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Antonio
Catalfamo |
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| Il
pensiero e l’opera di Nino Pino Balotta nella società
“post-moderna” |
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di Antonio
Catalfamo |
Nella notte tra il
25 e il 26 luglio 1987, moriva, nella sua abitazione di
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), nella quale viveva
da solo, Nino Pino Balotta, scienziato, poeta, umanista.
Era nato nel 1909. Corriere antifascista tra l’Italia
e la Francia, nelle file di “Giustizia e Libertà”,
era stato arrestato nel ’31, nel ’32 e nel ’37.
Era stato in contatto con Virgile Barel, uno dei capi della
Resistenza e del movimento comunista francese, tanto da
essere considerato il “Thorez di Nizza”. Docente
di Zootecnia all’Università di Messina, aveva
ottenuto significativi riconoscimenti, in Italia e all’estero,
per le sue scoperte scientifiche: nel 1952 l’Accademia
Veterinaria di Francia gli aveva conferito la medaglia vermeil.
Era stato deputato al Parlamento nazionale, nelle file del
Partito comunista, dal ’48 al ’63. Nel 1956
aveva ottenuto il Premio Viareggio per la poesia dialettale.
Con testamento olografo aveva donato il suo corpo ed i suoi
organi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università
di Messina, perché fossero destinati “alla
scienza, alla ricerca e ad ogni altra operazione filantropica
(trapianti, ecc.)”. In particolare, aveva espresso
il desiderio che con le sue cornee qualcun altro vedesse.
Ma, per il solito “imprevisto”, tutto ciò
non ha potuto realizzarsi.
Una cortina di silenzio è calata sulla sua figura
e sulla sua opera dopo la morte. La sua abitazione, lasciata
in parte al Partito comunista (oggi Ds) e in parte all’Università
di Messina, si trova in stato di quasi totale abbandono.
Il centro di divulgazione culturale, tipo Istituto Gramsci,
ch’egli aveva raccomandato di costituire, al momento
del lascito, tramite vendita forfettaria, al Partito comunista,
non è a tutt’oggi sorto. L’Università
di Messina, da parte sua, ha lasciato inutilizzata la quota
di abitazione da essa ereditata. Non ha provveduto a completare
l’ “opera omnia” di Nino Pino, rimasta
“monca” degli scritti scientifici e dei discorsi
parlamentari. Un appello rivolto, attraverso la stampa locale,
dal sottoscritto, in qualità di presidente del Centro
Studi “Nino Pino Balotta”, al Rettore dell’Università
perché si attivi è rimasto senza risposta.
Le ragioni della “rimozione” della figura e
del pensiero di Nino Pino vanno ricercate nelle concezioni
politico-ideologiche, filosofiche, estetiche, che sono prevalse
non solo in Italia e non solo per iniziativa della destra.
Paradossalmente è stato un marxista americano, Jameson,
il padre fondatore del “post-modernismo”. Nel
nostro Paese esso è stato configurato da Vattimo
e da Ceserani come una vera e propria fase storica, autonoma
rispetto alla “modernità”. La fine del
movimento operaio e studentesco degli anni Sessanta e Settanta
ha fatto pensare ai fautori del “post-modernismo”
che, proprio a metà degli anni Settanta, sia iniziato
un nuovo periodo storico contrassegnato dall’assenza
di conflitto sociale. L’uomo “post-moderno”
sarebbe completamente “pacificato”, addirittura
“anestetizzato”, incurante dello storico e del
contingente, in preda ad una sorta di “nichilismo”
morbido, con gli occhi e con la mente rivolti verso il cielo,
in preda al misticismo, dedito alla ricerca delle origini
mitiche, dell’archetipo che si ripropone all’infinito.
Non esiste il conflitto, ma non esiste neanche la realtà,
ridotta a linguaggio. Rivivono, nel “pastiche”
“post-moderno”, reminiscenze platoniche, secondo
cui la realtà empirica non sarebbe altro che una
“brutta copia” di un mitico “mondo delle
idee”, che solo i “filosofi” possono conoscere,
ravvisando, come “medium”, dietro gli oggetti
contingenti i significati simbolici che a tale mondo rinviano.
Rivive il mito platonico dell’ “anamnesi”,
secondo il quale conoscere significa ricordare quel che
si è già vissuto in un’altra vita, vedere
“una seconda volta” ciò che si è
già visto. Rivive, mediato da Platone, il “nulla
cambia” di Parmenide: i comportamenti umani si ripetono,
perché corrispondono a degli archetipi, a degli “stampi”,
a dei “modelli” creati da Dio. Rivivono l’irrazionalismo
e il “frammentismo” nicciano, per il quale la
realtà non è conoscibile se non per “sprazzi”,
“scampoli”, con la conseguenza inevitabile che
non è possibile avere una concezione generale della
vita e del mondo. Si perviene, per questa via, al “pensiero
debole”, alla messa in discussione del primato della
ragione, all’ “è così se vi pare”.
Assistiamo, dunque, ad una miscela di neoplatonismo, misticismo,
“angelologia”, irrazionalismo, nichilismo, heideggerismo
d’accatto, ritorni di filosofia gnostica.
La caduta del muro di Berlino, nel 1989, sembrò confermare
definitivamente questa concezione idillica di un mondo dominato
dalla pace universale, dalla fine delle “utopie”
sanguinarie, dal trionfo della libertà e della democrazia
occidentale. La “pacificazione” si è
estesa al mondo delle lettere. Sono venuti meno i conflitti
tra “correnti”, “scuole”, “movimenti”.
