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Lucio
Garofalo |
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| La
violenza |
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di Lucio
Garofalo |
Una paurosa spirale di morte e distruzione sta avvolgendo
l’intera umanità, senza risparmiare alcun popolo:
è la spirale “guerra-terrorismo” così
come è stata convenzionalmente definita.
Tuttavia, tale apparente dicotomia non costituisce e non
offre un’effettiva alternativa tra due differenti
opzioni, ma al contrario si tratta di due facce della stessa
medaglia. E’ un mostruoso parto gemellare generato
dal medesimo sistema che ha bisogno della violenza organizzata
in varie forme, per rigenerarsi, ricostituirsi e perpetuarsi
all’infinito.
Nelle giornate di Luglio, a quattro anni di distanza dal
2001, sono state rievocate le drammatiche giornate di Genova,
segnate dalle terribili violenze della repressione poliziesca,
dall’assalto alla scuola Diaz, dalle torture nel carcere
di Bolzaneto, dall’assassinio di Carlo Giuliani, eccetera.
Certo, bisogna rammentare anche le violenze dei black-bloc
(e su tali vicende bisognerebbe far luce, dato che ancora
sussistono molte zone d’ombra, tanti misteri e lati
oscuri), violenze che sono anch’esse un parto degenere
di un sistema sempre più marcio, putrido e incancrenito,
capace di produrre in quantità industriale soprattutto
“merci” come la violenza, l’odio e la
distruzione, nella misura in cui ne ha bisogno come l’aria
che respiriamo, per poter giustificare la sua esistenza.
Si pensi alla rivolta di massa che è esplosa con
furore nella banlieue parigina, espandendosi rapidamente
ad altre periferie urbane della Francia. Sempre in Francia
stiamo assistendo ad un nuovo movimento di protesta e di
contestazione giovanile che ha assunto proporzioni massiccie
e gigantesche, simili, benché non paragonabili, all'esperienza
storica del maggio 1968, nella misura in cui le cause e
il contesto sono differenti.
Per comprendere tali fenomeni sociali così complessi
e difficili, occorre rendersi conto di ciò che sono
effettivamente diventate le aree suburbane in Francia (ma
il discorso vale anche altrove), ossia assurdi ed ignobili
luoghi di ghettizzazione e di alienazione di massa. Per
capire bisognerebbe calarsi in quella realtà quotidiana
dove il disagio sociale, il degrado urbano e morale, la
violenza di classe, la precarietà economica e il
vuoto esistenziale, la disperazione e l’emarginazione
dei giovani (soprattutto di origine extracomunitaria) costituiscono
il background materiale e ambientale che genera inevitabilmente
manifestazioni di rabbia, di ribellione e di guerriglia
urbana.
Invece, tali vicende vengono bollate in modo banale e superficiale
come atti di “teppismo”, di “delinquenza”
o addirittura di “terrorismo”, secondo parametri
razzisti e classisti tipici di quella mentalità ipocrita
e benpensante che da sempre appartiene alla borghesia, non
soltanto della Francia, ma anche dell’Europa e del
mondo intero.
Insomma, tutte queste vicende sono strettamente legate da
un comune denominatore: la violenza. Su tale argomento varrebbe
la pena di spendere qualche parola per avviare un ragionamento
storico, critico e politico il più possibile serio
e rigoroso. Io voglio provarci, partendo ovviamente dal
mio punto di vista e avvalendomi delle mie capacità
analitiche, delle mie conoscenze ed esperienze.
La violenza, intesa come comportamento individuale, ha senza
dubbio un fondamento più profondo e complesso, insito
nella struttura sociale. Ad esempio, nella realtà
delle società capitaliste, la violenza del singolo,
la ribellione giovanile apparentemente priva di cause, l’alienazione,
la follia, il vandalismo, oppure il teppismo negli stadi
di calcio (o ad una manifestazione), la criminalità
comune, la perversione di quei soggetti qualificati come
“mostri”, sono sempre il frutto (marcio) generato
da una formazione sociale che ha bisogno di produrre odio
e violenza; sono la manifestazione di un contesto storico-sociale
che, per sua natura, crea conflittualità, contribuendo
alla depravazione dell’animo umano che in tal modo
viene ad essere intimamente condizionato dall’ambiente
esterno.
Dunque la violenza non è una questione di malvagità
o perversione individuale, ma è un problema sociale,
ovvero costituisce la facciata esteriore e fenomenica dietro
cui si camuffa la violenza organizzata della società,
è lo strato superficiale sotto cui giace, si espande
e si incancrenisce la corruzione dell’ordine costituito.
In effetti è alquanto difficile determinare e concepire
la violenza come un comportamento naturale, etologico, immutabile,
dell’essere umano, in quanto è la natura stessa
dell’ordinamento sociale, il vero principio che genera
i cosiddetti “mostri”, i criminali, i violenti
in quanto singoli individui, che sono spesso quei soggetti
più labili e vulnerabili sotto il profilo psichico
ed emotivo.
