltanto il pensiero teorico” . E’ la filosofia ad individuare il significato unitario delle singole scoperte scientifiche. Gli scienziati positivisti, che credono di poter ignorare la filosofia, in realtà sono preda della “peggiore filosofia”. Conclude, infatti, Engels: “Gli scienziati credono di liberarsi della filosofia ignorandola o insultandola. Ma poiché senza pensiero non vanno avanti e per pensare hanno bisogno di determinazioni di pensiero e accolgono però queste categorie, senza accorgersene, dal senso comune delle così dette persone colte dominato dai residui di una filosofia da gran tempo tramontata, o da quel po’ di filosofia che hanno ascoltato obbligatoriamente all’Università (che è non solo frammentaria, ma un miscuglio delle concezioni di persone appartenenti alle più diverse, e spesso peggiori, scuole), o dalla lettura acritica e asistematica di scritti filosofici di ogni specie, non sono meno schiavi della filosofia, ma lo sono il più delle volte purtroppo della peggiore; e quelli che insultano di più la filosofia sono schiavi proprio dei peggiori residui volgarizzati della peggiore filosofia…” . La stessa visione unitaria, assicurata dal materialismo, domina Nino Pino. Unità tra sapere umanistico e sapere scientifico, unità tra mondo umano, mondo vegetale e mondo animale, unità tra uomo e natura e uomo e società, nel loro reciproco condizionamento: sono questi gli elementi portanti del suo pensiero. Nino Pino, oltre che scienziato, è, come Engels, “meta-scienziato”, epistemologo alla ricerca del significato ultimo della scienza. “Eugenetica e progresso” ne è la migliore prova.
Leggiamo nel suo testamento: “Io sono senza religione e senza Dio: un ateo. Desidero che questa mia irrevocabile volontà venga, essa pure, integralmente rispettata in vita in morte e dopo morte e costituisca (…) altra condizione fondamentale della mia donazione”. In tutta la sua opera è completamente assente la parola “Dio”. Giovane di formazione anarchica, nell’immediato dopoguerra egli aveva girato in lungo e in largo la Sicilia e la Calabria, tenendo conferenze sul rapporto tra religione e scienza. Aveva organizzato, al teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto, applauditissimi contraddittori sul tema religioso, che avevano visto come protagoniste figure mitiche del movimento anarchico, come Paolo Schicchi e Alfonso Failla. Aveva dato al suo ateismo basi scientifiche, superando la semplice propaganda anticlericale che aveva caratterizzato la tradizione anarchica e social-riformista. In un’intervista rilasciata nel 1972 al francese Francis Gastambide, aveva dichiarato di considerare “i culti, le religioni, come fatti umani e storico-sociali, per nulla trascendentali, sovrastrutture, costruzioni metafisiche correlate ai vari livelli storico-sociologici con gli stadi dell’evoluzione settoriale e sistemica delle collettività umane” .
Commemorando, il 17 febbraio 1982, a Campo de’ Fiori, Giordano Bruno, nella qualità di presidente dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero intitolata al Nolano , aveva messo in risalto gli “eroici furori” del filosofo “eretico”, sottolineando, nel contempo, com’egli si muovesse, però, sempre nell’ambito del “teismo”. Nell’era della biologia, secondo Pino, devono essere, invece, investiti dall’esterno il fenomeno religioso e il presupposto teistico; entrambi vanno verificati nella loro storicità, “nei loro rapporti bio-antropo-sociologici, alla luce delle acquisizioni via via maturate” . E’, dunque, in errore chi individua i fondamenti di una “religiosità cosmica”, alla Giordano Bruno o alla Spinoza, nel pensiero e nell’opera del Nostro. Nino Pino va anche al di là delle concezioni religiose di Albert Einstein, che pure egli incontrò durante l’esilio belga dello scienziato ebreo, colpito dalle leggi razziali naziste, e del quale diffuse tra i primi in Italia la teoria della relatività, messa al bando dal regime fascista sempre per motivi razziali. Difatti, Einstein, in un suo scritto , sostiene che l’umanità, nella sua evoluzione, ha conosciuto tre tipi di religiosità. Una religiosità primitiva, la “religione della paura”, basata sulla divinizzazione delle forze della natura, che i primi uomini temono e cercano di ingraziarsi con riti religiosi. Poi una “religiosità etica”, fondata sul Dio risolutore dei problemi concreti dell’umanità e sui dogmi religiosi come base etica della società. Infine, una “religiosità cosmica”, nella quale Einstein si riconosce, che non è subordinata ad un’organizzazione chiesastica e a principi dogmatici, ma che si fonda sulla “meraviglia” per il disegno perfetto dell’universo. Come abbiamo ampiamente documentato, Nino Pino è contro ogni forma di religiosità e di teismo.