Sono sparite le riviste “militanti”, come lo
erano state, nel Novecento, “La Voce”, “Il
Baretti”, “Il Politecnico”, “Menabò”,
“Officina”. Gli intellettuali sono diventati
degli intrattenitori televisivi, hanno sostituito al metodo
l’impressionismo, all’analisi acuta ed articolata
il “parlar leggero”. Sono diventati narcisisticamente
propagandisti di se stessi e delle loro opere, apparentemente
soli sul mercato, ma, in realtà, sorretti dall’editore-imprenditore,
che può assicurare il successo di un libro indipendentemente
dal suo valore. Si è arrivati a quella che è
stata definita “crisi della critica” o, peggio
ancora, alla “fine della critica”. Se lo strutturalismo
pretendeva di avvalersi di un metodo scientifico di analisi
del testo, il “post-modernismo” ha negato qualsiasi
metodo, affidandosi alle impressioni soggettive del critico,
espresse in maniera “soft” per non infastidire
più di tanto l’ascoltatore occasionale delle
trasmissioni televisive, del “talk show”.
Ma l’ideologia del “post-modernismo” è
entrata in crisi irreversibile con la prima guerra del Golfo,
l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre
2001, la seconda guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan,
le invasioni bibliche dei popoli affamati, provenienti dall’Est
europeo, dall’Africa, dal Medio Oriente, l’esplodere
del movimento dei “no global” a livello mondiale
. Le contraddizioni ed i conflitti, a livello nazionale
e planetario, evidentemente erano tutt’altro che sopiti,
le vecchie categorie (lotta di classe, imperialismo, sviluppo
ineguale), così frettolosamente archiviate, dimostravano
la loro persistente validità. La realtà, a
lungo messa tra parentesi, s’imponeva nella sua drammaticità.
A sua volta, richiedeva riflessioni, analisi, l’uso
della ragione per essere spiegata e capita. Lo storicismo,
il sociologismo (quest’ultimo pur nella forma inadeguata
delle “teorie della ricezione”) hanno ripreso
vigore nel campo della critica.
Dal quadro sin qui delineato, seppure nei suoi tratti essenziali,
emerge chiaramente che, nell’era del “post-modernismo”,
oggi al tramonto, l’opera e il pensiero di Nino Pino,
fondati sul “pensiero forte”, sulla ragione,
sulla ricerca inesausta della verità, sul realismo
in campo letterario, sull’ “impegno”,
non potevano che cadere nell’oblio. Speriamo che lo
storicismo ed il sociologismo “di ritorno” ne
assicurino una rapida rivalutazione.
Nino Pino ha una concezione generale del mondo, che è
essenzialmente materialistica. In lui si assommano influenze
illuministe e positiviste. Ciò non deve stupire,
se è vero, com’è vero, che il positivismo
ottocentesco, al di là delle differenze, ereditò
le più significative battaglie culturali condotte
nel Settecento dall’illuminismo contro l’oscurantismo
clericale, contro la metafisica, in difesa dell’importanza
teorica e pratica della scienza . Sul ceppo illuminista
e positivista s’innesta il materialismo storico e
dialettico di stampo marxista, che rappresenta l’approdo
teorico del Nostro, seppur nell’originalità
della sua concezione. In un’intervista rilasciata
nel 1979 a Lucio Barbera e pubblicata postuma nel 1987 ,
Nino Pino indica esplicitamente come propri punti di riferimento
ideologico e culturale Marx ed Engels. Naturalmente egli
non si richiama alle concezioni dogmatiche del materialismo
dialettico, condensate nel Dia-mat staliniano. Al di là
dei limiti riscontrabili nella stessa “Dialettica
della natura”, evidenziati da Ludovico Geymonat ,
non si può negare che Engels per primo si rese conto
della necessità di superare lo “specialismo”
positivista in una visione unitaria, che può essere
assicurata solo dalla filosofia. Egli può essere
considerato un “epistemologo ante litteram”
, cioè il primo ad aver individuato i rapporti strettissimi
che esistono tra scienza e filosofia: la seconda deve cogliere
il significato d’insieme delle scoperte settoriali
realizzate dalla prima; significato che Engels identificò
nella dialettica, con qualche rigidità e con qualche
schematismo di troppo.
Scrive giustamente il filosofo tedesco: “Lo studio
empirico della natura ha accumulato una quantità
così imponente di conoscenze positive, che la necessità
di ordinarle sistematicamente e secondo la loro intrinseca
connessione in ogni singolo ramo di ricerca è divenuta
assolutamente improrogabile. E’ divenuta del pari
una necessità improrogabile porre nella giusta connessione
tra di loro i singoli campi della conoscenza. Con ciò,
però, la conoscenza scientifica si trasferisce sul
terreno teorico, e qui vengono meno i metodi dell’empiria,
qui può venire in aiuto soltanto il pensiero teorico”
. E’ la filosofia ad individuare il significato unitario
delle singole scoperte scientifiche. Gli scienziati positivisti,
che credono di poter ignorare la filosofia, in realtà
sono preda della “peggiore filosofia”. Conclude,
infatti, Engels: “Gli scienziati credono di liberarsi
della filosofia ignorandola o insultandola. Ma poiché
senza pensiero non vanno avanti e per pensare hanno bisogno
di determinazioni di pensiero e accolgono però queste
categorie, senza accorgersene, dal senso comune delle così
dette persone colte dominato dai residui di una filosofia
da gran tempo tramontata, o da quel po’ di filosofia
che hanno ascoltato obbligatoriamente all’Università
(che è non solo frammentaria, ma un miscuglio delle
concezioni di persone appartenenti alle più diverse,
e spesso peggiori, scuole), o dalla lettura acritica e asistematica
di scritti filosofici di ogni specie, non sono meno schiavi
della filosofia, ma lo sono il più delle volte purtroppo
della peggiore; e quelli che insultano di più la
filosofia sono schiavi proprio dei peggiori residui volgarizzati
della peggiore filosofia…” . La stessa visione
unitaria, assicurata dal materialismo, domina Nino Pino.
