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Alessandro
Di Maio |
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| Un
mondo di armi |
| di
Alessandro Di Maio |
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Secondo le cifre del rapporto annuale dell’Istituto
Internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri),
il 2005 è stato un anno record per le spese militari
mondiali. Escludendo il commercio sommerso di armi da fuoco,
il giro d’affari ha raggiunto i 1108 miliardi di US$
e disintegrato le precedenti diminuzioni di spese militari
mondiali avvenute rispettivamente nei precedenti tre anni.
Secondo il Sipri, tale crescita è dovuta all’aumento
dei prezzi dei carburanti a livello mondiale - che ha permesso
ai paesi produttori d’incrementare le proprie spese
militari (come Algeria, Russia, Arabia Saudita, Azerbaigian,
etc) – al bilancio militare statunitense, sempre più
gravato dalle guerre in Iraq e Afghanistan e tale da rendere
gli Stati Uniti responsabili del 48 % delle spese militari
globali, e al sempre più alto numero di missioni
di pace ONU (85 missioni nel 2005 con l’impegno di
poco meno di 290 mila militari e 175 mila civili).
Oltre a questo, il rapporto rileva un particolare da non
trascurare, ovvero la coincidenza tra i cinque maggiori
produttori di armi e i cinque membri permanenti del Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite.
A quest’ultimo - costituito da quindici membri, di
cui dieci eletti dall’Assemblea in modo temporaneo
e cinque membri permanenti con diritto di veto sulle scelte
politiche dell’Organizzazione – gli è
conferita, dall’articolo 24 dello Statuto delle Nazioni
Unite, "la responsabilità principale del
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”,
ma sorge spontaneo chiedersi che tipo di pace e sicurezza
internazionale può garantire un organo dominato dal
diritto di veto dei cinque maggiori produttori di armi da
fuoco, e con quale etica, se ve n’è, tali paesi
ricoprono il ruolo appena esplicato.
Da un recente rapporto di Amnesty International, inoltre,
è risultato che Stati Uniti, Russia, Cina, Francia
e Gran Bretagna, cioè i cinque paesi membri permanenti
del Consiglio di Sicurezza ONU - accompagnati da altri grandi
paesi esportatori come Italia e Germania - vendono armi
anche a Stati accusati di non rispettare i diritti umani
(quindi sotto embargo UE) e a paesi con forti tensioni interne
e sull’orlo della guerra civile.
Un’irresponsabilità che, secondo i dati di
Amnesty International, interessa più la Cina che
gli altri paesi produttori, ma che, se si tiene conto anche
del contrabbando di armi leggere – le più piccole,
le meno costose e le più facili da fabbricare e trasportare
- attuato in prevalenza - questo è il pensiero comune
- da faccendieri legati direttamente o meno, a governi e
multinazionali occidentali, s’intende come l’irresponsabilità
di fatto non sia solo cinese, ma generale.
Benché siano in proliferazione accordi internazionali
diretti ad impedire la vendita di armi a paesi capaci di
compiere violazioni di diritti umani, nei paesi poveri le
armi continuano ad arrivare.
Miliardi le armi leggere in circolazione in tutto il mondo,
migliaia i morti quotidiani per arma da fuoco: da una parte
si guadagna sulla vita altrui, dall’altra si muore
e basta.
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| (pubblicato
il 2 Luglio 2006) |
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