Il suo pensiero ha senz’altro radici positivistiche: è facile ricordare che fu Comte ad individuare nello sviluppo dell’umanità le tre fasi dell’era della teologia, dell’era della metafisica e dell’era della ragione (della biologia, secondo Nino Pino). Ma quello piniano è un “neopositivismo” che esclude un’evoluzione meccanica della società umana. Nino Pino riconosce illuministicamente il primato della ragione, ma, nel contempo, ne avverte i limiti. Non esistono per lui verità assolute. La realtà è processo. E’ come se esistessero vari livelli di realtà: un sistema conoscitivo è idoneo a comprendere un livello, ma non il successivo, che abbisogna di un altro sistema conoscitivo, e così via, in un processo continuo di approssimazione alla realtà oggettiva, che pure deve esistere. La realtà descrive, dunque, un processo dialettico “asintotico”: l’uomo, con strumenti conoscitivi sempre più precisi, si approssima alla verità oggettiva, senza mai raggiungerla appieno. Non troviamo in Pino lo “scientismo”, l’esaltazione della scienza come portatrice di verità assolute. L’uomo ha a propria disposizione un solo strumento, seppur fallace, per penetrare la realtà, ossia la ragione. Nino Pino usa il termine “asintotico” in “Eugenetica e progresso” e significativamente lo stesso termine viene usato da Costanzo Preve per individuare il materialismo dialettico di Ludovico Geymonat, per il quale “non esisteva una vera e propria verità assoluta, dogmatica e definitiva, ma il processo di avvicinamento ad essa era visto come un interminabile processo asintotico di successive verità relative, sempre migliori e più adeguate” . Anche qui il punto di riferimento ideologico dello “storicismo scientifico” di Nino Pino è rappresentato da Engels, il quale scrive: “Il pensiero teorico di ogni epoca, e quindi anche della nostra, è un prodotto storico, che assume in differenti tempi forme assai differenti e con ciò un contenuto assai differente. La scienza del pensiero è perciò, come tutte le altre, una scienza storica, la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano” .
Al centro della concezione piniana c’è l’uomo, essere condizionato ed essere condizionante, nell’ambito dei rapporti uomo-se stesso, uomo-società, uomo-natura. Pino rifugge, dunque, dalle concezioni individualiste ed esistenzialiste che vedono l’uomo catapultato da Dio in un mondo del quale egli avverte tutta l’estraneità. Rifugge anche dalle concezioni bergsoniane, secondo le quali da un lato vi sarebbe la società e dall’altro l’uomo, tormentato dalla necessità di trovare la propria “casella sociale”. Per lui la vita è “fenomeno universale, che comprende in unitaria ed armonica relatività tutta una gamma ciclica di manifestazioni e di parabole biotiche”. “Macrocosmo e microcosmo non sarebbero che aspetti fenomenici del divenire universale nella sua dialettica concatenazione. Allora la biologia diviene scienza della vita nella sua espressione universale (…). L’antropobiologia pertanto è anche rapporto biologico gravitazionale, armonia e correlazione biologica, tra l’uomo, gli altri esseri e la natura” . In altri termini, l’uomo è al centro di tutta una serie di rapporti dialettici che intercorrono tra di lui, la società, cioè gli altri esseri viventi, e la natura. Questi rapporti assumono il carattere di una “funzione”, intesa, in senso matematico, come “dipendenza, o interdipendenza, tra due quantità, per cui quando l’una assume un valore determinato resta ugualmente determinato il valore dell’altra” . L’universo è, dunque, fondato su tutta una serie di equilibri biologici, che, nella loro dialettica, garantiscono “la dinamica dell’armonia biologica generale” . In conseguenza del progresso scientifico, questi equilibri subiscono dei perturbamenti. Ma è necessario rimanere nei limiti della reversibilità, in modo che un riequilibrio ad un livello superiore ricrei l’armonia, dando luogo alla serie dialettica tesi-antitesi-sintesi, o, se si preferisce, affermazione-negazione-negazione della negazione. Se gli squilibri “nel sistema” diventano squilibri “del sistema”, “l’antitesi si allarga a sfere più vaste, si dilata il margine degli imponderabili, la rottura varca i limiti della reversibilità” e l’armonia dell’universo entra in crisi.