Unità tra sapere umanistico e sapere scientifico,
unità tra mondo umano, mondo vegetale e mondo animale,
unità tra uomo e natura e uomo e società,
nel loro reciproco condizionamento: sono questi gli elementi
portanti del suo pensiero. Nino Pino, oltre che scienziato,
è, come Engels, “meta-scienziato”, epistemologo
alla ricerca del significato ultimo della scienza. “Eugenetica
e progresso” ne è la migliore prova.
Leggiamo nel suo testamento: “Io sono senza religione
e senza Dio: un ateo. Desidero che questa mia irrevocabile
volontà venga, essa pure, integralmente rispettata
in vita in morte e dopo morte e costituisca (…) altra
condizione fondamentale della mia donazione”. In tutta
la sua opera è completamente assente la parola “Dio”.
Giovane di formazione anarchica, nell’immediato dopoguerra
egli aveva girato in lungo e in largo la Sicilia e la Calabria,
tenendo conferenze sul rapporto tra religione e scienza.
Aveva organizzato, al teatro Mandanici di Barcellona Pozzo
di Gotto, applauditissimi contraddittori sul tema religioso,
che avevano visto come protagoniste figure mitiche del movimento
anarchico, come Paolo Schicchi e Alfonso Failla. Aveva dato
al suo ateismo basi scientifiche, superando la semplice
propaganda anticlericale che aveva caratterizzato la tradizione
anarchica e social-riformista. In un’intervista rilasciata
nel 1972 al francese Francis Gastambide, aveva dichiarato
di considerare “i culti, le religioni, come fatti
umani e storico-sociali, per nulla trascendentali, sovrastrutture,
costruzioni metafisiche correlate ai vari livelli storico-sociologici
con gli stadi dell’evoluzione settoriale e sistemica
delle collettività umane” .
Commemorando, il 17 febbraio 1982, a Campo de’ Fiori,
Giordano Bruno, nella qualità di presidente dell’Associazione
Nazionale del Libero Pensiero intitolata al Nolano , aveva
messo in risalto gli “eroici furori” del filosofo
“eretico”, sottolineando, nel contempo, com’egli
si muovesse, però, sempre nell’ambito del “teismo”.
Nell’era della biologia, secondo Pino, devono essere,
invece, investiti dall’esterno il fenomeno religioso
e il presupposto teistico; entrambi vanno verificati nella
loro storicità, “nei loro rapporti bio-antropo-sociologici,
alla luce delle acquisizioni via via maturate” . E’,
dunque, in errore chi individua i fondamenti di una “religiosità
cosmica”, alla Giordano Bruno o alla Spinoza, nel
pensiero e nell’opera del Nostro. Nino Pino va anche
al di là delle concezioni religiose di Albert Einstein,
che pure egli incontrò durante l’esilio belga
dello scienziato ebreo, colpito dalle leggi razziali naziste,
e del quale diffuse tra i primi in Italia la teoria della
relatività, messa al bando dal regime fascista sempre
per motivi razziali. Difatti, Einstein, in un suo scritto
, sostiene che l’umanità, nella sua evoluzione,
ha conosciuto tre tipi di religiosità. Una religiosità
primitiva, la “religione della paura”, basata
sulla divinizzazione delle forze della natura, che i primi
uomini temono e cercano di ingraziarsi con riti religiosi.
Poi una “religiosità etica”, fondata
sul Dio risolutore dei problemi concreti dell’umanità
e sui dogmi religiosi come base etica della società.
Infine, una “religiosità cosmica”, nella
quale Einstein si riconosce, che non è subordinata
ad un’organizzazione chiesastica e a principi dogmatici,
ma che si fonda sulla “meraviglia” per il disegno
perfetto dell’universo. Come abbiamo ampiamente documentato,
Nino Pino è contro ogni forma di religiosità
e di teismo.
Il suo pensiero ha senz’altro radici positivistiche:
è facile ricordare che fu Comte ad individuare nello
sviluppo dell’umanità le tre fasi dell’era
della teologia, dell’era della metafisica e dell’era
della ragione (della biologia, secondo Nino Pino). Ma quello
piniano è un “neopositivismo” che esclude
un’evoluzione meccanica della società umana.
Nino Pino riconosce illuministicamente il primato della
ragione, ma, nel contempo, ne avverte i limiti. Non esistono
per lui verità assolute. La realtà è
processo. E’ come se esistessero vari livelli di realtà:
un sistema conoscitivo è idoneo a comprendere un
livello, ma non il successivo, che abbisogna di un altro
sistema conoscitivo, e così via, in un processo continuo
di approssimazione alla realtà oggettiva, che pure
deve esistere. La realtà descrive, dunque, un processo
dialettico “asintotico”: l’uomo, con strumenti
conoscitivi sempre più precisi, si approssima alla
verità oggettiva, senza mai raggiungerla appieno.
Non troviamo in Pino lo “scientismo”, l’esaltazione
della scienza come portatrice di verità assolute.
L’uomo ha a propria disposizione un solo strumento,
seppur fallace, per penetrare la realtà, ossia la
ragione. Nino Pino usa il termine “asintotico”
in “Eugenetica e progresso” e significativamente
lo stesso termine viene usato da Costanzo Preve per individuare
il materialismo dialettico di Ludovico Geymonat, per il
quale “non esisteva una vera e propria verità
assoluta, dogmatica e definitiva, ma il processo di avvicinamento
ad essa era visto come un interminabile processo asintotico
di successive verità relative, sempre migliori e
più adeguate” . Anche qui il punto di riferimento
ideologico dello “storicismo scientifico” di
Nino Pino è rappresentato da Engels, il quale scrive:
“Il pensiero teorico di ogni epoca, e quindi anche
della nostra, è un prodotto storico, che assume in
differenti tempi forme assai differenti e con ciò
un contenuto assai differente. La scienza del pensiero è
perciò, come tutte le altre, una scienza storica,
la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano”
.
