L'operaio
distruttore dei valori borghesi
Breve
tesi su “L'operaio” di E. Junger
di
Carmelo Ingegnere
Introduzione
Ernst
Junger pubblica l'operaio per la prima volta nel 1932, in
un clima di scontri ideologici e politici molto forti ma
anche di fiorente attività culturale erede della
Repubblica di Weimar. L'opera , come quasi tutte le opere
del ‘900 tedesco , fu letta in chiave strettamente politica
, anche perché nel 1933 Hitler prenderà il
potere con libere elezioni. Indubbiamente l'opera risente
del clima che si respira nella Germania del tempo, delle
idee circolanti tra i reduci di guerra e i nazionalisti
più accesi. Ma non bisogna leggere l'opera in chiave
esclusivamente storica e politica, perché altrimenti
si farebbe un grave torto alla riflessione filosofica fatta
da Junger sui modi in cui la tecnica entra in contatto con
la vita e la morte degli uomini, di come modifica il mondo
del lavoro, il mondo civile, e il mondo militare. Già
Junger aveva dimostrato indubbie capacità di analisi
dei nuovi fenomeni bellici sui diari di guerra e nel breve
saggio intitolato la mobilitazione totale, dove le battaglie
vengono descritte con straordinaria lucidità e con
scrupolosa obiettività, tanto da far sembrare lo
scrittore estraneo ai fatti. Ne l'operaio i temi della guerra
e soprattutto di come la tecnica entra in gioco diventando
il fattore determinante delle vittorie, scalzando il valore
su cui si fondava invece la gloria militare del singolo
soldato , vengono descritte ancora una volta con l'interesse
di chi comprende come vano ogni ritorno al passato, ma che
al contempo non crede neanche in quello che Junger chiama
“ideologia del progresso”; a Junger interessa comprendere
i cambiamenti in corso senza nessun romanticismo. Anzi,
lo stesso Junger, pensando al mondo dominato dalla figura
dell'operaio, dai “sismi tellurici” dei campi di battaglia
parlerà di “realismo eroico”.
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Partendo
dall'esperienza fatta sui campi di battaglia della prima
guerra mondiale, Ernst Junger osserva in maniera fredda
e oggettiva i cambiamenti che colpiscono il mondo civile
e militare. All'interno della mobilitazione totale si era
parlato già del declino della casta dei guerrieri
e delle nuove tecniche di guerra, come la leva di massa,
l'invenzione della mitragliatrice, la nascita del milite
ignoto che rappresenta non più un soldato particolare.
In questo scenario il ruolo predominante nella vita civile
e militare viene assunto dalla tecnica, e soprattutto da
chi è più vicino ad essa: “l'operaio”. L'operaio
di cui parla Junger non è l'operaio di Marx, l'analisi
di Junger non è una analisi economica o sociologica
di ciò che avviene, ma una analisi metafisica. Ciò
che l'operaio porta è la forza dirompente della tecnica,
forza che il borghese non riesce a dominare né comprendere.
Questa forza ha causato una “trasvalutazione di tutti i
valori”,il declino del mondo borghese che dopo l'esperienza
della “grande guerra” attraversa un inesorabile declino.
Ma perché la borghesia e in particolar modo la borghesia
tedesca è in declino? Secondo Junger perché
«di vedere l'operaio entro una gerarchia determinata
mediante la forma, l'età borghese non è stata
capace: un autentico rapporto col mondo delle forme non
era alla sua portata. Nell'età borghese tutto si
è liquefatto in idee, concetti, o meri fenomeni,
e i due poli di questo liquido spazio sono stati la ragione
e il sentimento. All'estremo grado di diluzione, l'europa
e il mondo sono ancora oggi sommersi da questa materia liquida,
da questa smorta vernice versata da uno spirito divenuto
dispotico.» (1) La forma di
cui è privo il borghese Junger la vede incarnata
«nei soldati combattenti in prima linea»,
soldati che si fecero «veicolo di un'autentica forma».
(2)
Nel
contesto della guerra il tedesco si scaglia contro i valori
borghesi e inizia quella che Junger chiama «rivoluzione
tedesca» (3) , rivoluzione che
si rifà al prussianesimo, ai valori traditi o dimenticati
dal borghese. Per differenziare la rivoluzione tedesca da
qualsiasi altro tipo di rivoluzione Junger parla di
«rivoluzione della forma» (4) ,
rivoluzione cioè che attraverso la forma attinge
ad un livello intemporale. Tutte le manifestazioni storiche,
per Junger, sono transeunti, mentre la rivoluzione della
forma, la rivoluzione del soldato prussiano, è una
rivoluzione destinata a durare. A questo proposito si potrebbe
fare la differenza tra rivoluzione della forma e rivoluzione
della classe operaia;la seconda, che si inserisce nei meccanismi
delle manifestazioni storiche, è destinata a crollare,
diversamente dall'altra che in quanto forma appartiene all'eternità.