La visione che attribuisce alla “cattiveria umana”
la causa dei mali e dei problemi del mondo, è soltanto
un’ingenua e volgare mistificazione.
Il tema della violenza è talmente vasto, enorme,
complesso, da rivestire un’importanza centrale nell’ambito
dello sviluppo storico dell’intera umanità.
Sin dalle sue origini l’uomo ha dovuto immediatamente
attrezzarsi per fronteggiare la violenza esercitata dall’ambiente
naturale nel quale era inserito: il pericolo di aggressione
da parte delle belve feroci, le avversità atmosferiche,
le catastrofi e le sciagure naturali più terrificanti,
quali terremoti, bradisismi, vulcanismi, frane, incendi
ecc., i suoi bisogni fisiologici da soddisfare, ossia la
fame, la sete, la necessità di procreare e via discorrendo.
In seguito, con il trascorrere dei secoli, l’uomo
è riuscito a compiere un immane progresso tecnologico
e materiale che lo ha affrancato dal suo primitivo asservimento
alla natura, rovesciando, in un certo senso, il rapporto
originario tra l’uomo e l’ambiente.
Oggi, infatti, è soprattutto l’uomo che arreca
violenza alla natura, ma la relazione rischia di invertirsi
nuovamente… a scapito dell’uomo.
Durante la sua lunga evoluzione culturale e materiale, l’umanità
ha creato e conosciuto svariate esperienze di violenza:
la guerra, la tirannia, l’ingiustizia sociale, lo
sfruttamento, la fatica quotidiana per la sopravvivenza,
il carcere, la repressione, la rivoluzione, fino alle forme
più rozze ed elementari come il teppismo, la prepotenza,
la sopraffazione del singolo su un altro singolo. Tuttavia,
tali fenomeni così disparati, pur nella loro molteplicità
e nelle loro apparenti contraddizioni, si possono ricondurre
ad un’unica matrice storico-causale, vale a dire la
natura intrinsecamente violenta, ingiusta e disumana della
struttura sociale e materiale su cui si erge l’organizzazione
della vita e dei rapporti umani nel loro incessante divenire
storico.
Il problema fondamentale della violenza nella storia umana
(che è scisso dal tema della violenza nel mondo preistorico)
è costituito dall’ingiustizia e dalla violenza
insite nel cuore delle società classiste, le quali
si basano sulla divisione sociale dei ruoli lavorativi e
sullo sfruttamento materiale di una classe sul resto della
società.
Solo quando lo sviluppo delle capacità economico-produttive
e tecnologiche della società, avrà raggiunto
un livello tale da permettere il superamento e l’eliminazione
della ragion d’essere che finora ha giustificato e
determinato lo sfruttamento del lavoro servile e del lavoro
salariato, l’umanità potrà compiere
il grande balzo rivoluzionario che consisterà in
un processo di liberazione dalla violenza dell’ingiustizia
e dello sfruttamento di classe.
Ebbene, è un dato di fatto che tali condizioni, connesse
al progresso tecnico-scientifico ed alla produzione delle
ricchezze sociali, siano già presenti nella realtà
oggettiva, ma sono mistificate e negate dal persistere di
un quadro (ormai obsoleto) di rapporti di supremazia e sottomissione
tra le classi sociali.
In tal senso, il potere borghese non è mutato, i
suoi rapporti all’interno e all’esterno sono
sempre improntati alla violenza. Esso continua a reggersi
sulla violenza, in modo particolare sulla forza bruta (legalizzata)
di strutture e di istituzioni repressive quali, ad esempio,
il carcere, la polizia, l’esercito.
Nel contempo, il potere borghese ha imparato ad impiegare
altre forme di controllo sociale, più morbide e sofisticate,
addirittura più efficaci, come la televisione e i
mass-media.
Oggi, infatti, molti Stati borghesi, soprattutto quelli
più avanzati sul versante tecnologico, vengono gestiti
e controllati non solo e non tanto attraverso i sistemi
tradizionali della violenza legalizzata, cioè esercito
e polizia, quanto soprattutto ricorrendo alla forza persuasiva
ed alienante della televisione e dei mezzi di comunicazione
di massa.
Naturalmente, il discorso sulla violenza non è per
nulla concluso, né può esaurirsi in una breve
riflessione come questa, giacché si tratta di un
tema talmente ampio, controverso e difficile, da meritare
molto più spazio, molto più tempo, molto più
studio e molto più ingegno di quanto possa fare il
sottoscritto.
Per quanto mi riguarda, ho cercato semplicemente di lanciare
un input.
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| (pubblicato
il 2 Maggio 2006) |
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