Il gruppo di musica etnica "I Musicanti"
Intervista al batterista e percussionista del gruppo, Dario Livoti
di Francesco Lipari

La globalizzazione è ormai un fenomeno ineluttabile del quale non si può che prenderne atto. Ciò non significa, però, che bisogna accoglierla così come viene imposta. Innanzitutto è opportuno valutare come fare in modo che la globalizzazione sia dei popoli e non del capitale, analizzando in primis i rischi che essa può comportare. Tra i tanti, quello di un’omologazione che implichi la perdita irreparabile delle diversità tra i vari patrimoni culturali.
Per questo sono da incoraggiare tutte quelle attività che si prefiggono il fine di proteggere la diversità, l’unicum caratterizzante di ogni realtà storica, per far sì che un mondo senza barriere sia un enorme punto di convergenza in cui più colori possano convivere senza che uno annulli l’altro, ma esprimendo ciascuno la propria identità destinata, nel corso del tempo, ad una naturale e spontanea fusione. La Sicilia è un esempio di questa sintesi: le civiltà che numerose si sono alternate da sempre hanno prodotto una stratificazione culturale unica, da scoprire e salvaguardare.
Il gruppo di musica etnica I Musicanti di Marsala muove in questa direzione.
Il loro ultimo lavoro discografico, “Assumma Assumma”, la cui presentazione avverrà il 22 dicembre al “Teatro Impero” di Marsala, è un disco da non perdere per chi ama i suoni e i colori del Mediterraneo. E’ la seconda incisione discografica, più matura, dopo A testa mi rici pubblicato nel 2002.