Al centro della concezione piniana c’è l’uomo,
essere condizionato ed essere condizionante, nell’ambito
dei rapporti uomo-se stesso, uomo-società, uomo-natura.
Pino rifugge, dunque, dalle concezioni individualiste ed
esistenzialiste che vedono l’uomo catapultato da Dio
in un mondo del quale egli avverte tutta l’estraneità.
Rifugge anche dalle concezioni bergsoniane, secondo le quali
da un lato vi sarebbe la società e dall’altro
l’uomo, tormentato dalla necessità di trovare
la propria “casella sociale”. Per lui la vita
è “fenomeno universale, che comprende in unitaria
ed armonica relatività tutta una gamma ciclica di
manifestazioni e di parabole biotiche”. “Macrocosmo
e microcosmo non sarebbero che aspetti fenomenici del divenire
universale nella sua dialettica concatenazione. Allora la
biologia diviene scienza della vita nella sua espressione
universale (…). L’antropobiologia pertanto è
anche rapporto biologico gravitazionale, armonia e correlazione
biologica, tra l’uomo, gli altri esseri e la natura”
. In altri termini, l’uomo è al centro di tutta
una serie di rapporti dialettici che intercorrono tra di
lui, la società, cioè gli altri esseri viventi,
e la natura. Questi rapporti assumono il carattere di una
“funzione”, intesa, in senso matematico, come
“dipendenza, o interdipendenza, tra due quantità,
per cui quando l’una assume un valore determinato
resta ugualmente determinato il valore dell’altra”
. L’universo è, dunque, fondato su tutta una
serie di equilibri biologici, che, nella loro dialettica,
garantiscono “la dinamica dell’armonia biologica
generale” . In conseguenza del progresso scientifico,
questi equilibri subiscono dei perturbamenti. Ma è
necessario rimanere nei limiti della reversibilità,
in modo che un riequilibrio ad un livello superiore ricrei
l’armonia, dando luogo alla serie dialettica tesi-antitesi-sintesi,
o, se si preferisce, affermazione-negazione-negazione della
negazione. Se gli squilibri “nel sistema” diventano
squilibri “del sistema”, “l’antitesi
si allarga a sfere più vaste, si dilata il margine
degli imponderabili, la rottura varca i limiti della reversibilità”
e l’armonia dell’universo entra in crisi.
Nella dinamica dei rapporti uomo-se stesso, uomo-società,
uomo-natura, sono avvenuti gravi squilibri neuro-psichici,
mistificazioni commerciali ed economiche, contraddizioni
polivalenti e polimorfe, condizioni di vita innaturali per
gli animali (erbivori costretti a diventare onnivori, se
non carnivori), forzature genetiche, dissesti idrobiologici,
radioattività. Lo sport professionistico, sottoponendo
a sforzo eccessivo determinati organi, altera l’equilibrio
del corpo, crea macchine umane alienate nel brachimorfismo
del pugile, nell’iperdolicomorfismo del saltatore
o del podista. Esso comporta: squilibri del metabolismo;
alterazioni del sistema nervoso e delle ghiandole a secrezione
interna; produzione di sostanze tossiche nell’organismo
a causa degli sforzi muscolari; disfunzioni al cuore e al
sistema polmonare. L’adrenalina si riduce col lavoro
muscolare esagerato; con ciò viene meno il potere
eccitante di essa sugli organi sessuali e si deprime la
loro attività, sia endocrina che germinale. Hanno,
dunque, un bel dire i medici che affermano che lo sport
fa bene. La denuncia è contenuta in un volume, “Tifo
sportivo e suoi effetti” , pubblicato da Nino Pino
nel 1935 e messo all’indice dal Ministero della cultura
popolare (il famigerato Minculpop), dietro “spiata”
di Enrico Emanuelli sulle pagine rosa della “Gazzetta
Sportiva”, perché in contrasto con il fanatismo
sportivo istillato dal regime fascista nelle masse. L’autore
fu processato, ma assolto, perché eminenti studiosi
dimostrarono il carattere scientifico della sua opera.
A questo punto, la scienza, per Pino, non deve assumere
un atteggiamento di presunta “neutralità”.
Il biologo non è semplicemente un “tecnico”,
uno “scienziato inerte”. Egli deve denunciare
la crisi che scaturisce da dissociazioni e disfunzioni settoriali
e sistemiche, che partono dall’uomo e ritornano all’uomo
“col loro carico di cause-effetti a catena”
. Lo squilibrio attuale ha il suo centro nella “spirale
dissociativa” dell’uomo, che minaccia di “imprigionarlo
nella morsa di eventi apocalittici” . Compito dell’uomo
è allora quello di dirigere questa spirale per non
esserne travolto, stimolare “dialetticamente ogni
processo riequilibratore” nei confronti di se stesso,
della società, della natura. In conclusione, il biologo
deve cessare di essere “tecnico” settoriale
e riappropriarsi di quella visione d’insieme che solo
la filosofia può dargli, consentendogli, proprio
in virtù della concezione generale del mondo e della
riacquisizione della dimensione etica, di indirizzare la
dialettica e la problematica dei ritmi e degli equilibri
biologici. Anche qui ritorna la lezione di Engels, secondo
la quale il tecnico “puro”, che nega di avere
una filosofia, in realtà ha la “peggiore filosofia”,
che, nella società contemporanea, è quella
del profitto comunque conseguito, senza curarsi degli equilibri
biologici.
