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Lucio
Garofalo |
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| La
riduzione del "tempo" ad oggetto di banalità |
| di
Lucio Garofalo |
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| Un
breve saggio sul modo di consumare e gestire il nostro tempo
esistenziale |
| INTRODUZIONE |
“La
durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo
il corso apparente del sole”: questa è la
definizione generica del concetto di “tempo”
fornita da un comune dizionario della lingua italiana.
Eppure, proprio attorno
a tale categoria ed a ai suoi molteplici significati (di ordine
storico, filosofico, o di natura astronomica) si è
come addensata una coltre di fumo accecante, densa di luoghi
comuni e rozze ovvietà, che sono persuasioni assai
diffuse nella vita quotidiana di noi tutti. Gli stereotipi
sul “tempo” paiono proliferare senza
soluzione di continuità, e quasi tutti, eccezion fatta
per quei fenomenali campioni della lingua e del sapere umano,
se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente, magari
per riempire il vuoto raccapricciante di certe conversazioni,
in altre parole per coprire i “tempi morti”
della nostra esistenza.
Sovente infatti, ci
capita di ascoltare asserzioni totalmente insensate, che farebbero
inorridire le nostre menti qualora fossimo soltanto un po’
più attenti e riflessivi, meno pigri o distratti.
“Ammazzare il tempo”, tanto per citare
uno dei casi più dozzinali, è un modo di dire
quantomeno sciocco perché non significa nulla se non
che si uccide la propria esistenza.
La persona che “ammazza il tempo”, cioè
che impiega malamente il proprio tempo vitale, non sapendo
cosa fare, non avendo interessi gratificanti, né occupazioni
di tipo mentale (come leggere e scrivere) o di carattere fisico
(come gli sport), tali da motivare il vivere quotidiano, non
coltivando passioni che potrebbero impreziosire la qualità
del proprio tempo esistenziale, finisce per annichilire sé
stessa, divenendo un essere ansioso, depresso, accidioso,
ma non ozioso.
Prestiamo attenzione
alle parole: chi parla bene pensa bene, ma soprattutto vive
bene...
Invero, l’otium
dei latini, per il cristianesimo più bigotto, influenzato
da filosofie mistiche orientali e da una forma volgarizzata
dello stoicismo, rappresenta il vizio supremo: infatti, l’accidia
è compresa tra i “vizi capitali”
osteggiati dalla tradizione giudaico-cristiana. Nondimeno,
l’otium era l’ideale di vita proprio
della cultura classica greco-romana, ispirata invece da una
concezione epicurea, nutrita da orientamenti filosofico-esistenziali
che privilegiavano la ricerca della felicità e del
piacere di vivere quali finalità somme da perseguire
in quanto capaci di liberare l’intrinseca natura della
persona umana.
Dunque, l’otium era ed è la condizione
dell’individuo privilegiato, del ricco padrone di schiavi,
padrone della propria e dell’altrui vita, della persona
che non è costretta a lavorare per sopravvivere, che
non deve travagliare e può dunque sottrarsi alle fatiche
materiali necessarie al procacciamento del vitto e dell’alloggio,
non ha bisogno di stancarsi fisicamente perché c’è
chi si affanna per lui, e può dunque godersi le bellezze,
il lusso e quanto di piacevole la vita può offrire.
L’otium, in altre parole, è il modus
vivendi del padrone aristocratico, del patrizio romano, del
parassita sfruttatore del lavoro servile, che non fa nulla
ed ha a sua disposizione tutto il tempo per poterlo occupare
nella “bella vita”, ovvero in un’esistenza
amabile e gaudente per sé, quanto detestabile e dolorosa
per i miseri che nulla posseggono, neanche il proprio tempo,
sprecato ed annullato per ingrassare e servire i propri simili!
Tutto ciò
è vero, purtroppo…
È vero, infatti,
che non tutti detengono il privilegio o la fortuna (che dir
si voglia) di avere molto tempo libero disponibile, da poter
spendere in diverse e divertenti attività.
Rammento che la radice etimologica dei vocaboli “diverso”
e “divertente”, è la medesima:
entrambi derivano dal latino “di-vertere”
che sta per “deviare”, ovvero “variare”.
Anzi, la grande maggioranza degli individui sulla Terra, ancora
oggi è costretta suo malgrado a travagliare, a patire,
insomma a lavorare per sopravvivere, chi cacciando e vivendo
primitivamente, chi coltivando la terra, chi sprecando otto,
nove ore a sgobbare in fabbrica, o ad annoiarsi in ufficio,
chi occupandosi inutilmente di “affari”,
ossia di faccende non gratificanti ma stressanti e frustranti,
al solo scopo di lucrare e speculare.
Pertanto, è
d’uopo comprendere che il tempo (quello vitale) degli
individui, dell’esistenza quotidiana di ciascuno di
noi, rappresenta una risorsa di valore inestimabile, non solo
e non tanto sul piano economico-materiale, ovvero nel senso
più venale e triviale del termine.