A contrapporsi quindi non sono solo dei comportamenti diversi,
tra il borghese che cerca la mediazione, che si dimostra
mellifluo nei suoi rapporti col nemico, e l'operaio che
invece è intransigente, ma anche due contrapposte
visioni del mondo e della vita;per il borghese vale il romanticismo
eroico,del tutto inadeguato, dirà Junger, al mondo
d'oggi, l'operaio invece risponde con il realismo eroico
dei campi di battaglia del lavoro. Junger si accorge che
con la guerra è crollato un mondo, il mondo delle
certezze e delle comodità borghesi. Qui Junger fa
propria la lezione di Nietzsche per quanto riguarda il distruttore
dei falsi valori, riprende il concetto di nichilismo attivo,
quale dirompente fase distruttiva del nichilismo. Ma non
sarà il solo concetto ripreso dal filosofo di Rocken.
Infatti, se il borghese rappresenta l'ultimo uomo, «rappresentanti
dell'operaio sono in questo senso i più alti impulsi
del singolo verso un mondo superiore, intuiti originariamente
nella figura del superuomo» (5)
. I nuovi valori,i valori che porta con sé l'operaio,
i valori che “devono sorgere”e che per sorgere devono annientare
i vecchi valori non corrispondono assolutamente ai valori
del progresso. Nel corso del IXX° secolo si era affermata
una corrente di pensiero che vedeva lo sviluppo storico
e umano coincidente con lo sviluppo tecnico. Questo pensiero,
secondo Junger erede del pensiero illuminista e poi positivista
è errato, in quanto Junger vede lo sviluppo tecnico
come qualcosa di opprimente , qualcosa che nel tempo ci
avrebbe portato ad una sorta di “totalitarismo tecnico”,
ad una “megamacchina” che invece di servire gli uomini li
ingloba in qualcosa di non controllabile. Ciò che
diceva Junger nel 1932 è stato ripreso da uno studioso
francese, Serge Latouche, che ne la megamacchina parla apertamente
di «ideologia del progresso» (6)
. Junger è consapevole che questa ideologia
del “progresso infinito”, è illusoria.
Contro
“l'ideologia del progresso”si oppone l'atteggiamento romantico,
proprio del borghese. Ma l'operaio non accetta né
“l'ideologia del progresso”, né l'atteggiamento romantico;
l'operaio abbraccia invece il realismo eroico. Il borghese
disprezza il pericolo, la brama principale del mondo borghese
è la sicurezza, e mentre l'operaio ama l'attacco,
il borghese preferisce la difesa. L'unico valore che il
borghese attribuisce alla tecnica è il comfort, trascurando
invece tutto il resto. Il pensiero borghese,”l'ideologia
del progresso” è organica al modo di vivere del borghese,
contraria a ogni forma di vitalismo o abitudini e usi che
sono contrari alla ragione borghese. Di fronte agli attacchi
dell'operaio al modo di vivere borghese, il borghese si
oppone con tutta la ragione che lo sostiene, una ragione
che non viene mai messa in discussione. I più avveduti
però si accorgono che questo edificio della ragione
sta per crollare, tutta l'ideologia del progresso sta per
entrare in grave crisi; ma il borghese, invece di prendere
atto della realtà si rifugia in un sicuro spazio
romantico: « nella sua lontananza dal tempo presente,
la condizione dello spazio romantico si configura come tempo
passato;propriamente, come un tempo passato che si colora
del sentimento di reazione (risentimento) contro lo stato
di cose che ad ogni istante si attualizza. La distanza dal
luogo presente si configura come fuga da uno spazio pienamente
garantito dalla sicurezza permeato dalla coscienza; in essa
si fondono, in pari proporzione, i cortei trionfali della
tecnica, divenuto lo strumento più incisivo della
coscienza, e i contorni del paesaggio romantico.»