Nella dinamica dei rapporti uomo-se stesso, uomo-società, uomo-natura, sono avvenuti gravi squilibri neuro-psichici, mistificazioni commerciali ed economiche, contraddizioni polivalenti e polimorfe, condizioni di vita innaturali per gli animali (erbivori costretti a diventare onnivori, se non carnivori), forzature genetiche, dissesti idrobiologici, radioattività. Lo sport professionistico, sottoponendo a sforzo eccessivo determinati organi, altera l’equilibrio del corpo, crea macchine umane alienate nel brachimorfismo del pugile, nell’iperdolicomorfismo del saltatore o del podista. Esso comporta: squilibri del metabolismo; alterazioni del sistema nervoso e delle ghiandole a secrezione interna; produzione di sostanze tossiche nell’organismo a causa degli sforzi muscolari; disfunzioni al cuore e al sistema polmonare. L’adrenalina si riduce col lavoro muscolare esagerato; con ciò viene meno il potere eccitante di essa sugli organi sessuali e si deprime la loro attività, sia endocrina che germinale. Hanno, dunque, un bel dire i medici che affermano che lo sport fa bene. La denuncia è contenuta in un volume, “Tifo sportivo e suoi effetti” , pubblicato da Nino Pino nel 1935 e messo all’indice dal Ministero della cultura popolare (il famigerato Minculpop), dietro “spiata” di Enrico Emanuelli sulle pagine rosa della “Gazzetta Sportiva”, perché in contrasto con il fanatismo sportivo istillato dal regime fascista nelle masse. L’autore fu processato, ma assolto, perché eminenti studiosi dimostrarono il carattere scientifico della sua opera.
A questo punto, la scienza, per Pino, non deve assumere un atteggiamento di presunta “neutralità”. Il biologo non è semplicemente un “tecnico”, uno “scienziato inerte”. Egli deve denunciare la crisi che scaturisce da dissociazioni e disfunzioni settoriali e sistemiche, che partono dall’uomo e ritornano all’uomo “col loro carico di cause-effetti a catena” . Lo squilibrio attuale ha il suo centro nella “spirale dissociativa” dell’uomo, che minaccia di “imprigionarlo nella morsa di eventi apocalittici” . Compito dell’uomo è allora quello di dirigere questa spirale per non esserne travolto, stimolare “dialetticamente ogni processo riequilibratore” nei confronti di se stesso, della società, della natura. In conclusione, il biologo deve cessare di essere “tecnico” settoriale e riappropriarsi di quella visione d’insieme che solo la filosofia può dargli, consentendogli, proprio in virtù della concezione generale del mondo e della riacquisizione della dimensione etica, di indirizzare la dialettica e la problematica dei ritmi e degli equilibri biologici. Anche qui ritorna la lezione di Engels, secondo la quale il tecnico “puro”, che nega di avere una filosofia, in realtà ha la “peggiore filosofia”, che, nella società contemporanea, è quella del profitto comunque conseguito, senza curarsi degli equilibri biologici.
L’uomo, dicevamo, è al centro di una serie di rapporti dialettici. Egli è il risultato di ereditarietà, ambiente, alimentazione. Quest’ultima è l’anello di congiunzione tra mondo vegetale, mondo animale e mondo umano. L’animale si nutre di alimenti vegetali e l’uomo di animali. Ne consegue che errori commessi a livello di un anello si ripercuotono su tutti gli altri anelli della catena alimentare. Nino Pino sottolinea che i mangimi sono variamente integrati (con ormoni, antiormoni, antibiotici, pigmentanti, tensioattivi, antiossidanti, enzimi): ciò crea negli animali condizioni sempre più innaturali di vita. Certi erbivori sono stati costretti a diventare onnivori o , addirittura, carnivori; certi carnivori, certi onnivori, certi frugivori sono stati costretti a diventare, per converso, erbivori . Tutto ciò, in ultima analisi, si ripercuote sull’alimentazione umana, incidendo negativamente su eugenetica e progresso. Si tratta, anche qui, di ripristinare gli equilibri biologici alterati.