Purtroppo, un altro luogo comune, assai vergognoso e detestabile,
recita “il tempo è denaro” ed
è abitualmente pronunciato dai cosiddetti “uomini
d’affari”, i signori del denaro e della finanza,
i paperon de’ paperoni, ovvero i parassiti
e i nullafacenti della società odierna, gli arrivisti
e i carrieristi, gli approfittatori dell’altrui tempo,
dell’altrui denaro e dell’altrui ingenuità,
gli sfruttatori del lavoro sociale e dell’esistenza
dei più miserabili e sventurati.
Invece, il vero valore del tempo esistenziale emerge da un
punto di vista più propriamente estetico-spirituale,
che comprende la sfera del piacere, della bellezza, del godimento,
della cultura, dell’arte, dell’amore, dell’immaginazione,
della felicità, cioè la dimensione creativa,
ludica e libidinosa della vita.
Il tempo, nella maggioranza
delle esistenze individuali, viene sprecato e speso male,
se non malissimo, ovvero viene “ammazzato”,
svuotato di ogni senso proprio, sicché è la
propria vita ad essere abbruttita ed impoverita, e la persona
umana si sente avvilita, inutile, quasi disperata, priva di
stimoli, di interessi, di entusiasmo, di voglia di vivere.
Il concetto stesso
di “tempo”, nella fattispecie quello
climatico, è frequentemente citato quale insulso e
comodo oggetto di conversazione, nel desolante vuoto dell’incomunicabilità
e dell’alienazione moderna, quando con sgomento si scopre
di non sapere cosa dire, di quali argomenti chiacchierare,
con un interlocutore qualsiasi o con un compagno d’occasione,
o magari con una personalità oltremodo imbarazzante,
la cui ingombrante presenza ci infonde soggezione, oppure
quando ci si sente mentalmente affaticati e non si è
in grado di elaborare idee originali o di sostenere valide
argomentazioni, ovvero perché non si è molto
abili o educati all’arte della conversazione e della
comunicazione.
Il “tempo
atmosferico”, come tema di dialogo e di confronto
interpersonale, risulta perciò una sorta di via di
scampo o di “uscita di sicurezza” dall’imbarazzo,
dalla stanchezza e dal vuoto dell’incomunicabilità,
dalla povertà intellettuale, ma in realtà conduce
all’abisso dell’ovvietà e della noia, allo
squallore dell’ipocrisia, precipitando infine nel baratro
dell’angoscia e dell’ignoranza più becera.
Frasi trite e ritrite del tipo “che tempo fa oggi?”
o “il tempo minaccia...” ecc., talvolta
sono spie inequivocabili che tradiscono la soggezione emotiva,
la goffaggine e l’imbarazzo personale, l’incapacità
e l’ingombrante difficoltà di comunicare, il
conformismo esistenziale e culturale, oppure indicano un atteggiamento
di astuzia, di falsità, di “temporeggiamento”
(paradossalmente, il “tempo”, inteso
come categoria atmosferica, è in taluni casi adoperato
quale espediente per “temporeggiare”,
vale a dire “prendere tempo”, così
da poter pensare ad altro, in attesa che qualcosa accada),
ovvero esprimono il desiderio di indugiare oltre, l’ansia
di “guadagnar tempo” (appunto), magari
perché si tenta di approfittare di qualcosa o di qualcuno.
Da questo punto di vista, i luoghi comuni e le convenzioni
sul “tempo”, inteso nella più
comune accezione meteorologica, si sprecano a dismisura, e
quel concetto , sì tanto nobile e complesso, finisce
per essere assurdamente involgarito e banalizzato come in
nessun altro caso, al solo fine di camuffare un pauroso vuoto
di idee, per dissimulare propositi malvagi, per mascherare,
in modo maldestro, emozioni, intenzioni, stati d’animo
o quanto possa apparire indice di vulnerabilità.
Intorno al senso meteorologico-atmosferico
del concetto di “tempo”, si “addensano”
(tanto per usare una metafora in tema) “nuvole”
di inanità linguistiche, vere e proprie “tempeste”
di frasi convenzionali, “uragani” di
luoghi comuni.
Dietro il facile espediente del “tempo”
quale argomento di conversazione fin troppo scontato ed ordinario
(esiste una sfilza di sinonimi altrettanto prevedibili, da
sputare sulla carta, a riguardo), sovente si annidano secondi
fini o cattive intenzioni, oppure motivi di timidezza, ingenuità,
goffaggine, se non proprio un’ignoranza abissale, magari
anche un’indolenza mentale, un’abitudine al conformismo
ed alla miseria intellettuale, una carenza di idee proprie
ed originali, uno stato di profonda immaturità culturale.