L’uomo, dicevamo, è al centro di una serie
di rapporti dialettici. Egli è il risultato di ereditarietà,
ambiente, alimentazione. Quest’ultima è l’anello
di congiunzione tra mondo vegetale, mondo animale e mondo
umano. L’animale si nutre di alimenti vegetali e l’uomo
di animali. Ne consegue che errori commessi a livello di
un anello si ripercuotono su tutti gli altri anelli della
catena alimentare. Nino Pino sottolinea che i mangimi sono
variamente integrati (con ormoni, antiormoni, antibiotici,
pigmentanti, tensioattivi, antiossidanti, enzimi): ciò
crea negli animali condizioni sempre più innaturali
di vita. Certi erbivori sono stati costretti a diventare
onnivori o , addirittura, carnivori; certi carnivori, certi
onnivori, certi frugivori sono stati costretti a diventare,
per converso, erbivori . Tutto ciò, in ultima analisi,
si ripercuote sull’alimentazione umana, incidendo
negativamente su eugenetica e progresso. Si tratta, anche
qui, di ripristinare gli equilibri biologici alterati.
La comprensione della realtà è naturalmente
funzionale all’azione modificatrice della stessa.
Pino, richiamandosi a Henri Barbusse , ha considerato il
marxismo “una scelta applicata che ha continuamente
bisogno di inventori”, ossia “una norma per
l’azione”. E’ qui presente l’influenza
della “filosofia della prassi” di gramsciana
memoria. La conoscenza umana ha un momento che chiamiamo
solo per comodità “passivo”, che consiste
nell’acquisizione dei dati della realtà fisica
e nella loro rielaborazione teorica sulla base delle conoscenze
precedenti (l’attività rielaborativa riduce
la “passività”, la semplice “ricettività”;
ciò distingue il marxismo dall’empirismo humiano;
le “conoscenze precedenti”, da parte loro, non
costituiscono una sorta di “a priori” slegato
dalla realtà, ma derivano dalle esperienze pregresse
fatte non solo dal singolo individuo, ma anche dai suoi
ascendenti, che si sedimentano e si stratificano, rappresentando
l’ “ereditarietà” di cui parla
Nino Pino). Ed ha un momento “attivo”, costituito
dalla “prassi”, cioè dall’azione
dell’uomo volta a cambiare in meglio la realtà.
Nel già citato discorso commemorativo di Giordano
Bruno, Nino Pino evidenziò gli elementi di arcaismo
presenti nella religiosità “moderna”,
che ingloba “rudimenti e sopravvivenze ancestrali,
idoleggiamenti, simbolismi, in tentativi di logiche di struttura”
. Questa componente arcaica ed oscurantista è foriera
di gravi pericoli per l’umanità intera. Per
Pino la religiosità “moderna” è
caratterizzata da dogmatismo, intolleranza, autoesaltazione,
misticismo, fanatismo, elementi che sfociano nel tentativo
di annullare l’ “altro”, il “diverso”,
l’ “infedele”. L’integralismo religioso
del nostro tempo, che accomuna il mondo cattolico e il mondo
islamico e legittima le nuove “crociate” e le
nuove “guerre sante”, conferma la validità
dell’impostazione del Nostro. La religione, in quella
ch’egli definisce l’ “era della biologia”,
è entrata in rotta di collisione col progresso e
l’impatto violento rischia di portare alla distruzione
dell’intera civiltà umana. Nino Pino presagisce
lo scontro tra i dogmi della religione, portati avanti ostinatamente
dalla chiesa cattolica, e le scoperte, sempre nuove, in
campo genetico, apportatrici di soluzioni salvifiche per
l’umanità .
Nino Pino è stato definito “personaggio leonardesco”:
si è cimentato nei vari campi dello scibile umano,
sfuggendo all’improvvisazione, però. Personalmente
ho parlato di “umanesimo scientifico integrale”
, perché egli supera la barriera artificiale tra
le “due culture”: la cultura umanistica e la
cultura scientifica. In ciò gli è maestro
Leonardo, che ha considerato la scienza e l’arte come
strumenti entrambi volti a conoscere la realtà. Ha
ben scritto Antonio Banfi a proposito del grande maestro
rinascimentale: “L’arte è dunque per
Leonardo il primo strumento di scoperta della realtà,
non di un suo essere metafisico, ma della sua concreta vivente
struttura, dei suoi rapporti, dei suoi sensi, della sua
infinita recondita ricchezza” . E allora, in campo
poetico e letterario, Nino Pino non può essere che
un “realista”. L’uomo-poeta è un
“arciere”, che lancia continuamente i suoi dardi
per indagare la realtà, per penetrare “i fondali
del mistero / che più arretra più s’addensa”
. Nino Pino, negli anni Cinquanta, aderisce al movimento
letterario del “realismo lirico”, promosso da
Aldo Capasso, il quale, in polemica con l’ermetismo
e il surrealismo, lancia una poetica “neoromantica”,
che considera la poesia espressione in forma semplice di
sentimenti puri. Il giovane Capasso era stato intellettuale
di punta durante il regime fascista, incappando nell’ira
polemica di Gramsci, che lo presenta nei “Quaderni
del carcere” come apologeta del “secentismo”
di cui si rese promotrice la poesia ermetica, circondata
da un’ “aura” di mistero, dominata dal
desiderio di “maravigliare”. Evidentemente Capasso,
nel dopoguerra, ha cambiato orientamento critico, richiamandosi
alla visione neoidealista e crociana, per lungo tempo dominante
nella cultura italiana, che identifica la poesia con l’
“intuizione lirica”, l’espressione immediata
di sentimenti.
Ma Nino Pino, nell’ambito del “realismo lirico”,
ha una sua posizione originale, esplicitata in un saggio
critico pubblicato sulla rivista “Zootecnia e vita”
, insieme scientifica e letteraria, da lui fondata proprio
per superare la separazione tra le “due culture”.