La comprensione della realtà è naturalmente funzionale all’azione modificatrice della stessa. Pino, richiamandosi a Henri Barbusse , ha considerato il marxismo “una scelta applicata che ha continuamente bisogno di inventori”, ossia “una norma per l’azione”. E’ qui presente l’influenza della “filosofia della prassi” di gramsciana memoria. La conoscenza umana ha un momento che chiamiamo solo per comodità “passivo”, che consiste nell’acquisizione dei dati della realtà fisica e nella loro rielaborazione teorica sulla base delle conoscenze precedenti (l’attività rielaborativa riduce la “passività”, la semplice “ricettività”; ciò distingue il marxismo dall’empirismo humiano; le “conoscenze precedenti”, da parte loro, non costituiscono una sorta di “a priori” slegato dalla realtà, ma derivano dalle esperienze pregresse fatte non solo dal singolo individuo, ma anche dai suoi ascendenti, che si sedimentano e si stratificano, rappresentando l’ “ereditarietà” di cui parla Nino Pino). Ed ha un momento “attivo”, costituito dalla “prassi”, cioè dall’azione dell’uomo volta a cambiare in meglio la realtà.
Nel già citato discorso commemorativo di Giordano Bruno, Nino Pino evidenziò gli elementi di arcaismo presenti nella religiosità “moderna”, che ingloba “rudimenti e sopravvivenze ancestrali, idoleggiamenti, simbolismi, in tentativi di logiche di struttura” . Questa componente arcaica ed oscurantista è foriera di gravi pericoli per l’umanità intera. Per Pino la religiosità “moderna” è caratterizzata da dogmatismo, intolleranza, autoesaltazione, misticismo, fanatismo, elementi che sfociano nel tentativo di annullare l’ “altro”, il “diverso”, l’ “infedele”. L’integralismo religioso del nostro tempo, che accomuna il mondo cattolico e il mondo islamico e legittima le nuove “crociate” e le nuove “guerre sante”, conferma la validità dell’impostazione del Nostro. La religione, in quella ch’egli definisce l’ “era della biologia”, è entrata in rotta di collisione col progresso e l’impatto violento rischia di portare alla distruzione dell’intera civiltà umana. Nino Pino presagisce lo scontro tra i dogmi della religione, portati avanti ostinatamente dalla chiesa cattolica, e le scoperte, sempre nuove, in campo genetico, apportatrici di soluzioni salvifiche per l’umanità .
Nino Pino è stato definito “personaggio leonardesco”: si è cimentato nei vari campi dello scibile umano, sfuggendo all’improvvisazione, però. Personalmente ho parlato di “umanesimo scientifico integrale” , perché egli supera la barriera artificiale tra le “due culture”: la cultura umanistica e la cultura scientifica. In ciò gli è maestro Leonardo, che ha considerato la scienza e l’arte come strumenti entrambi volti a conoscere la realtà. Ha ben scritto Antonio Banfi a proposito del grande maestro rinascimentale: “L’arte è dunque per Leonardo il primo strumento di scoperta della realtà, non di un suo essere metafisico, ma della sua concreta vivente struttura, dei suoi rapporti, dei suoi sensi, della sua infinita recondita ricchezza” . E allora, in campo poetico e letterario, Nino Pino non può essere che un “realista”. L’uomo-poeta è un “arciere”, che lancia continuamente i suoi dardi per indagare la realtà, per penetrare “i fondali del mistero / che più arretra più s’addensa” . Nino Pino, negli anni Cinquanta, aderisce al movimento letterario del “realismo lirico”, promosso da Aldo Capasso, il quale, in polemica con l’ermetismo e il surrealismo, lancia una poetica “neoromantica”, che considera la poesia espressione in forma semplice di sentimenti puri. Il giovane Capasso era stato intellettuale di punta durante il regime fascista, incappando nell’ira polemica di Gramsci, che lo presenta nei “Quaderni del carcere” come apologeta del “secentismo” di cui si rese promotrice la poesia ermetica, circondata da un’ “aura” di mistero, dominata dal desiderio di “maravigliare”. Evidentemente Capasso, nel dopoguerra, ha cambiato orientamento critico, richiamandosi alla visione neoidealista e crociana, per lungo tempo dominante nella cultura italiana, che identifica la poesia con l’ “intuizione lirica”, l’espressione immediata di sentimenti.
Ma Nino Pino, nell’ambito del “realismo lirico”, ha una sua posizione originale, esplicitata in un saggio critico pubblicato sulla rivista “Zootecnia e vita” , insieme scientifica e letteraria, da lui fondata proprio per superare la separazione tra le “due culture”. Per il Nostro la poesia è sintesi tra realtà oggettiva e realtà soggettiva. Possiamo dire ch’egli partecipa di quei connotati particolari assunti dal “neorealismo” italiano, venato di angoscia esistenziale, contrassegnato, per dirla con Gramsci, dal pessimismo della coscienza e dall’ottimismo della volontà. Per Giuseppe Petronio , forse il più autorevole studioso del “neorealismo”, questo “sentimento del mondo angosciato” rappresenta un limite, un’eredità del “decadentismo”, ma, a mio avviso, il salutare “conflitto” tra fiducia nel futuro e angoscia esistenziale impedì al movimento di isterilirsi nel presunto “oggettivismo”, nello “stereotipato”, nel “fotografico”, che, invece, contrassegnarono negativamente il “realismo socialista” di stampo sovietico.