Si potrebbe ironicamente
(o cinicamente) osservare che, in questi casi, il “tempo”
(vale a dire il “clima”, quale banalissimo
oggetto di conversazione) può “annebbiare”
la mente e “ottenebrare” lo spirito, nella misura
in cui ci si abitua sciaguratamente alla più deteriore
condizione esistenziale, ossia alla pigrizia intellettuale,
che è l’esatto contrario dell’”otium”
di cui si è già spiegato il senso più
vero e più nobile, che non è “sfaccendare”
o “non fare nulla”, ossia non equivale
a “sprecare il tempo”, all’ “oziare”
nel senso borghese di non esercitare “negotium”,
che è l’attività per accumulare denaro,
intraprendere imprese lucrose, siglare “affari d’oro”,
e via discorrendo in questa teoria di lessico aziendalista
e capitalista.
L’”otium”
non è propriamente lo stato del “fannullone”,
quantunque si sia già spiegato che esso rappresenta
una condizione privilegiata, appartenente ad un’élite
aristocratico-classista che non deve fronteggiare le difficoltà
quotidiane della sopravvivenza materiale.
In un certo senso, l’”otium” (in
quanto negazione del “negotium”) è
una virtù, un talento, che presuppone molteplici e
diverse qualità creative, anzitutto l’abilità
e la capacità di impiegare il proprio tempo libero
realmente disponibile, per migliorare e valorizzare progressivamente
e costantemente la qualità della propria esistenza,
grazie ad una serie di impegni gratificanti quali la lettura
di bei libri, la visione di bei film, l’ascolto di buona
musica, l’amore (in tutte le sue dimensioni, compreso
quello carnale), le buone amicizie, la buona gastronomia,
le belle arti, il godimento delle bellezze naturali e di ogni
altra gioia o piacere che la vita è in grado di offrirci,
soltanto se lo volessimo, solamente se sapessimo organizzare
il nostro tempo, e se davvero ne avessimo la possibilità. |
| IL
“TEMPO” NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE |
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Finora si è
trattato, in maniera piuttosto generica, ironica e (forse)
superficiale, del concetto di ”tempo”,
senza aver chiaramente determinato i suoi numerosi significati,
cioè cosa si definisce con tale vocabolo di carattere
multisemantico e multiconcettuale.
In effetti, se ci addentrassimo
nei meandri della filosofia, delle scienze, della linguistica,
della semiotica e di tutti quei rami disciplinari, o artistici,
in cui la categoria del “tempo” riveste
un ruolo centrale, potremmo senz’altro rinvenire una
pluralità di significati e di concetti, ciascuno inerente
in maniera specifica ad un dato settore.
Ad esempio, nel campo della musica l’accezione di “tempo”
è alla base del ritmo e della melodia e si definisce,
appunto, come “tempo musicale”, la cui
spiegazione più propriamente tecnica non è tra
le mie personali competenze.
Così nella poesia, laddove (come nella musica) ci sono
tempi da osservare e scandire, in quanto sono parte di una
metrica, cioè dell’arte di comporre in versi
(dall’etimologia greca “metros”
che sta per misura), più esattamente di una tecnica
di misurazione del “tempo” e del ritmo
musicale in forma di poesia, avvalendosi di unità di
misurazione quali le sillabe, il numero dei versi, e via discorrendo.
Non è un caso che in origine, nell’antica Grecia,
la poesia fosse cantata.
Infatti, i versi dei celeberrimi poemi omerici dell’Iliade
e dell’Odissea, erano cantati e si tramandavano oralmente
di generazione in generazione, attraverso appunto il veicolo
del canto e della melodia musicale.
Molto probabilmente, questa è una delle principali
ragioni per cui la poesia contemporanea ha smarrito il suo
valore e il suo fascino, ed è stata soppiantata dalla
canzone d’autore e dalla musica leggera in genere, per
cui un Battisti, un Dalla, un De Gregori, un Guccini, un De
Andrè, sono più famosi di un Montale, di un
Ungaretti, di un Saba, di un Campana, di un Pasolini.
Volendo compiere un’opera
di sintesi, cioè di collegamenti logici, è possibile
distinguere, nell’ambito storico-filosofico occidentale,
tre fondamentali scuole di pensiero, relativamente al significato
o, per meglio dire, ai significati del termine onnicomprensivo
di “tempo”. |
| IL
“TEMPO OGGETTIVO” |
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Il primo filone è quello che concepisce
il “tempo” come ordine misurabile del
“divenire”, ovvero del movimento storico-cronologico,
del fluire dei giorni e delle notti, delle stagioni, degli
anni, dei secoli, e così via.
A tale concezione si legano le seguenti idee.
Nell’antichità:
Eraclito di Efeso
La visione ciclica del mondo e dell’esistenza
umana, compresa la teoria di Eraclito del “panta
rei” (tutto scorre), dell’inarrestabile e
perpetua trasformazione di tutte le cose, per cui nulla è
“sacro”, immortale o eternamente immutabile,
neanche Dio!