(7) Si fa qui sempre più chiara
la differenza tra il borghese che appartiene ad un mondo
che sta per finire e l'operaio che rappresenta invece colui
che, grazie alla tecnica, imporrà al mondo il grande
balzo. L'operaio rappresenta «una vita nuova e
pericolosa» (8) ,irriducibile
a qualsiasi categoria borghese.anzi, a voler rimarcare la
dose Junger afferma che «da questo momento, viene
meno anche l'apparente coincidenza dell'impulso elementare
con lo spazio romantico, e lo spostamento tra i due piani
si compie in maniera molto strana. La protesta della categoria
sociale attiva nel più profondo senso della parola,
che là agisce volontariamente laddove ogni altra
cosa sembra colpita dall'avvento repentino di una catastrofe
naturale, nella sua superficie ideale si pone ancora, certamente,
in relazione con lo spazio romantico. Tuttavia, essa si
distingue dalla protesta romantica in quanto è indirizzata
in ugual misura al presente, ad un indubitabile hic et nunc.»
(9) Junger osserva con sguardo gelido
e distaccato, senza alcun segno di pietà o di approvazione
ai campi di battaglia della guerra. Con lo stesso sguardo
descrive la nascita di un mondo nuovo, caratterizzato dalla
fine del mondo borghese,dalla nascita e affermazione del
soldato operaio,fino alla nascita di nuovi ordinamenti.
Sviluppando soprattutto quest'ultimo punto Junger farà
una critica del concetto di libertà borghese.
Quando
Junger parla di nuove istituzioni è cosciente del
fatto che le istituzioni borghesi sono irriformabili, che
i nuovi ordinamenti non sono legati ad un aspetto prettamente
giuridico o economico, ma soprattutto tecnico. Il nuovo
ordinamento tecnico non si adatta a quelle forme di vita
arrendevoli rappresentate dal borghese, ma anzi ad un uomo
che assume su di se una «severa disciplina»
e «che si forma nel deserto di un mondo razionalizzato
e moralizzato» (10) , un mondo
dove trionfa lo spirito prussiano e «la filosofia
prussiana» (11). Affinché
la nuova aristocrazia sia quella degli operai bisogna forgiare
quindi un nuovo soldato prussiano. Il valore della “prussianità”
non è qui soltanto il richiamarsi ad una specifica
uniforme o ad una ripresa nominalistica di concetti passati
da applicare nel presente:la “prussianità a cui Junger
dice di rifarsi è il concretizzarsi del soldato prussiano,
del coraggio senza riserve che il soldato prussiano ha sui
campi di battaglia. I campi di battaglia però non
sono più quelli che affrontò l'allora soldato
prussiano, ma sono profondamente modificati dalla tecnica.
Il soldato prussiano era abituato a combattere all'aperto,
in piena campagna e quindi lontano dalle Città: c'èra
una netta distinzione tra soldati e civili; nella guerra
in cui la tecnica passa dallo stato premoderno ad uno stato
moderno la guerra si combatte in trincea,non si fa distinzione
tra civili e soldati e soprattutto vince chi per primo riesce
a fare una “mobilitazione totale”. Sullo sfondo del passaggio
da tecnica premoderna a tecnica moderna tutto sembra una
gigantesca officina, anche l'architettura ne risente, non
risparmiando nemmeno i luoghi di culto. Questo scenario
si presta a interpretazioni confuse, ma l'incedere inesorabile
dell'operaio, e con sé della tecnica, porta alla
trasformazione del disordine in nuovo ordine.
Uno
dei segni del passaggio al nuovo ordine è la fine
dell'individuo e delle masse come prima si conoscevano.
Ciò comporta la nascita di un nuovo tipo unico: “la
costruzione organica”. L'idea di costruzione organica viene
a Junger nel momento in cui osserva che la distinzione tra
meccanico e organico è sempre meno evidente; in questo
senso l'operaio non solo segna la fine dell'individuo borghese,
ma anche da folle costituite da individui. A questo proposito
Junger dice che «come dunque l'individuo non può
continuare a vestirsi della dignità di persona, così
egli non può apparire come individualità determinata,
né la massa può apparire come somma, come
una numerabile quantità di individui dotati di qualità.
La dove la si incontra, è indiscutibile che un'altra
struttura comincia ad insinuarsi in essa. È una struttura
percepibile in filamenti, graticci, catene, e strisce di
volti umani, che scivolano via con la velocità del
lampo; la scorgiamo anche nelle colonne marcianti simili
a file di formiche, il cui movimento in avanti non è
più a discrezione di ciascuno, ma segue una disciplina
da automi» (12) tutto ciò
porta inevitabilmente ad un livellamento e ad un anonimato
sconosciuto prima. Mentre prima le grandi manifestazioni
venivano fatte da folle, adesso ci si schiera in parata.
La tecnica non solo modifica i modi con cui si fa la guerra,
il lavoro, ma anche le città, che assomigliano sempre
più a scenari fantascientifici. La tecnica modifica
il modo di vivere delle persone,modifica i connotati degli
individui che sembrano sempre più indistinguibili,anche
tra uomo e donna le differenze tendono a scomparire. Anche
l'abbigliamento subisce profonde modifiche: fine dell'abito
borghese e inizio dell'epoca dell'uniforme. Uniforme che
è l'abito del lavoratore e insieme del militare.