Nino Pino, così come Leonardo, coglie la realtà non come se fosse un’entità statica, bensì nel suo farsi dialettico, nel suo divenire, addirittura nel suo pulsare di vita, nella sua interazione con l’uomo, che è parte della natura, entra in un rapporto dialettico con essa, la osserva, la studia, la modifica, ma, essendo appunto parte, deve rispettarne le leggi. L’arte non è mimesi della realtà, imitazione della natura, è, per usare ancora una volta le parole dedicate da Antonio Banfi a Leonardo, “la scoperta della realtà, nella sua profonda struttura vitale e negli intimi, complessi, differenziati rapporti con l’uomo. L’arte non è imitazione, ma ricerca, e la ricerca è intima, infinita partecipazione” . Questo rapporto dialettico uomo-natura sta al centro della raccolta “Mminuzzagghi” (rimasugli) , con la quale Nino Pino ha ottenuto il Premio Viareggio, nel 1956. La poesia del Nostro, confermando ancora una volta le ascendenze leonardesche”, è “scopritrice della realtà naturale nell’esuberante ricchezza delle sue forme, dei suoi rapporti e de’ suoi sensi”, “un’analisi infinita”, più che una “sintesi compiuta” . Se pure in questa raccolta, come nelle precedenti, troviamo in Nino Pino echi leopardiani, pascoliani, carducciani, si tratta solo di “ascendenze”, “influenze”, “sintonie culturali”, mai di imitazione di “modelli”, perché se la natura è eterno mutamento, continua evoluzione, non può essere cristallizzata in forme letterarie e stilistiche valide per l’uomo di ogni luogo e di ogni tempo.
Nino Pino ha sempre rifiutato gli schematismi, le cristallizzazioni. Si spiega anche così la sua adesione ad secondo “futurismo” degli anni Trenta, che potrebbe apparire come una parentesi isolata, una nota discordante, nell’ambito della sua produzione poetica. Il Nostro, invece, considera il “futurismo”, al pari di Gramsci e di Majakovskj, come rottura dei cristallizzati schemi borghesi. Quando anch’esso diventa “schema”, “marinettismo”, “fascismo”, se ne allontana sdegnosamente. Si rifiuta d’incontrare Martinetti, divenuto accademico d’Italia, nel corso della sua venuta a Terme Vigliatore, dove operava, intorno a Guglielmo Jannelli e alla “Balza”, un gruppo futurista.
Dicevamo che l’uomo, essendo parte della natura, deve rispettarne le leggi. “Voga voga marinaru” , la seconda raccolta poetica dialettale di Nino Pino, è tutta un atto d’accusa contro l’uomo distruttore dell’ambiente e degli equilibri biologici. L’ “ethos” dei padri, che vogavano a remi, solcando la marina di Calderà, rispettosi della natura, ch’essi temevano, cercando ingenuamente di ingraziarsela con riti d’origine pagana, è stato violato dai figli, che infestano il mare con barche a motore e morchie.
Anche la scelta linguistica è improntata al realismo. Nino Pino usa il dialetto parlato nell’area ristretta del barcellonese, del milazzese, secondo una linea che risale a Italo Calvino, per il quale bisogna privilegiare il dialetto municipale, il dialetto della “piccola patria”, perché il dialetto, quando diventa “koiné” regionale, già si pone sulla difensiva, fa un primo passo verso la lingua nazionale . Il dialetto ha in Nino Pino la funzione di far sentire “il sapore delle parole”, come ha osservato Giorgio Piccitto nella prefazione a “Voga voga marinaru” , e di proporre anche un “sapore di immagini”, attraverso l’uso di parole “ricche di umori come frutti di mare strappati allora allora dai fondali del suo mare di Barcellona” . Così come esso evoca memorie arcaiche. Ma la scelta del dialetto ha anche la funzione di protesta contro l’omologazione culturale che già comincia a manifestarsi ai tempi della composizione di “Mminuzzagghi”, negli anni Cinquanta, cioè negli anni delle grandi migrazioni verso il Nord, in conseguenza delle quali il contadino meridionale viene catapultato nelle grandi città del “continente”, perde progressivamente la propria identità culturale, sostituisce al proprio dialetto una lingua “meticcia”, mista d’italiano zoppicante e di dialetto. I suoi figli, i suoi nipoti, non parleranno più il dialetto. E’ questo il “genocidio” della cultura delle classi subalterne denunciato da Pasolini.