La “metempsicosi”
L'idea della “metempsicosi”,
cioè dell’eternità e dell’immortalità
dell’anima attraverso la “reincarnazione”
in altre forme o gradi di esistenza, che si possono ritenere
superiori o inferiori, in virtù di meriti o demeriti,
di valori o di colpe, vale a dire in forza del bene e del
male che si è compiuto in un’ipotetica e presunta
vita precedente, per cui se si “retrocede”
ad uno stadio inferiore vuol dire che la propria condotta
in vita, da essere umano, è stata caratterizzata da
malefatte, mentre la successiva trasmigrazione dell’anima
in una forma di vita migliore, è il risultato di un’azione
e di un comportamento all’insegna dell’onestà,
della bontà e della virtù in genere.
Tale dottrina, di origine orientale, è molto antica
ed è presente nell’orfismo, nel pitagorismo e
nel platonismo; essa è sopravvissuta sino ai giorni
nostri, perpetuandosi nelle millenarie tradizioni religiose
dell’induismo e del buddhismo.
A riguardo, va sottolineata una singolare
e paradossale coincidenza rispetto ad una seppur vaga affinità
concettuale globale, sul versante della percezione del “tempo”
come nozione di un “divenire” ciclico
infinito ed inesauribile, tra due delle più irriducibili
e antitetiche visioni del mondo e dell’esistenza, da
un lato la teoria ateo-materialistica del filosofo di Efeso,
dall’altro una delle dottrine di maggiore ispirazione
mistico-spirituale in senso assoluto che la storia del pensiero
umano abbia mai conosciuto.
Nell’età
moderna:
Galilei (1564-1642) e Newton
(1642-1727)
La concezione scientifico-naturalistica
del “tempo”, determinata in modo particolare
dalle intuizioni rivoluzionarie di Galileo Galilei e di Isaac
Newton, i quali distinsero opportunamente tra il “tempo
assoluto”, cioè oggettivo, esteriore, reale,
fisico, che è scientificamente misurabile attraverso
appositi strumenti di calcolo – quali, ad esempio, un
pendolo, una clessidra, un orologio, un calendario ecc. -,
e il “tempo relativo”, che è invece
soggettivo, interiore, non suscettibile d’essere oggettivato,
ossia non può essere misurato e calcolato mediante
congegni meccanici o criteri scientifici rigorosi, di precisione
matematica.
Kant (1724-1804)
Alla fisica sperimentale
di derivazione galileiana e/o newtoniana, dominante nel corso
di tutta l’epoca moderna, si contrappose fermamente
- e, oserei dire, coraggiosamente - il maestoso genio tedesco
di Immanuel Kant, la cui posizione, indubbiamente originale
e innovativa, fu successivamente ripresa e rilanciata da un
altro illustre, sottile ed ingegnoso spirito tedesco, Albert
Einstein, la cui eminente opera scientifica è tuttora
un cardine fondamentale della fisica e, se vogliamo, della
conoscenza universale contemporanea.
Alla riduzione meccanicistico-materialistica del “tempo”,
operata dalla filosofia e dalla scienza moderna (cioè
pre-kantiana), il celebre pensatore di Könisberg, impegnato
nel superbo sforzo di rifondare la metafisica classica su
basi matematico-scientifico rivoluzionarie - quanto rigorose
-, enunciò la tesi che riduceva l’”ordine
di successione temporale” (in una parola sola, il “tempo”)
ad un “ordine di causalità” (ossia lo “spazio”),
costituendo entrambi le principali categorie dell’intelletto
umano, intese quali “forme a priori” della conoscenza
fenomenica, nella misura in cui sono assolutamente necessarie
all’esperienza e allo studio della realtà sensibile.
Al contrario, secondo la metafisica aristotelica quelle categorie
costituivano proprietà del mondo reale, fisico e naturale.
La concezione kantiana ha subìto certamente alcune
scosse profonde ad opera dei successivi progressi scientifici
e filosofici, in modo particolare da parte dello sviluppo
delle geometrie non euclidee e della ”teoria della relatività”.
Per Kant il “tempo”, la sua successione
reale, oggettiva, storica, è “il criterio
empirico unico dell’effetto in rapporto alla causalità
della causa” - da: “Critica della Ragion
pura”.
Einstein (1879-1955)
Albert Einstein ha
in qualche maniera riproposto, ai giorni nostri, l’intuizione
kantiana (quantunque essa sia stata messa in crisi, come già
si è accennato, proprio dallo stesso padre della teoria
della “relatività generale”),
per contrapporla nuovamente alla meccanica e alla fisica tradizionale
di ispirazione galileiana e newtoniana, enunciando la “relatività”
della misurazione temporale, vale a dire la “relatività”
del “tempo oggettivo”, quantificabile
e misurabile in chiave matematico-scientifica, senza però
intaccare, rinnovare o mutare alla radice, il concetto classico
e tradizionale del “tempo” in quanto
“ordine di successione”, bensì
negando semplicemente (!) che tale ordine di successione fosse
unico ed assoluto.
