L’Osanna
della precarietà
di Francesco Lipari
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Ricordo come
fosse ieri un illustre economista che, qualche anno
fa, in certi salotti televisivi, sostenne che per
creare lavoro occorresse maggiore flessibilità.
A chi obiettò come ciò non fosse a vantaggio
del lavoratore, soprattutto in materia di licenziamenti,
ebbe come pronta risposta che in un sistema flessibile
(e citò gli Stati Uniti come esempio) chi perde
un lavoro, immediatamente ne trova un altro.
Erano tempi in cui mi capitava di sentire, anche tra
i miei coetanei, abituati a certe sontuose serie televisive
e genitori che gliele passano tutte, che la vita sarebbe
una noia se dovessimo lavorare per trent’anni nello
stesso posto.
Queste opinioni sono ancora in voga sia presso economisti
e larga parte della classe politica. Un po’ meno nella
gente comune, che ha provato sulla sua pelle cosa
significa flessibilità. È vero che lavorare
sempre allo stesso posto è noioso, ma è
pur vero che la vita non è un gioco e a lavorare
non si va per divertimento.
Si è anche constatato di come i lavoratori
precari siano i meno sindacalizzati, poiché
temono che reclamando un diritto il datore di lavoro
non li riassuma più a scadenza di contratto.
Risultato: pur di lavorare va bene tutto, anche uno
straordinario non pagato o roba del genere. In altre
parole: si è legalizzato il lavoro nero.
A chi ancora ritiene importante la flessibilità
vorrei chiedere se per loro l’economia è al
servizio dei numeri o delle persone. Se affinché
tutto proceda per il meglio è necessario che
i dati sull’occupazione siano in ordine, che i consumi
dilaghino, che i dati sul PIL siano in aumento o se
non sia più corretto chiedersi se le persone
di una comunità abbiamo una vita dignitosa
in tutti i sensi?
Per essere più chiaro porto un esempio. Mettiamo
che un ragazzo siciliano, che chiameremo Calogero,
appena laureato, venga assunto all’età di 28
anni da un’impresa di Torino con un contratto a tempo
determinato di un anno. Il giovane partirà,
magari contento per aver trovato subito un occupazione,
lasciando la sua terra e le persone a lui care.
Secondo un profilo prettamente economico il giovane
è un occupato e nelle statistiche riguardanti
la forza lavoro attiva risulta tale.
Dal punto di vista umano il giovane è un emigrato
che dopo 28 anni per lavorare deve andare fuori.
Poniamo il caso che dopo un anno, per un motivo o
per l’altro, il contratto non gli venga più
rinnovato. Secondo le rosee previsioni dell’illustre
economista citato all’inizio, in un vero regime flessibile
il giovane trova subito un altro lavoro, foss’anche
a Venezia.
Dopo aver lasciato gli amici d’infanzia e i suoi cari
lascerà quelle persone con cui aveva cercato
di stringere un legame affettivo a Torino. Legame,
per altro non approfondito per ovvi motivi.
A Venezia viene assunto per due anni e, considerato
che è già sulla trentina progetta di
sposarsi.
Ma le banche faranno un mutuo decennale a chi non
dà reali garanzie? Come acquista una casa?
E soprattutto dove se non sa se fra due anni sarà
a Venezia o ad Albinoleffe? E poi come sposarsi se
la sua ragazza per insegnare e accumulare punteggi
per poter in un futuro ottenere il posto di ruolo
ha dovuto accettare di svolgere l’insegnamento a Biella?
Coloro che vanno a rapinare banche non si pongono
questi problemi perché sanno come riciclare
i soldi in qualche attività legale e le stesse
banche derubate si sentiranno garantite qualora i
furfanti si trasformassero in loro clienti.
È auspicabile che lo stato venga incontro alle
persone che vogliono costruirsi una vita in modo onesto
garantendo loro un lavoro dignitoso, a tempo indeterminato,
nel rispetto dei diritti garantiti dalla Costituzione.
Se questo sistema non lo permette che lo si cambi:
nulla è per sempre. Arrancare pur di tenerlo
in vita non è la soluzione migliore.
(publicado
il 29 Settembre 2005)