Ma oltre ad essere poeta dialettale, Nino Pino è stato dialettologo. “Mminuzzagghi” è preceduto, oltre che da una nota introduttiva di Concetto Marchesi, da un saggio del Nostro sul dialetto siciliano, seguito nelle sua evoluzione nei secoli. Le mutazioni del dialetto sono ricollegate, secondo il metodo del materialismo storico, ai mutamenti economici della società. Come ha osservato Oronzo Parlangeli , il Nostro si colloca “a sinistra” di Stalin, che considerava la lingua non fenomeno “sovrastrutturale”, bensì “strutturale”, destinato a non mutare nelle sue strutture fondamentali nei secoli. Condividiamo il metodo usato da Pino, ma non le osservazioni relative alla funzione unificante del dialetto siciliano che, a suo avviso, fu esercitato dalla Scuola poetica di Federico II. Quest’ultima, come osserva giustamente Dante Alighieri nel “De vulgari eloquentia”, costruì una lingua esclusivamente poetica, “artificiale”, non parlata, attraverso l’eliminazione, da un lato, delle parole più “localistiche”, municipali, e, dall’altro, attraverso il confronto con il latino e il provenzale, avente funzione di “affinamento”.
Il sentimento poetico della natura anima anche un’opera in lingua, “L’epopea di Gagarin” , ingiustamente considerata da qualche critico sprovveduto pedissequamente apologetica del regime sovietico. Un critico di valore, come Jean-Paul De Nola , evidenzia, invece, la sapienza tecnica del poeta, i giuochi di suono e di senso, l’uso dell’allitterazione, il ricorso frequente alla ripetizione e al richiamo , e, soprattutto, il chiaroscuro morale, a forma di chiasmo: difatti, nell’ “Epopea di Gagarin” stessa, al canto trionfale per le conquiste dell’uomo sovietico fa da contrappunto l’ “uccellaccio nero”, cattivo ricordo di lotte fratricide, di stermini e “megamorte”; nella poesia “Buchenwald”, compresa nella medesima raccolta, “la memoria della mostruosa strage va sublimata nell’immagine della maestosa colonna eretta sul luogo dove sorgeva il sinistro campo di concentramento”; in “Lidice”, anch’essa compresa nella raccolta, “il martirio degli abitanti del paese cecoslovacco annientato dai nazisti è evocato idillicamente, a prima vista per lo meno, dal meraviglioso roseto che copre ora quel luogo cancellato dalla carta geografica” .
L’universo è un solo palpito, è dominato dal “bioritmo”, descrive un movimento che ritorna su se stesso e che basta a se stesso e che non attende legge al di fuori di se stesso. Nino Pino, come Leonardo, sente il pulsare della vita universa, vede l’uomo Gagarin partecipare al palpito cosmico, ruotare nel grembo paterno. La “scienza proletaria” lo ha proiettato in questa dimensione, lo ha posto all’unisono col “macrocosmo”, proprio perché libera da pregiudizi, e perciò indirizzata verso orizzonti sempre più ambiziosi. L’uomo, se, da un lato, lacera, grazie alle conoscenze acquisite, la maschera della realtà, dall’altro, lacera la propria, va al fondo di se stesso, a scoprire la sua vera natura di “fratello del fratello, / ansioso solo d’avvenire” .
In conclusione, che cosa è attuale del pensiero e dell’opera di Nino Pino? Innanzitutto, la concezione unitaria del sapere, la consapevolezza che i risultati ottenuti in un campo si ripercuotono positivamente in tutti gli altri. Per usare un’antinomia leniniana, la “scienza borghese” finge di essere neutrale, nascondendosi dietro la “specializzazione”, e, quindi, non oppone alcuna resistenza a chi vuole e può strumentalizzarla, anzi si pone con piacere al servizio degli interessi del grande capitale. La “scienza proletaria”, invece, è ben consapevole dei nessi dialettici che legano ogni singola disciplina alla globalità del sapere. Oggi , purtroppo, prevale la “scienza borghese” ed il primato della tecnica mette in crisi la filosofia tradizionale, intesa come concezione generale del mondo. In secondo luogo, Nino Pino considera la scienza al servizio della società, non degli interessi della borghesia capitalistica. Anche qui va ripresa l’antinomia leniniana. Difatti, la “scienza borghese” può senz’altro ottenere notevoli successi, ma, proprio in virtù della sua presunta “neutralità”, è culturalmente sterile. La “scienza proletaria”, proprio perché al servizio dell’uomo e dei suoi bisogni, si inserisce nelle lotte generali della cultura e della società, si “sporca le mani” con i problemi sociali e culturali. In terzo luogo, la scienza per Nino Pino deve combattere le concezioni irrazionaliste e mistiche del mondo, che, purtroppo, ancor oggi sopravvivono, anzi prosperano.