In altri termini, Einstein ha negato l’esistenza di
un sistema di riferimento privilegiato per la misurazione
della durata temporale e delle lunghezze in genere, nella
misura in cui esistono infiniti punti (o spazi) del Cosmo,
dove la scansione del tempo reale ed oggettivo (in quanto
esterno alla personale percezione e conoscenza interiore,
propria del soggetto che conosce, cioè l’individuo
umano) può, in linea teorico-virtuale, essere valutata,
calcolata, misurata e definita in termini matematici totalmente
diversi e distanti ( in maniera “stellare”,
appunto) dalla realtà spazio-temporale terrestre.
Così, tanto per citare un esempio chiarificatore, ciò
che per noi, ovvero per il nostro sistema privilegiato - o
convenzionale - di riferimento e di misurazione, rappresenta
un “anno solare” (astronomicamente inteso come
il “tempo” che il pianeta Terra impiega
per compiere esattamente la sua orbita di “rivoluzione”
attorno al Sole), può corrispondere ad un “minuto
secondo” del nostro sistema di misurazione temporale,
in un angolo assai remoto dell’Universo, oppure ad un’”ora”
in un altro punto (o spazio) cosmico, in virtù di una
stretta relazione di interdipendenza spazio-temporale che
fu Kant ad intuire chiaramente, pur espondendola e formulandola
in sede teoretico-metafisica e non propriamente scientifica.
Einstein, sviluppando l’intuizione filosofica kantiana,
tradotta in un ambito più prettamente scientifico,
ha ipotizzato che il rapporto tra le tre dimensioni dello
spazio e quella del tempo dipenda principalmente dai confini
della velocità della luce, a loro volta condizionati
dalla presenza di campi gravitazionali.
Reichenbach
(1891-1953)
Successivamente, Hans
Reichenbach ha riscoperto e rivalutato la tesi kantiana nei
riguardi della fisica della “relatività”
einsteniana, riaffermando l’identità di “tempo”
e “causalità”, ovvero ribadendo
e rilanciando l’ipotesi secondo cui la successione temporale
sarebbe da correlarsi all’ordine di successione tra
la causa e l’effetto, per cui “il tempo è
l’ordine delle catene causali: questo è il principale
risultato della scoperte di Einstein (...) L’ordine
del tempo, l’ordine del prima e del dopo, è riducibile
all’ordine causale (...) L’inversione dell’ordine
temporale per certi eventi, che è un risultato che
deriva dalla relatività della simultaneità,
è solo una conseguenza di questo fatto fondamentale.
Dal momento che la velocità della trasmissione esistono
eventi tali che nessuno di essi può essere la causa
o l’effetto dell’altro. Per eventi siffatti l’ordine
del tempo - cioè del prima e del dopo, non può
essere definito e ognuno di essi può essere detto posteriore
o anteriore all’altro.” (da: “Albert
Einstein: Philosopher-Scientist” di Hans Reichenbach,
1949).
Pertanto, la tesi Kantiana della riduzione del “tempo”
alla categoria della “causalità”
può essere intesa come la più alta proposizione
filosofica avanzata nell’ambito della più generale
cognizione della “tempo” quale “ordine
di successione” e “misurazione”
del movimento storico del “divenire”,
empiricamente scandito e percepito in base al susseguirsi
del giorno e della notte, delle stagioni, e quindi in base
al ciclo vitale del mondo che sembra rinnovarsi in eterno,
quantunque si tratti (come ampiamente mostrato) di una visione
oltremodo ingenua, arcaica, superficiale, pre-scientifica,
semplicistica, empirico-sensibile, oramai superata dalle teorie
moderne di Newton, Galilei, Kant e dalle affermazioni più
recenti e contemporanee di Einstein e Reichenbach, che pure
riprendevano e riproponevano, sviluppandole alle estreme conseguenze
l’intuizione kantiana dell’interdipendenza e dell’identità
tra “tempo” e “causalità”
- ossia tra tempo e spazio -, secondo una concezione relativistica
del “tempo misurabile”, ovvero del “tempo
oggettivo”, che appartiene alla sfera esteriore
e non interiore. |
|
IL “TEMPO SOGGETTIVO” |
|
La seconda, importante
corrente storico-filosofica, è quella che definisce
il “tempo” quale “movimento
intuito”.
A tale concezione si ricollega la nozione di “coscienza”
e quindi di “soggettività”, con
cui il “tempo” viene identificato. In
questo filone di pensiero, un importante punto di partenza
lo si ritrova in Sant’Agostino il quale, muovendosi
nella fattispecie particolare della teologia medievale, fu
il primo a postulare chiaramente in ambito teoretico-metafisico
la categoria del “soggetto”, aprendo
in qualche misura le porte all’avvento successivo dell’Umanesimo
rinascimentale e alla riscoperta dei valori, dei diritti e
delle libertà della persona umana.
Hegel (1770-1831)
Hegel considera il
“tempo” come “divenire intuito”,
cioè come intuizione del movimento.
In particolare “il tempo è il principio medesimo
dell’Io = Io, della pura autocoscienza; ma è
quel principio o il semplice concetto ancora nella sua completa
esteriorità ed astrazione.” (da: “Encyklopädie
der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse”
di Hegel, 1827).
