Editor's
profile |
| photo
soon |
|
Lucio
Garofalo |
|
| La
mutazione antropologica dell’Irpinia |
| di
Lucio Garofalo |
Ormai non c’è più alcuna differenza
tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici,
degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone
interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di
un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.
Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi
quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale
livellandosi verso il basso.
Il predominio assoluto, e assolutistico, dell’economia
di mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione
superiori a qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema
totalitario, dal fascismo al nazismo, e via discorrendo.
Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista
di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito
al modello di produzione e di consumo neocapitalista nel
giro di pochi lustri. Ciò è accaduto anche
in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta
e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi
anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate
dall’evento sismico e dai processi economico-sociali
innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.
Lo “spaesamento”
del mio paese natale…
Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante,
sempre meno comunità a misura d’uomo, e sempre
più una realtà a misura di bottegai affaristi
e speculatori.
Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe
antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale,
la camorra e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio,
la disoccupazione, le devianze giovanili, l’alienazione,
l’emarginazione sociale e la disperazione che sono
effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica
e materiale di una società che è diventata
ormai una società di massa.
Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre
zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno
uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile
il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca,
e via dicendo…
Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato”
e “modernizzato”, nel senso che si ripropone
in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e
più gravi del passato.
Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in
genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi
sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di
scolarizzazione.
Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano
le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano
di ricongiungersi il più presto possibile, i giovani
di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più
la speranza, né l’intenzione di far ritorno
alla propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono
le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente
sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di
cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre
comunità hanno investito molte risorse per farli
studiare.
Pertanto, questa è la più grave perdita di
ricchezze e di valori per le nostre zone!...
Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura
d’uomo, depositarie di una memoria storica secolare
e dotate di un profonda identità fondata soprattutto
sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono
disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente
la propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito
la propria originale identità socio-culturale, localistica
e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili
e devastanti ripercussioni in termini di alienazione sociale
e di vuoto esistenziale.
La “modernizzazione” del Sud come effetto della
“post-modernizzazione” del Nord…
Sul piano strettamente economico, quella irpina non è
più una società agraria, ma non è diventata
qualcosa di veramente nuovo e diverso, ovvero non si è
trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto
industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni
artigianali e commerciali, come quelle che animano le dinamiche
e lo sviluppo, forse troppo poco regolato e razionale, dell’economia
del mio paese.
Oggi, a 25 anni di distanza dal terremoto, la società
irpina è più o meno un “ibrido”,
sia dal punto di vista economico-materiale, sia sotto il
profilo sociale e culturale.
Certo, occorre precisare che sul versante propriamente economico-produttivo,
la “modernizzazione” delle nostre zone, che
fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia
agraria, latifondistica e semi-feudale, è avvenuta
in tempi rapidi e in modo convulso e controverso. Ciò
si è determinato all’interno di un processo
di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico
su scala globale, ossia in una fase di ristrutturazione
tecnologica in chiave post-industriale, delle economie neocapitalistiche
più avanzate dell’occidente, con il trasferimento
di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree
arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista
capitalistico-borghese come, ad esempio, il nostro Meridione.
Voglio puntualizzare che anch’io, come Pasolini, credo
nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo
tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato
dalla globalizzazione economica neoliberista.
Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena...
Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile
pasoliniano, cioè in modo “corsaro” e
“provocatorio”, con il richiamo ad una speranza
e ad una volontà di palingenesi spirituale della
mia terra, l’Irpinia, a cui sono visceralmente legato,
nonostante tutto.
L’opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia
prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà
erano pervase da un profondo sentimento di religiosità,
scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di fondamentalismo.
La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica.
D’altronde egli era un intellettuale marxista e marxisticamente
ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del
suo tempo, con coraggio, lucidità ed onestà
morale ed intellettuale.
A mio parere, il compito dell’intellettuale è
certamente quello di provare ad interpretare e a conoscere
la realtà, ma è anche quello di tentare di
migliorarla.
Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale, l’essere,
ma c’è ancora più bisogno di comprendere
e spiegare, dunque attuare, l’ideale, il dover-essere.
Ma, da solo, l’intellettuale è impotente, per
cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e
sociali presenti e operanti nella realtà in un determinato
momento storico.
In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell’umanità,
a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un
progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere
politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena.
Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo,
dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire
in grande, cambiando magari il mondo in cui viviamo.
|
| (pubblicato
il 18 Settembre 2006) |
|