Note:

1) Romano Luperini, La fine del postmoderno, Guida, Napoli, 2005.
2) Ludovico Geymonat, “Engels e la dialettica della natura”, in Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. V, Garzanti, Milano, 1970, ma si cita sin d’ora dalla ristampa 1988, pag. 409.
3) Intervista rilasciata a Lucio Barbera, in Gazzetta del Sud, 29 luglio 1987, pag. 15.
4) Ludovico Geymonat, “Engels e la dialettica della natura”, cit. , pagg. 419-432.
5) Si veda la prefazione di Lucio Lombardo Radice a Friedrich Engels, Dialettica della natura, Editori Riuniti, Roma, 1971 (3ª edizione), pag. 22.
6) Friedrich Engels, Dialettica della natura, cit. , pag. 57.
7) Ibidem, pagg. 221-222.
8) Nino Pino, Eugenetica e progresso, Edikon, Milano, 1967.
9) Intervista pubblicata in appendice al volume Francis Gastambide, Nino Pino. L’Homme, l’Oeuvre et l’Universalité de l’Amour, Editions Saint-Germain-des-Prés, Paris, 1972, pag. 347.
10) Il testo della commemorazione è stato pubblicato in “La Ragione”, Roma, aprile 1982; ora in Antonio Catalfamo, Nino Pino, gli “eroici furori”. Vita di un libertario, Silia Punto L Edizioni, Ragusa, 1996, pagg. 57-63.
11) Ibidem, pag. 60.
12) Albert Einstein, “Religione e scienza”, in Il mondo come io lo vedo, Newton & Compton editori, Roma, 2005, pagg. 44-48. Si tratta della riproposizione in Italia di una raccolta di lettere e articoli non scientifici pubblicata per la prima volta in Germania nel 1934 e subito tradotta per il pubblico americano.
13) Costanzo Preve, “L’eredità intellettuale di Ludovico Geymonat (1908-1991) ed i problemi del materialismo scientifico e filosofico”, in Un secolo di marxismo. Idee e ideologie, CRT Editrice, Pistoia, 2003, pag. 128.
14) Friedrich Engels, Dialettica della natura, cit. , pag. 57.
15) Nino Pino, Eugenetica e progresso, cit. , pagg. 52-53.
16) Ibidem, pag. 50.
17) Ibidem, pag. 53.
18) Ibidem.
19) Nino Pino, Tifo sportivo e suoi effetti, Quaderni di poesia, Milano, 1935.
20) Idem, Eugenetica e progresso, cit. , pagg. 73-74.
21) Ibidem, pag. 84.
22) Ibidem, pag. 85.
23) Ibidem, pag. 68.
24) Si veda la già citata intervista a Gastambide, pag. 335.
25) Si veda la commemorazione di Giordano Bruno, cit. , pag. 61.
26) Ibidem, pag. 62.
27) Antonio Catalfamo, “L’umanesimo integrale di Nino Pino”, in Scrittori, umanisti e “cavalieri erranti” di Sicilia, Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa, 2001.
28) Antonio Banfi, “Leonardo e l’uomo moderno”, in Scritti letterari, Editori Riuniti, Roma, 1970, pag. 66.
29) Nino Pino, “L’arciere”, in Moli protesi, Edikon, Milano, 1966, ma si cita da Poesie e teatro, editrice Pungitopo, Marina di Patti (Messina), 1984, pag. 219. Quest’ultimo volume riunisce tutte le raccolte poetiche e i testi teatrali del Nostro.
30) Antonio Gramsci, “Secentismo dell’attuale poesia”, in Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino, 1954 (4ª edizione), pag. 96.
31) Nino Pino, “Sul realismo nella lirica”, in “Zootecnia e Vita”, Quaderni dell’Istituto di Zootecnia Generale dell’Università di Messina, anno I, n. 3-4, luglio-dicembre1958, pagg. 31-33.
32) Giuseppe Petronio, L’attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1987 (1ª edizione: 1963), pag. 862.
33) Antonio Banfi, “Leonardo e l’uomo moderno”, cit. , pag. 66.
34) Nino Pino, Mminuzzagghi (rimasugli), Quaderni internazionali di poesia, Roma, 1956.
35) Antonio Banfi, “Leonardo e l’uomo moderno”, cit. , pag. 67.
36) Nino Pino, Voga voga marinaru, Vittorietti, Palermo, 1970.
37) Italo Calvino, “Il dialetto”, in Eremita a Parigi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1994, pagg. 204-205.
38) Giorgio Piccitto, “Il sapore delle parole”, prefazione a Nino Pino, voga voga marinaru, cit. ; ma si cita da Poesie e teatro, cit. , pagg. 237-243.
39) Ibidem, pag. 243.
40) Oronzo Parlangeli, “Nino Pino: poeta e dialettologo”, in Testimonianze a Nino Pino, numero speciale pubblicato in occasione del 50° compleanno di Pino, supplemento del n. 6 della rivista “Artestampa”, Genova-Savona, novembre 1959, pagg. 39-40.
41) Nino Pino, L’epopea di Gagarin, Sabatelli, Genova, 1963.
42) Jean-Paul De Nola, “Il poeta Nino Pino”, in Ausonia, 6-XXII, Siena, 1967, ma si cita da AA. VV. , Spettroscopia di un tizio. Recensioni ed articoli su Nino Pino a cura di Vittorio Clemente, Arti Grafiche La Sicilia, Messina, 1969, pagg. 26-32.
43) Ibidem, pag. 32.
44) Ibidem, pag. 27.
45) Nino Pino, L’epopea di Gagarin, ora in Poesie e teatro, cit. , pag. 152.