Hegel dunque, non identifica il “tempo” con la
“coscienza”, bensì con qualche aspetto
parziale o astratto della coscienza medesima.
Bergson (1859-1941)
Un altro grande pensatore
più contemporaneo, il francese Henry Bergson si è
fermamente opposto alla visione scientifica del “tempo”,
definendo il “tempo” della scienza come
un tempo ”spazializzato” e che perciò
non possiede alcun carattere che la coscienza riconosce in
quanto proprio del “tempo”. Esso infatti, viene
rappresentato come una successione lineare, “una
linea” (la “linea del tempo”),
ma “la linea è immobile, mentre il tempo
è mobilità. La linea è già fatta
mentre il tempo è ciò che si fa, anzi è
ciò per cui ogni cosa si fa.” (da: “La
pensée et la mouvant” di Henry Bergson,
1934).
Husserl (1859-1938)
Non molto diversa è
la concezione che il filosofo tedesco, Edmund Husserl , ha
del “tempo fenomenologico”: “Ogni
effettiva esperienza vissuta è necessariamente qualcosa
che dura; e con questa durata si inserisce in un infinito
continuo di durate, in un continuo pieno. Essa ha necessariamente
un orizzonte temporale attualmente infinito da ogni parte.
Il che significa che appartiene ad un’infinita corrente
di esperienze vissute. Ogni singola esperienza vissuta, come
può cominciare così può finire e chiudere
la sua durata, come fa, per esempio, l’esperienza di
una gioia. Ma la corrente delle esperienze non può
né cominciare né finire.” (da: “Ideem
zu einer reiner Phänomenologie und phänomenologischen
Philosophie“ di Edmund Husserl, 1950).
Come la “durata” bergsoniana, la “corrente
dell’esperienza” conserva tutto ed è
una specie di “eterno presente”.
“ESSERE
E TEMPO”: Heidegger (1889-1976)
Infine, la terza scuola
di pensiero incentrata sul tema del “tempo”,
è quella ispirata dall’esistenzialismo.
Essa concepisce il
“tempo” come “struttura delle
possibilità”.
Tale visione offre alcune significative innovazioni concettuali
nell’analisi dell’idea del “tempo”,
ed è illustrata da Martin Heidegger nella monumentale
opera intitolata “Essere e tempo” del
1927, che già nel titolo annuncia l’identità
tra i due termini.
Mentre le due precedenti concezioni si fondano sul primato
del “presente”, la teoria esistenzialista
di Heidegger riconosce invece il primato dell’”avvenire”
nell’interpretazione del “tempo”
in termini di “possibilità” o
di ”progettazione”.
Tale analisi, sicuramente innovativa ed originale, contiene
e presuppone un serio e gravoso impegno sul versante metafisico,
nella misura in cui il “tempo” viene
concepito e rappresentato come una sorta di “circolo”
(o “movimento circolare”) in base al
quale ciò che si prospetta in avvenire, in quanto possibilità
e/o progettualità, è già stato, e a sua
volta ciò che è già accaduto in passato
è ciò che si prospetta in futuro: in tal modo,
il “cerchio” si chiude e ricomincia,
rinnovandosi e perpetuandosi nell’eternità.
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| RIFLESSIONI
FINALI |
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A questo punto, con la filosofia esistenzialistica
di Martin Heidegger, potrebbe esaurirsi il compito, sicuramente
umile e modesto, della presente ricerca sul tema, assai vasto
e complesso, del ”tempo”, in particolare
come problema al centro della speculazione teoretico-metafisica
e dell’indagine scientifica, nel corso più generale
ed ampio della storia del pensiero occidentale (quantunque
sia stata rappresentata e ricostruita in estrema sintesi).
Ebbene, dopo questa necessaria, utile e preziosa
disamina storico-filosofica circa il senso e la nozione del
“tempo” nella varietà e molteplicità
delle sue interpretazioni (che contengono ed esprimono accezioni
e sfumature assai differenti, sovente divergenti ed antitetiche,
talvolta convergenti ed affini, sotto il profilo meramente
concettuale), ogni altra considerazione potrebbe risultare
sciocca e superflua.
Al contrario, mi pare che proprio tenendo
conto di quelle impareggiabili costruzioni del pensiero e
dello spirito umano, che hanno avuto per oggetto il problema
del “tempo” (ma non solo), proprio in
virtù dei risultati conseguiti da quelle indagini di
stampo scientifico e/o filosofico, ad opera di alcuni tra
i maggiori ingegni del genere umano (sono stati citati, infatti,
Galilei, Newton, Kant, Einstein, Hegel, Bergson, Husserl,
Heidegger...), non sarebbe per nulla scontato, né banale,
pensare al “tempo” come al principio essenziale
che riesce a conferire senso e valore alla nostra esistenza,
individuale e collettiva, storica, sociale, di soggettività
e di singole persone, ma altresì di specie o di genere
umano.