Per il Nostro la poesia è sintesi tra realtà
oggettiva e realtà soggettiva. Possiamo dire ch’egli
partecipa di quei connotati particolari assunti dal “neorealismo”
italiano, venato di angoscia esistenziale, contrassegnato,
per dirla con Gramsci, dal pessimismo della coscienza e
dall’ottimismo della volontà. Per Giuseppe
Petronio , forse il più autorevole studioso del “neorealismo”,
questo “sentimento del mondo angosciato” rappresenta
un limite, un’eredità del “decadentismo”,
ma, a mio avviso, il salutare “conflitto” tra
fiducia nel futuro e angoscia esistenziale impedì
al movimento di isterilirsi nel presunto “oggettivismo”,
nello “stereotipato”, nel “fotografico”,
che, invece, contrassegnarono negativamente il “realismo
socialista” di stampo sovietico.
Nino Pino, così come Leonardo, coglie la realtà
non come se fosse un’entità statica, bensì
nel suo farsi dialettico, nel suo divenire, addirittura
nel suo pulsare di vita, nella sua interazione con l’uomo,
che è parte della natura, entra in un rapporto dialettico
con essa, la osserva, la studia, la modifica, ma, essendo
appunto parte, deve rispettarne le leggi. L’arte non
è mimesi della realtà, imitazione della natura,
è, per usare ancora una volta le parole dedicate
da Antonio Banfi a Leonardo, “la scoperta della realtà,
nella sua profonda struttura vitale e negli intimi, complessi,
differenziati rapporti con l’uomo. L’arte non
è imitazione, ma ricerca, e la ricerca è intima,
infinita partecipazione” . Questo rapporto dialettico
uomo-natura sta al centro della raccolta “Mminuzzagghi”
(rimasugli) , con la quale Nino Pino ha ottenuto il Premio
Viareggio, nel 1956. La poesia del Nostro, confermando ancora
una volta le ascendenze leonardesche”, è “scopritrice
della realtà naturale nell’esuberante ricchezza
delle sue forme, dei suoi rapporti e de’ suoi sensi”,
“un’analisi infinita”, più che
una “sintesi compiuta” . Se pure in questa raccolta,
come nelle precedenti, troviamo in Nino Pino echi leopardiani,
pascoliani, carducciani, si tratta solo di “ascendenze”,
“influenze”, “sintonie culturali”,
mai di imitazione di “modelli”, perché
se la natura è eterno mutamento, continua evoluzione,
non può essere cristallizzata in forme letterarie
e stilistiche valide per l’uomo di ogni luogo e di
ogni tempo.
Nino Pino ha sempre rifiutato gli schematismi, le cristallizzazioni.
Si spiega anche così la sua adesione ad secondo “futurismo”
degli anni Trenta, che potrebbe apparire come una parentesi
isolata, una nota discordante, nell’ambito della sua
produzione poetica. Il Nostro, invece, considera il “futurismo”,
al pari di Gramsci e di Majakovskj, come rottura dei cristallizzati
schemi borghesi. Quando anch’esso diventa “schema”,
“marinettismo”, “fascismo”, se ne
allontana sdegnosamente. Si rifiuta d’incontrare Martinetti,
divenuto accademico d’Italia, nel corso della sua
venuta a Terme Vigliatore, dove operava, intorno a Guglielmo
Jannelli e alla “Balza”, un gruppo futurista.
Dicevamo che l’uomo, essendo parte della natura, deve
rispettarne le leggi. “Voga voga marinaru” ,
la seconda raccolta poetica dialettale di Nino Pino, è
tutta un atto d’accusa contro l’uomo distruttore
dell’ambiente e degli equilibri biologici. L’
“ethos” dei padri, che vogavano a remi, solcando
la marina di Calderà, rispettosi della natura, ch’essi
temevano, cercando ingenuamente di ingraziarsela con riti
d’origine pagana, è stato violato dai figli,
che infestano il mare con barche a motore e morchie.
Anche la scelta linguistica è improntata al realismo.
Nino Pino usa il dialetto parlato nell’area ristretta
del barcellonese, del milazzese, secondo una linea che risale
a Italo Calvino, per il quale bisogna privilegiare il dialetto
municipale, il dialetto della “piccola patria”,
perché il dialetto, quando diventa “koiné”
regionale, già si pone sulla difensiva, fa un primo
passo verso la lingua nazionale . Il dialetto ha in Nino
Pino la funzione di far sentire “il sapore delle parole”,
come ha osservato Giorgio Piccitto nella prefazione a “Voga
voga marinaru” , e di proporre anche un “sapore
di immagini”, attraverso l’uso di parole “ricche
di umori come frutti di mare strappati allora allora dai
fondali del suo mare di Barcellona” . Così
come esso evoca memorie arcaiche. Ma la scelta del dialetto
ha anche la funzione di protesta contro l’omologazione
culturale che già comincia a manifestarsi ai tempi
della composizione di “Mminuzzagghi”, negli
anni Cinquanta, cioè negli anni delle grandi migrazioni
verso il Nord, in conseguenza delle quali il contadino meridionale
viene catapultato nelle grandi città del “continente”,
perde progressivamente la propria identità culturale,
sostituisce al proprio dialetto una lingua “meticcia”,
mista d’italiano zoppicante e di dialetto. I suoi
figli, i suoi nipoti, non parleranno più il dialetto.
E’ questo il “genocidio” della cultura
delle classi subalterne denunciato da Pasolini.
Ma oltre ad essere poeta dialettale, Nino Pino è
stato dialettologo. “Mminuzzagghi” è
preceduto, oltre che da una nota introduttiva di Concetto
Marchesi, da un saggio del Nostro sul dialetto siciliano,
seguito nelle sua evoluzione nei secoli. Le mutazioni del
dialetto sono ricollegate, secondo il metodo del materialismo
storico, ai mutamenti economici della società. Come
ha osservato Oronzo Parlangeli , il Nostro si colloca “a
sinistra” di Stalin, che considerava la lingua non
fenomeno “sovrastrutturale”, bensì “strutturale”,
destinato a non mutare nelle sue strutture fondamentali
nei secoli. Condividiamo il metodo usato da Pino, ma non
le osservazioni relative alla funzione unificante del dialetto
siciliano che, a suo avviso, fu esercitato dalla Scuola
poetica di Federico II. Quest’ultima, come osserva
giustamente Dante Alighieri nel “De vulgari eloquentia”,
costruì una lingua esclusivamente poetica, “artificiale”,
non parlata, attraverso l’eliminazione, da un lato,
delle parole più “localistiche”, municipali,
e, dall’altro, attraverso il confronto con il latino
e il provenzale, avente funzione di “affinamento”.