BIBLIOGRAFIA

Opere di Nino Pino

Poesia

Sciami di sparse parole, Quaderni di poesia, Milano, 1939.
Altalene, Misura, Bergamo, 1951.
Mminuzzagghi (rimasugli), Quaderni internazionali di poesia, Roma, 1956.
L’epopea di Gagarin, Sabatelli, Genova, 1963.
Moli protesi, Edikon, Milano, 1966.
Voga voga marinaru, Vittorietti, Palermo, 1970.


Saggi letterari

Sul dialetto siciliano, Quaderni di Chiarezza, Cosenza, 1955.
Due conferenze, Liguria, Genova, 1957.
Tre profili, D’Anna, Messina-Firenze, 1963.
Domenico Tempio tra Voltaire, Rousseau e G. Meli, Archivio Storico Siciliano, III, 17, Palermo, 1968.
La canzone di Pier delle Vigne, Archivio Storico Siciliano, III, 20, Palermo, 1972.
Renato I d’Angiò nel contesto dei rapporti socio-culturali tra Francia e Sicilia, Vittorietti, Palermo, 1980.
Amori di Sicilia, Il Vespro, Palermo, 1980.


Teatro

U tamburu, Scheiwiller, Milano, 1980.


Opere scientifiche e varie

Tifo sportivo e suoi effetti, Quaderni di poesia, Milano, 1935.
Dalla tribuna parlamentare (discorsi), Tipografia Camera dei deputati, Roma, 1948-1963.
Eugenetica e progresso, Edikon, Milano, 1967.
Pesci in tavola, Ciranna, Roma, 1967.
Albert Einstein a 10 anni dalla scomparsa, La Sicilia, Messina, 1969.

Ricordiamo, inoltre, i due volumi dell’ “Opera omnia”, intitolati rispettivamente Poesie e teatro e Prose e pubblicati nel 1984 dalle Edizioni Pungitopo di Marina di Patti (Messina).


Opere su Nino Pino

Giuseppe Alibrandi, Nino Pino. L’uomo e il suo tempo, Pungitopo, Marina di Patti (Messina), 1982.
AA. VV. , Testimonianze a Nino Pino, in “Artestampa”, supplemento al n. 6, Genova, novembre 1959.
AA. VV. , Spettroscopia di un tizio. Recensioni ed articoli su Nino Pino a cura di Vittorio Clemente, Arti Grafiche La Sicilia, Messina, 1969.
AA.VV. , L’Università di Messina onora Nino Pino, in “Netum”, n. 1/3, Noto, ottobre 1985, pagg. 14-23.
Antonio Catalfamo, Nino Pino, gli “eroici furori”. Vita di un libertario, Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa, 1996.
Idem, “L’umanesimo integrale di Nino Pino”, in Scrittori umanisti e “cavalieri erranti” di Sicilia, Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa, 2001, pagg. 9-49.
Francis Gastambide, Nino Pino. L’Homme, l’Oeuvre et l’Universalité de l’Amour, Editions Saint-Germain-des-Prés, Paris, 1972.
Giuliano Innamorati, Rapporto su Nino Pino, in “Inventario” (NS), n. 19, Verona, I trimestre 1987, pagg. 87-103.
Antonio Piromalli, Nino Pino, Edikronos, Palermo, 1983.
Vincenzo Santangelo, Nino Pino futurista, Vittorietti, Palermo, 1980.
Giacinto Spagnoletti, La letteratura italiana del nostro secolo, Mondadori, Milano, 1985, pagg. 1108-1109.

(pubblicato il 21Maggio 2006)
 

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