Radio
e libertà
di Francesco Lipari
Qualche anno fa,
osservando una vecchia radio a valvole in casa di un signore
anziano, mi chiedevo cosa significassero i nomi delle città
scritte sul quadro della frequenza (per intenderci: Mosca,
Berlino, Vienna…) Spinto da una curiosità a dir poco
morbosa, mi sono immerso in una ricerca su tutto ciò
che concerne il mondo della radio, dal punto di vista tecnico
e sociale.
La radio di cui ho parlato all’esordio era stata costruita
per ricevere sulle onde corte, cioè lo spettro delle
frequenze che va dai 3 ai 30 mHz. Le trasmissioni su queste
frequenze hanno la capacità di raggiungere grandi
distanze adoperando poca potenza. Quando internet e i satelliti
non erano una realtà e le notizie viaggiavano molto
lentamente, un modo che ha consentito di ricevere informazioni
da paesi lontani è stata la radio, sulle frequenze
delle onde corte.
Grazie a questa possibilità, in tempi in cui vigevano,
in molti paesi europei, regimi autoritari che proibivano
la libertà di manifestare il proprio pensiero, sotto
ogni forma, inclusa la radio, questo strumento ha avuto
il merito di abbattere le frontiere.
Nel bel libro di Antonio Tabucchi, “Sostiene Pereira”, vi
è un passo in cui il protagonista va al ristorante
e il titolare gli dice che un suo amico, che riceve Radio
Londra, ha ascoltato su questa emittente che in Portogallo
c’è la dittatura.
In Italia, la radio non era libera neppure dopo il fascismo.
Lo stato aveva il monopolio delle trasmissioni radiofoniche,
mai in diretta e sottoposte a censura. Solo negli anni settanta,
dopo molte vicissitudini, si diffusero le radio libere,
caratterizzate dal fatto che i programmi, oltre ad essere
trasmessi in diretta, avevano dei contenuti più consoni
alla mutata condizione sociale. Prima di allora, per potere
ascoltare musica o programmi alternativi alla radio pubblica,
molte persone si rivolgevano alle radio internazionali che
trasmettevano in onde corte. Ciascuna emittente divideva
la programmazione in fasce orarie per ciascuna delle quali
veniva impiegata una lingua diversa, in modo che le notizie
potessero essere comprese all’estero anche da chi non conosceva
altra lingua che la propria.
I paesi del blocco socialista utilizzavano la radio per
trasmettere i propri comunicati di propaganda nel blocco
occidentale.
Con la tecnologia, le trasmissioni radio si evolvono. Si
usano poco le onde corte: ormai le notizie, grazie a satelliti
ed internet, circolano in tempo reale e senza i disturbi
tipici di queste frequenze. La radio oggi è molto
ascoltata in FM, per via della qualità della ricezione.
Ma in generale, la radio riscuote ancora molto successo
sia perché vi sono più programmi di approfondimento
che in tv, sia perché mentre la si ascolta si possono
svolgere altre attività, mentre nel caso della tv,
ad esempio, bisogna guardare le immagini.
Quanto detto da ultimo circa il presente della radio vale
solo per quei paesi in cui le moderne tecnologie e la democrazia
sono una realtà. Non è così altrove.
In numerosi paesi del pianeta la corrente elettrica non
è disponibile. Per loro l’unico modo di usufruire
di un mezzo di comunicazione di massa è la radio
a pile (che non sempre si trovano con facilità).
E in molti paesi dove vigono regimi dittatoriali, la radio
è uno strumento per potere ricevere, nelle fruscianti
onde corte, notizie libere.
Mi riferisco, tanto per fare un esempio di attualità,
allo Zimbabwe, dove vige il regime autoritario di Robert
Mugabe. Qui, una presentatrice radio, Garry Jackson, vedendosi
chiusa la trasmissione radiofonica che aveva luogo in un
hotel di Harare, lasciò il paese e si trasferì
a Londra, dove fondò l’emittente clandestina (1)
Voice of people che fino a poco tempo fa trasmetteva sui
6145 kHz, raggiungendo tutte le zone del paese africano.
L’attività non è stata gradita dalle autorità
del paese per via, soprattutto, di una trasmissione in cui
venivano trasmesse telefonate di gente che raccontava la
propria vita sotto la dittatura. Così, sulla frequenza
di trasmissione di Voice of People, sono state emesse delle
interferenze che non hanno permesso l’ascolto.
L’emittente clandestina ha tentato di provvedere cambiando
continuamente frequenza, ma alla fine ciò è
risultato economicamente insostenibile.
Questa è soltanto la storia più recente di
un paese in cui la libertà non esiste dove la radio
è stata almeno una tenue speranza.
(1)
Radio clandestina non è sinonimo di radio pirata.
Quest’ultima è un’emittente che trasmette senza che
gli sia stata rilasciata l’autorizzazione governativa. Radio
clandestina è un’emittente di un gruppo politico,
etnico o sociale che nel proprio paese non avrebbe libertà
di trasmettere. La più famosa è la radio dei
Curdi.
(pubblicato
il 23 Gennaio 2006)