Il sentimento poetico della natura anima anche un’opera
in lingua, “L’epopea di Gagarin” , ingiustamente
considerata da qualche critico sprovveduto pedissequamente
apologetica del regime sovietico. Un critico di valore,
come Jean-Paul De Nola , evidenzia, invece, la sapienza
tecnica del poeta, i giuochi di suono e di senso, l’uso
dell’allitterazione, il ricorso frequente alla ripetizione
e al richiamo , e, soprattutto, il chiaroscuro morale, a
forma di chiasmo: difatti, nell’ “Epopea di
Gagarin” stessa, al canto trionfale per le conquiste
dell’uomo sovietico fa da contrappunto l’ “uccellaccio
nero”, cattivo ricordo di lotte fratricide, di stermini
e “megamorte”; nella poesia “Buchenwald”,
compresa nella medesima raccolta, “la memoria della
mostruosa strage va sublimata nell’immagine della
maestosa colonna eretta sul luogo dove sorgeva il sinistro
campo di concentramento”; in “Lidice”,
anch’essa compresa nella raccolta, “il martirio
degli abitanti del paese cecoslovacco annientato dai nazisti
è evocato idillicamente, a prima vista per lo meno,
dal meraviglioso roseto che copre ora quel luogo cancellato
dalla carta geografica” .
L’universo è un solo palpito, è dominato
dal “bioritmo”, descrive un movimento che ritorna
su se stesso e che basta a se stesso e che non attende legge
al di fuori di se stesso. Nino Pino, come Leonardo, sente
il pulsare della vita universa, vede l’uomo Gagarin
partecipare al palpito cosmico, ruotare nel grembo paterno.
La “scienza proletaria” lo ha proiettato in
questa dimensione, lo ha posto all’unisono col “macrocosmo”,
proprio perché libera da pregiudizi, e perciò
indirizzata verso orizzonti sempre più ambiziosi.
L’uomo, se, da un lato, lacera, grazie alle conoscenze
acquisite, la maschera della realtà, dall’altro,
lacera la propria, va al fondo di se stesso, a scoprire
la sua vera natura di “fratello del fratello, / ansioso
solo d’avvenire” .
In conclusione, che cosa è attuale del pensiero e
dell’opera di Nino Pino? Innanzitutto, la concezione
unitaria del sapere, la consapevolezza che i risultati ottenuti
in un campo si ripercuotono positivamente in tutti gli altri.
Per usare un’antinomia leniniana, la “scienza
borghese” finge di essere neutrale, nascondendosi
dietro la “specializzazione”, e, quindi, non
oppone alcuna resistenza a chi vuole e può strumentalizzarla,
anzi si pone con piacere al servizio degli interessi del
grande capitale. La “scienza proletaria”, invece,
è ben consapevole dei nessi dialettici che legano
ogni singola disciplina alla globalità del sapere.
Oggi , purtroppo, prevale la “scienza borghese”
ed il primato della tecnica mette in crisi la filosofia
tradizionale, intesa come concezione generale del mondo.
In secondo luogo, Nino Pino considera la scienza al servizio
della società, non degli interessi della borghesia
capitalistica. Anche qui va ripresa l’antinomia leniniana.
Difatti, la “scienza borghese” può senz’altro
ottenere notevoli successi, ma, proprio in virtù
della sua presunta “neutralità”, è
culturalmente sterile. La “scienza proletaria”,
proprio perché al servizio dell’uomo e dei
suoi bisogni, si inserisce nelle lotte generali della cultura
e della società, si “sporca le mani”
con i problemi sociali e culturali. In terzo luogo, la scienza
per Nino Pino deve combattere le concezioni irrazionaliste
e mistiche del mondo, che, purtroppo, ancor oggi sopravvivono,
anzi prosperano.
Note:
1)
Romano Luperini, La fine del postmoderno, Guida, Napoli,
2005.
2) Ludovico Geymonat, “Engels e la
dialettica della natura”, in Storia del pensiero filosofico
e scientifico, vol. V, Garzanti, Milano, 1970, ma si cita
sin d’ora dalla ristampa 1988, pag. 409.
3) Intervista rilasciata a Lucio Barbera,
in Gazzetta del Sud, 29 luglio 1987, pag. 15.
4) Ludovico Geymonat, “Engels e la
dialettica della natura”, cit. , pagg. 419-432.
5) Si veda la prefazione di Lucio Lombardo
Radice a Friedrich Engels, Dialettica della natura, Editori
Riuniti, Roma, 1971 (3ª edizione), pag. 22.
6) Friedrich Engels, Dialettica della natura,
cit. , pag. 57.
7) Ibidem, pagg. 221-222.
8) Nino Pino, Eugenetica e progresso, Edikon,
Milano, 1967.
9) Intervista pubblicata in appendice al
volume Francis Gastambide, Nino Pino. L’Homme, l’Oeuvre
et l’Universalité de l’Amour, Editions
Saint-Germain-des-Prés, Paris, 1972, pag. 347.
10) Il testo della commemorazione è
stato pubblicato in “La Ragione”, Roma, aprile
1982; ora in Antonio Catalfamo, Nino Pino, gli “eroici
furori”. Vita di un libertario, Silia Punto L Edizioni,
Ragusa, 1996, pagg. 57-63.
