L’acqua è
una risorsa unica e insostituibile e un diritto inalienabile
dell’uomo. Questo è, in sintesi, ciò
che dice l’ultimo rapporto dell’Onu riguardante
il fabbisogno di acqua nel mondo. Contrariamente a quanto
scritto, in realtà, l’acqua sembra sempre più
destinata a diventare un bene per pochi; un miliardo e mezzo
circa di persone non usufruisce di acqua potabile, mentre
, in proporzione, l’undici per cento consuma quasi
tutta l’acqua potabile disponibile. Secondo il già
citato documento dell’Onu, che ha il nome significativo
di “Water for people-water for life”, aggiornato
ai primi mesi del 2006, si stima che le zone più
povere d’acqua siano la striscia di Gaza, in Palestina,
il Kuwait, la Libia, mentre i paesi che usufruiscono di
maggiori fonti idriche siano il Suriname, il Congo, il Canada
e la Nuova Zelanda. La disponibilità media rappresenta
un dato ancor più significativo: un cittadino statunitense
ne ha circa 425 litri al giorno, un italiano 237, un israeliano
260, mentre un palestinese ne ha solo 70 litri. Alla sproporzione
dei consumi, va ad aggiungersi lo spreco che viene fatto
nei paesi “industrialmente avanzati” di un bene
che, secondo le previsioni dei più attenti analisti,
diventerà in un tempo non molto lontano, più
prezioso dell’oro nero.
Le Guerre per l’acqua
Verso la fine del secolo scorso,
una multinazionale americana di nome Bechtel, privatizzò,
in accordo con l’allora governo, tutte le risorse
idriche della Bolivia, pioggia inclusa. I prezzi dell’acqua
iniziarono a salire, mettendo in crisi diversi settori produttivi
e la popolazione più povera. All’inizio del
nuovo millennio, nella città di Cochabamba, l’intera
popolazione insorse contro questo provvedimento, mentre
il governo usava il pugno duro con i manifestanti, col risultato
di un ragazzo morto e diversi feriti. Le proteste che ne
seguirono fecero desistere sia il governo che la multinazionale
americana e permisero una lenta riconversione pubblica dell’acqua.
Dopo quei giorni, in Bolivia ed in america latina si parlò
di “guerra per l’acqua”.
Diversamente ma non molto da quanto successo in Bolivia,
l’Unesco valuta che in diverse zone del globo in cui
le risorse idriche sono condivise con più stati,
siano possibili tensioni che se protratte porterebbero a
delle guerre. Le zone in questione si trovano tutte in zone
a rischio: Sud America, Medio Oriente, Africa centrale.
A determinare una simile situazione sono diversi fattori,
tutti correlati: una cattiva gestione delle risorse energetiche,
il surriscaldamento del pianeta e una politica di privatizzazione
che toglierebbe a molti il diritto universale ai beni primari.
«Le riserve d’acqua stanno diminuendo, mentre
la domanda cresce a un ritmo insostenibile. Tra vent’anni,
ogni persona disporrà, in media, di un terzo d’acqua
in meno», ha affermato il direttore dell’Unesco.
Molte organizzazioni si sono impegnate, da quasi trent’anni,
in campagne di sensibilizzazione sociale o pressione politica
affinché il tema dell’acqua diventi centrale.
Ciò nonostante, nell’ultimo quarto di secolo
non si è fatto nulla per invertire la tendenza.
Acqua bene di lusso
La privatizzazione dell’acqua
non riguarda solo la Bolivia: nel Kerala, regione indiana,
le riserve idriche pubbliche sono ora proprietà della
Coca Cola, a tutto danno delle comunità locali. Da
tempo va affermandosi un tipo di politica che mira a privatizzare
l’acqua per ricavarne massimi profitti, appoggiata
da governi, enti privati e banca mondiale. Di conseguenza,
la proprietà delle risorse potrebbe diventare fattore
di ricatto politico e di controllo sociale di grandi regioni
del pianeta. Il continuo fabbisogno, la privatizzazione,
l’uso politico hanno portato ad una gestione che non
premia neanche la qualità del servizio. In Italia,
attraverso l’applicazione della legge Galli del 1994,
si è passati da una gestione pubblica ad una privata,
con svariati casi di partecipazione pubblica. La gestione
è passata a degli organi territoriali, denominati
ATO (Ambito Territoriale Ottimale), incaricati di amministrare
le risorse del sistema idrico locale. Questi ATO, possono
decidere, insieme ai sindaci del territorio che comprende,
a chi e come affidare il servizio idrico della zona competente.
Tra questi, molti ATO hanno deciso di affidare la gestione
del servizio a privati, come quello dell’ATO 2 di
Napoli, poi bloccato da forti mobilitazioni.
L’attuazione, favorita dalla creazione degli ATO in
Italia, di privatizzazioni, ha portato alla creazione di
comitati di cittadini in difesa dell’acqua; tale è
il caso, in Abruzzo, dell’”alleanza per l’acqua”,
che si batte per un servizio pubblico e di qualità
per tutti.
La situazione in Sicilia
Una delle regioni che da sempre ha
sofferto per la mancanza d’acqua è la Sicilia.
In determinati periodi dell’anno, nelle parti più
interne, l’acqua manca per giorni. In questo contesto
diversi comuni stanno decidendo se è giusto o meno
affidare il servizio ad enti privati, tagliando definitivamente
fuori chi già adesso soffre per la mancanza di questo
basilare servizio. Ad opporsi a una possibile gestione privata
e verticistica si è formata a Palermo una rete civica
composta da associazioni, società civile e varie
sigle che, oltre a richiedere che le risorse siano di tutti,
vogliono partecipare attivamente alle scelte che vengono
prese per il territorio. Questo comitato civico, denominato
“Acqua in comune”, ha promosso una raccolta
firme che ha già raggiunto quota 7000, col fine di
sensibilizzare i cittadini sul problema.
La situazione in diverse zone della Sicilia è in
sospeso, tra iter burocratici e cavilli vari. Ma, come in
altre zone d’Italia e del mondo, anche in Sicilia
si è messo all’ordine del giorno da parte dei
cittadini che i beni primari sono dei diritti inalienabili
dell’uomo.