Dario, come è nata l’idea di costituire il gruppo “I Musicanti”?
L’idea di costituire il gruppo di musica etnica I musicanti viene a Gregorio Caimi, musicista marsalese. Dopo essere passato per diverse esperienze musicali, dal pop al rock, sente il bisogno di dedicarsi ad una musica con un forte senso d’appartenenza alle proprie radici culturali.
Come nasce la vostra musica?
Importanza fondamentale ricopre il testo, punto di partenza delle nostre creazioni. Da qui, poi, ognuno mette qualcosa, in base alle proprie esperienze ed ai gusti musicali.
I nostri sono tutti brani inediti, arrangiati appunto da noi stessi, ed in più abbiamo inserito nei nostri lavori alcuni brani tradizionali rivisti e riarrangiati in modo da renderli “etnicamente” più moderni, ma senza mai cadere in un modernismo gratuito che farebbe perdere di vista l’identità del progetto.
Puoi fare un esempio di brani tradizionali che suonate?
Ad esempio, nell’ultimo cd abbiamo inserito un canto tradizionale con testo del poeta siciliano Ignazio Buttitta, arrangiato stavolta in maniera semplicissima, quasi come l’originale, che abbiamo reperito con mezzi di fortuna. Si tratta de “I pirati a Palermo” fatta solo con chitarra, voce e la presenza di un piccolo coro che ripete “Chianci”. Il coro ha la funzione di sottolineare l’endemica sofferenza del popolo siciliano. Inoltre vorrei aggiungere che proprio il nostro ultimo lavoro teatrale (intitolato “I Musicanti in La mia vita vorrei scriverla cantando, omaggio ad Ignazio Buttitta”) ha trattato le poesie di Buttitta, recitate da due attori con la colonna sonora della nostra musica.
Cosa distingue il genere etnico dal genere folcloristico?
Si tratta di due generi diversi. Il folcloristico è la riproposizione fedele di brani appartenenti al repertorio tradizionale così per come sono nati. E per far ciò si usano strumenti esclusivamente tipici della tradizione siciliana, quali il flauto di canna, la fisarmonica e il tamburello, per non parlare poi dei costumi tradizionali, che costituiscono un elemento caratteristico del genere. Noi, invece, con la nostra musica, anche partendo da un brano tradizionale, lo riadattiamo adoperando strumenti appartenenti anche a diverse tradizioni etniche, non solo siciliana, ma anche africana e dell’America latina.
Negli ultimi anni si è visto il moltiplicarsi di gruppi di musica etnica. E’ un modo per opporsi all’omologazione musicale imposta dal pop?
Premetto che il pop è un genere che a me piace e fatto bene è difficile da suonare. La musica etnica, più che un opporsi al dilagare del pop “commerciale”, è una risposta al fenomeno più ampio della globalizzazione.
Rimanendo nel tema del proliferare di gruppi di etnica: non starà nascendo una moda? In questo caso, come distinguere la musica etnica autentica dalle deviazioni commerciali?
Innanzitutto, pur non trattandosi di brani difficili all’ascolto, i nostri non sono certamente creati per aver facile presa sul pubblico, quindi l’aspetto commerciale direi proprio che non è tenuto in considerazione. Poi gli strumenti usati, come detto poc’anzi, sono strumenti utilizzati dai popoli nelle varie parti del mondo. E ciò che è più importante, non utilizziamo strumenti elettronici o suoni campionati, ma solo strumenti acustici.
Potete già vantare due cd, molti concerti e una partecipazione a Viva radio 2.
Il nostro primo disco si chiama A testa mi rici, album che si pone come punto di partenza del nostro progetto. Infatti nel nostro secondo disco, che è in uscita, si nota un’identità più forte e più definita di ciò che è il carattere della nostra musica. “A testa mi rici”- che faceva da titolo al primo lavoro - è una frase presa dal nostro dialetto, dal nostro intercalare quotidiano, quasi come a voler significare il potere che noi siciliani abbiamo di prevedere il futuro e di organizzarci in una determinata maniera ancora prima che accada un evento. Come dicevi nella domanda, abbiamo avuto il piacere di fare avere il nostro primo disco a “Fiorello”, il quale senza nessun tipo di impegno e liberamente ha deciso di trasmettere in diretta nazionale all’interno della sua trasmissione “Viva radio 2” un pezzo del disco, scelto da lui.
Vorrei aggiungere anche che un altro brano del disco ha fatto da colonna sonora al cortometraggio “Regalo di Natale” di Daniele De Plano, candidato finalista al David di Donatello 2003, premio “Kodak” come miglior cortometraggio.
Il nostro nuovo lavoro, invece, si intitola Assumma Assumma. E’ un’altra espressione caratteristica siciliana che sta a significare letteralmente “inzuppa, inzuppa” e sta a indicare lo stato d’animo di chi sopporta, sopporta, finché alla fine esplode. Tengo a sottolineare che è stato un lavoro lungo, a cui siamo arrivati dopo circa 7-8 mesi di pre-produzione.
Quando andate in cerca di concerti e vi rivolgete alle istituzioni, soprattutto politiche, queste sono consapevoli del valore artistico e culturale del vostro spettacolo o sentite piuttosto che abbiano come scopo esclusivo quello di “tappare un buco” in una serata e vi trattano come si trattasse di merce al mercato?
Bella domanda, poiché mi permette di sottolineare che spesso chi è preposto ad organizzare gli spettacoli è una persona che non ha una grande cultura musicale o artistica in genere, e quindi non valuta correttamente il progetto, non considera la qualità e il lavoro svolto, ma pensa soltanto a risparmiare; abbiamo la riprova quando si tratta di pagare e non fanno altro che contrattare sul prezzo come si trattasse appunto di un mercatino. Per non parlare poi del fatto che se si tratta di artisti locali allora la volontà di valorizzare il loro lavoro svolto è minima se non nulla. Chiaramente questo discorso non vale solamente per i “Musicanti”. E’ ovvio che fra le istituzioni non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma in genere è così.
Per il futuro?
Anzitutto ci occuperemo a promuovere il nostro lavoro, cercando di trovare le giuste persone interessate a questo tipo di progetto.
Per il resto non escludiamo un lavoro di ricerca riguardo a canti tipici del nostro popolo e la ricerca di quel punto di contatto tra la nostra musica e la cultura araba che è stata fondamentale per il nostro popolo.
Grazie e in bocca a lupo per il vostro disco e la vostra attività.
Grazie a te e…crepi il lupo.

Per chi volesse saperne di più può andare a visitare i siti internet:
www.imusicanti.com
www.dariolivoti.it

(pubblicato il 27 Novembre 2005)

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