Il “tempo” è
stato e può essere concepito in quanto “durata”,
“successione”, in maniera “lineare”
o “circolare”, come “finito”
o “infinito”, “assoluto”
oppure “relativo”, “oggettivo”
e “soggettivo”, “unico”
o “molteplice”, e via discorrendo, ma
una cosa è certa: senza il “tempo” non
esisterebbe nulla.
Difatti, se non ci fosse ciò che definiamo
“tempo” o, per meglio dire, se noi non
tenessimo più conto del flusso del tempo, dell’esperienza
vissuta, dei giorni e delle notti, dei cicli stagionali, degli
anni, della nascita e del tramonto solari, dell’età
che avanza inesorabilmente, della vita e della morte, insomma
se noi vivessimo a prescindere dal “tempo”,
se noi fossimo ad esempio immortali, molto probabilmente non
sapremmo che fare, ci annoieremmo “a morte”,
non potremmo e non sapremmo affatto apprezzare i veri ed essenziali
valori della vita e del mondo, dunque saremmo persi, condannati
ad un cieco destino senza fine.
Immaginiamo, per un momento, che la Terra
fosse circondata da una sorta di immenso “guscio”
astronomico che oscurasse il Sole, impedendo così la
nostra percezione o coscienza, del “divenire”
e dello scorrere del ”tempo”, che fine
faremmo?
Oppure, cosa accadrebbe se, per ipotesi, noi abolissimo tutti
gli orologi, i pendoli, le clessidre, i calendari, ed ogni
criterio o strumento di misurazione temporale (per quanto
relativa, finita, storica e terrestre, possa essere, secondo
la teoria einsteniana della “relatività”
del “tempo oggettivo”, scientificamente
e matematicamente misurabile)?
Probabilmente, non ci sarebbe stato e non sarebbe affatto
possibile alcun “progresso”, e noi non
avremmo mai potuto realizzare tutto quanto l’umanità
ha saputo compiere : l’invenzione della scrittura; la
scoperta del fuoco e dell’agricoltura; la lavorazione
dei metalli; la costruzione delle piramidi in Egitto, del
Partenone, del Colosseo, dei grattacieli; l’invenzione
dell’energia elettrica e dei calcolatori elettronici;
la scoperta della matematica; la produzione di inestimabili
capolavori artistici e letterari, nel campo della pittura,
della scultura, della poesia, della musica, del romanzo, del
teatro, del cinema (e perché no, anche del fumetto)
e via discorrendo; l’invenzione della ruota, del motore
a scoppio, dei sottomarini, degli aerei supersonici, delle
astronavi spaziali, dei satelliti artificiali; l’invenzione
del telegrafo, del telefono, della radio, della televisione,
del fax, della trasmissione via Internet; l’invenzione
dell’aria condizionata, di tutti quegli elettrodomestici
che hanno alleviato e reso più comodo l’impegno
quotidiano delle massaie e delle casalinghe (svolto sempre
più, per fortuna, anche dagli uomini); la scoperta
dell’America, l’esplorazione degli oceani e degli
spazi interstellari ; la scoperta della penicillina e degli
antibiotici, l’invenzione dei vaccini immunizzanti e
tutti i grandi, preziosi sviluppi avvenuti nel campo medico-sanitario,
legati non solo alla medicina tradizionale, a quella farmacologica
propria della scuola occidentale, ma anche ad altre forme
di medicina, di matrice orientale, in particolare a quella
araba, a quella cinese, a quella indiana; è così
via, l’elenco dei “progressi” e
della “conquiste” compiute dall’umanità
nel corso del tempo (che meriterebbero una menzione), non
avrebbe termine...
In altre
parole, non esisterebbe alcuna traccia di civiltà,
di cultura, di intelligenza dell’uomo, e non vi sarebbe
alcun segno della nostra stessa presenza sulla Terra.
Perciò, grazie
di esistere al “tempo”, a ciò
che, convenzionalmente, definiamo tale, alla vita e alla morte,
nella misura in cui senza la morte, ovvero senza il “tempo”,
non potrebbe esserci nemmeno la vita, e noi non sapremmo come
e quanto apprezzare, riconoscere e consolidare i valori, i
beni, le ricchezze, le bellezze, i piaceri e le gioie che
l’esistenza medesima è in grado di offrirci,
proprio in ragione del fatto che possiamo e sappiamo riconoscere
e disprezzare (e, paradossalmente, apprezzare) il male, la
violenza, l’orrore, l’ingiustizia, le bruttezze,
la malvagità, la prepotenza, i dispiaceri, il dolore,
la morte...
Da quanto esposto finora
può discendere un’estrema (ma non conclusiva)
valutazione.
Banalmente, ciò
che davvero conta, non è tanto la durata, ossia la
quantità del nostro tempo vissuto, bensì la
sua qualità.
A riguardo, mi sovviene un altro, diffusissimo luogo comune,
il quale si può così tradurre: ”Ho
cinquanta anni, ma me ne sento venti”. In verità,
potrebbe persino essere l’esatto contrario: ”Ho
venti anni, ma ne sento cinquanta”.