11) Ibidem, pag. 60.
12) Albert Einstein, “Religione e
scienza”, in Il mondo come io lo vedo, Newton &
Compton editori, Roma, 2005, pagg. 44-48. Si tratta della
riproposizione in Italia di una raccolta di lettere e articoli
non scientifici pubblicata per la prima volta in Germania
nel 1934 e subito tradotta per il pubblico americano.
13) Costanzo Preve, “L’eredità
intellettuale di Ludovico Geymonat (1908-1991) ed i problemi
del materialismo scientifico e filosofico”, in Un
secolo di marxismo. Idee e ideologie, CRT Editrice, Pistoia,
2003, pag. 128.
14) Friedrich Engels, Dialettica della
natura, cit. , pag. 57.
15) Nino Pino, Eugenetica e progresso,
cit. , pagg. 52-53.
16) Ibidem, pag. 50.
17) Ibidem, pag. 53.
18) Ibidem.
19) Nino Pino, Tifo sportivo e suoi effetti,
Quaderni di poesia, Milano, 1935.
20) Idem, Eugenetica e progresso, cit.
, pagg. 73-74.
21) Ibidem, pag. 84.
22) Ibidem, pag. 85.
23) Ibidem, pag. 68.
24) Si veda la già citata intervista
a Gastambide, pag. 335.
25) Si veda la commemorazione di Giordano
Bruno, cit. , pag. 61.
26) Ibidem, pag. 62.
27) Antonio Catalfamo, “L’umanesimo
integrale di Nino Pino”, in Scrittori, umanisti e
“cavalieri erranti” di Sicilia, Sicilia Punto
L Edizioni, Ragusa, 2001.
28) Antonio Banfi, “Leonardo e l’uomo
moderno”, in Scritti letterari, Editori Riuniti, Roma,
1970, pag. 66.
29) Nino Pino, “L’arciere”,
in Moli protesi, Edikon, Milano, 1966, ma si cita da Poesie
e teatro, editrice Pungitopo, Marina di Patti (Messina),
1984, pag. 219. Quest’ultimo volume riunisce tutte
le raccolte poetiche e i testi teatrali del Nostro.
30) Antonio Gramsci, “Secentismo
dell’attuale poesia”, in Letteratura e vita
nazionale, Einaudi, Torino, 1954 (4ª edizione), pag.
96.
31) Nino Pino, “Sul realismo nella
lirica”, in “Zootecnia e Vita”, Quaderni
dell’Istituto di Zootecnia Generale dell’Università
di Messina, anno I, n. 3-4, luglio-dicembre1958, pagg. 31-33.
32) Giuseppe Petronio, L’attività
letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1987 (1ª edizione:
1963), pag. 862.
33) Antonio Banfi, “Leonardo e l’uomo
moderno”, cit. , pag. 66.
34) Nino Pino, Mminuzzagghi (rimasugli),
Quaderni internazionali di poesia, Roma, 1956.
35) Antonio Banfi, “Leonardo e l’uomo
moderno”, cit. , pag. 67.
36) Nino Pino, Voga voga marinaru, Vittorietti,
Palermo, 1970.
37) Italo Calvino, “Il dialetto”,
in Eremita a Parigi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,
1994, pagg. 204-205.
38) Giorgio Piccitto, “Il sapore
delle parole”, prefazione a Nino Pino, voga voga marinaru,
cit. ; ma si cita da Poesie e teatro, cit. , pagg. 237-243.
39) Ibidem, pag. 243.
40) Oronzo Parlangeli, “Nino Pino:
poeta e dialettologo”, in Testimonianze a Nino Pino,
numero speciale pubblicato in occasione del 50° compleanno
di Pino, supplemento del n. 6 della rivista “Artestampa”,
Genova-Savona, novembre 1959, pagg. 39-40.
41) Nino Pino, L’epopea di Gagarin,
Sabatelli, Genova, 1963.
42) Jean-Paul De Nola, “Il poeta
Nino Pino”, in Ausonia, 6-XXII, Siena, 1967, ma si
cita da AA. VV. , Spettroscopia di un tizio. Recensioni
ed articoli su Nino Pino a cura di Vittorio Clemente, Arti
Grafiche La Sicilia, Messina, 1969, pagg. 26-32.
43) Ibidem, pag. 32.
44) Ibidem, pag. 27.
45) Nino Pino, L’epopea di Gagarin,
ora in Poesie e teatro, cit. , pag. 152.
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BIBLIOGRAFIA
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Moli protesi, Edikon, Milano, 1966.
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Dalla tribuna parlamentare (discorsi), Tipografia
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Albert Einstein a 10 anni dalla scomparsa, La Sicilia,
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Ricordiamo, inoltre, i due volumi dell’ “Opera
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e teatro e Prose e pubblicati nel 1984 dalle Edizioni
Pungitopo di Marina di Patti (Messina).
Opere su Nino Pino
Giuseppe Alibrandi, Nino Pino. L’uomo e il
suo tempo, Pungitopo, Marina di Patti (Messina),
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AA. VV. , Testimonianze a Nino Pino, in “Artestampa”,
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AA. VV. , Spettroscopia di un tizio. Recensioni
ed articoli su Nino Pino a cura di Vittorio Clemente,
Arti Grafiche La Sicilia, Messina, 1969.
AA.VV. , L’Università di Messina onora
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Antonio Catalfamo, Nino Pino, gli “eroici
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Idem, “L’umanesimo integrale di Nino
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Francis Gastambide, Nino Pino. L’Homme, l’Oeuvre
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Giuliano Innamorati, Rapporto su Nino Pino, in “Inventario”
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Giacinto Spagnoletti, La letteratura italiana del
nostro secolo, Mondadori, Milano, 1985, pagg. 1108-1109.
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| (pubblicato
il 21Maggio 2006) |
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