Uno degli elementi decisivi del passaggio dalla tecnica
premoderna a tecnica moderna è il fatto che la tecnica
nata dalla rivoluzione industriale non è semplicemente
un ammasso di macchine, ma è un nuovo universale
linguaggio, un nuovo pensiero. Questo nuovo pensiero non
si comprende nelle biblioteche ma nelle metropoli. Qui si
può vedere che siamo di fronte all'epoca della massificazione
totale, l'epoca in cui trionfano i numeri degli elenchi
telefonici e della intercambiabilità dell'individuo.
La morte diventa sui campi di battaglia diventa “seriale”,
anzi, nel mondo civile la morte assomiglia sempre più
ad un incidente. Tutto questo rappresenta un'epoca di trapasso,
un'epoca in cui i vecchi principi tramontano e i nuovi tardano
a venire. Si sente qui il bisogno di allevare una nuova
razza di uomini che conosca il linguaggio della tecnica,
che sappia dominare la tecnica per i propri fini. Qui il
concetto di razza non è relativo ad una nazione o
etnia particolare, perché qui razza sta a indicare
l'operaio, che attraverso la tecnica assume caratteristiche
planetarie.«sia qui ribadito che, entro il terreno
del lavoro, la razza non ha nulla a che fare con i concetti
razziali di natura biologica. «La forma
dell'operaio mobilita, senza distinzioni, l'intera condizione
umana». (13) Proprio per questo,
lo stesso Junger si accorgerà che la vecchia forma
dello stato nazione è ormai stretta, in quanto la
tecnica non ha frontiere e non si può fermare; «Qui
dunque, come in altri campi, incontriamo già una
volontà di arrestare in maggiore o in minor misura
l'evoluzione tecnica per creare zone sottratte all'incessante
mutamento. Ma questi tentativi sono condannati al fallimento
già per solo fatto di non avere alle proprie spalle
un dominio totale e incontestabile» (14)
lo stato nazione diventa uno strumento inadeguato,
agli occhi di Junger, di fronte alla continua avanzata tecnica,
principalmente perché sui mezzi tecnici non riesce
a esercitare dominio. Naturalmente Junger parla dello stato
borghese che non riesce a “comunicare” con la tecnica. Junger
sente il bisogno di colmare il vuoto dello spazio politico;
non essendoci nessun ritorno al passato si ente il bisogno
di ordinamenti nuovi che riescano ad esercitare dominio,
di ordinamenti all'altezza della tecnica. Ma quale forma
di politica potrebbe essere in grado di adeguarsi alla tecnica?
Junger pensa ad uno “stato totale”, uno stato che controlli
tutti gli ordinamenti, e che, diversamente dello stato liberale
e borghese, pianifichi anche l'economia. Junger qui non
nasconde le simpatie per L'Unione Sovietica di Stalin, che,
secondo Junger rappresenta uno stato totale, un governo
capace di totalità, capace di attuare una “economia
da fortezza”. I “figli molli della borghesia” non possono
abitare in questi nuovi spazi, in quanto non hanno le caratteristiche
esteriori ed interiori proprie dell'operaio. Ma quali sono
queste caratteristiche? Per Junger sono: educazione spartana
e disciplina interiore. Ma tutto ciò non basta ancora.
Per recidere il passato e attuare una vera e propria “rivoluzione
della forma”, Junger parlerà, rifacendosi a Nietzsche,
di una nuova politica, una “Grande politica”; una politica
degli ampi spazi che si contrappone con la piccola politica
borghese degli spazi nazionali ristretti.
Note:
(1)
E. Junger, l'operaio. Dominio e forma, tr. It.
Di Q. Principe, Ugo Ganda editore, Parma 1991, p.36
(2)
ibidem
(3)
ibidem
(4)
ibidem
(5)
ivi, pag. 41
(6)
S. Latouche, la megamacchina. Ragione tecnoscientifica,
ragione economica e mito del progresso, tr. It. Di Alfredo
Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 101
(7)
E. Junger, l'operaio. Dominio e forma, tr. It.
Di Q. Principe, Ugo Ganda editore, Parma 1991, p. 49
(8)
ivi, pag. 51
(9)
ibidem.
(10)
Ivi, pag. 63
(11)
ibidem.
(12)
Ivi, pag. 92
(13)
ivi, pag. 136
(14)
ivi, pag. 161
(pubblicato
il 10 Gennaio 2006)