Forse, la soluzione del dilemma risiede (banalmente?) nel
mezzo, ossia nella giusta misura, nel senso che le risposte
ad ogni domanda dell’esistenza, richiedono una sintesi
tra due opposti estremi, per sanarne le contraddizioni, anche
per ricomporre le più irriducibili e radicali fra le
antitesi.
Questo ragionamento
(di matrice hegeliana) ha sicuramente un senso, quantomeno
per il quesito prima formulato. Voglio dire che, indubbiamente
(e fortunatamente) l’età anagrafica esiste, nella
misura in cui il tempo scorre ed avanza in modo implacabile
e ineluttabile.
Ma è altrettanto vero ed innegabile che non sempre
l’età mentale e soggettiva (cioè il tempo
interiore, spirituale, qualitativo) corrisponde all’età
anagrafica, vale a dire al tempo cronologico, esteriore, oggettivo,
assoluto, matematicamente misurabile e quantificabile.
Ed è altresì vero e inoppugnabile che tutto
ciò che ha a che fare col “tempo”,
è assolutamente storico, relativo, personale, quindi
effimero, fugace, transitorio e mutevole, nel senso che io
potrei avere (anagraficamente parlando) trent’anni e
sentirmene, in un dato momento o in un altro contesto, appena
diciotto, mentre in un’altra situazione o in un altro
frangente addirittura settanta!...
Tutto è assolutamente
relativo e storicizzabile, soprattutto il “tempo”.
Ciò che appare oggettivo e reale, può diventare
soggettivo, grazie al “tempo”, ed è sempre
il “tempo” che rende finito e mortale
ciò che appare o crediamo infinito ed immortale, e
viceversa.
Dunque, il “tempo” costituisce la misura
del valore che ha la nostra esistenza, che è unica
e sola, fino a prova contraria (nel senso che possiamo vivere
una volta sola), a meno che non sia vera la dottrina della
“metempsicosi”.
Tuttavia, il “tempo”, quantunque possa
apparire un problema oltremodo astratto e cerebrale, quasi
incomprensibile per certi versi (pensiamo, ad esempio, all’analisi
heideggeriana), non può assolutamente essere banalizzato,
perché rischieremmo di banalizzare la nostra stessa
esistenza, il che vuol dire rischiare di vivere inconsciamente,
ciecamente, vanamente, ossia banalmente! |
| UN’UTOPIA
POSSIBILE E NECESSARIA |
Sovente penso a un paradosso di portata storica globale
che pure mi riguarda personalmente, ma che investe direttamente
ciascun essere umano.
Mi riferisco a un’oggettiva contraddizione tra il
crescente progresso tecnico-scientifico compiuto soprattutto
negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero
genere umano di vivere molto meglio, e la realtà
planetaria che evidenzia un sensibile peggioramento delle
condizioni economiche, materiali e sociali, soprattutto
dei produttori e dei lavoratori salariati (anzi sotto-salariati)
che vivono anche nel mondo occidentale cosiddetto “avanzato”.
Ebbene, grazie alle più recenti
conquiste dello sviluppo tecnico e scientifico, la grandiosa,
nobile, quanto antica “utopia” dell’emancipazione
dell’umanità (tutta l’umanità)
dal bisogno di lavorare e, quindi, dallo sfruttamento materiale,
è teoricamente (ossia virtualmente) realizzabile,
oggi più che nel passato, nel senso che sarebbe oggettivamente
possibile, oltre che necessaria, ma nel contempo è
impraticabile, almeno nel quadro dei rapporti giuridici
ed economici esistenti, che si basano sulle leggi e sulle
tendenze classiste insite nel sistema capitalistico-borghese,
che non a caso attraversa un periodo di grave crisi strutturale.
Pertanto, l’idea dell’affrancamento
definitivo e totale dell’umanità dallo sfruttamento
e dall’alienazione che si compiono durante il tempo
di lavoro, appare molto prossima alla sua attuazione. Pur
tuttavia, ciò non potrebbe compiersi senza una violenta
rottura rivoluzionaria rispetto al predominio capitalistico-borghese
vigente su scala planetaria.
Come gli antichi greci si occupavano
liberamente, e amabilmente, di politica, di filosofia, di
poesia e delle belle arti, e godevano di tutti i piaceri
offerti dalla vita, in quanto erano esonerati dal lavoro
materiale svolto dagli schiavi, così gli uomini e
le donne di oggi potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività
del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal
tempo di lavoro affidato esclusivamente ai robot e condotto
grazie a crescenti processi di automazione e informatizzazione
della produzione di beni materiali.
Questo traguardo storico rivoluzionario è oggi raggiungibile,
almeno in teoria, proprio in virtù delle enormi potenzialità
“emancipatrici” ed “eversive”
offerte dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto
nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.
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| (pubblicato
il 23 Luglio 2006) |
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