Camberra, Australia - Come oggi viene ampiamente riconosciuto, gli aborigeni furono vittime di pregiudizi e maltrattamenti da parte degli europei, e le loro condizioni sociali attuali riflettono questo passato d’ingiustizia ed emarginazione.
Le forti rivendicazioni per le terre espropriate e la sete di giustizia di queste popolazioni per la così detta “generazione rubata” - cioè 1/10 della popolazione infantile aborigena che negli anni cinquanta fu strappata a forza dai genitori naturali e data in affidamento a bianchi – sfociarono nella costituzione di più organismi politici e sociali che, una volta unificati, costituirono la famosa organizzazione “Aboriginal Tent Embassy”, l’Ambasciata Aborigena. Uno strumento politico che negli anni ha saputo ben giostrare e alimentare lotte sociali appoggiate dai partiti della sinistra australiana più radicale.
Era un pomeriggio del 1972 quando - dopo la negazione di qualsiasi rivendicazione territoriale aborigena operata dal governo di allora – d’innanzi al Parlamento, membri di piccole organizzazioni sociali aborigene, costruirono una tenda, come punto zero di qualsiasi altra rivendicazione territoriale e centro di raccolta politica, sociale, morale, culturale e sindacale di un popolo intero.
Segno del riscatto, la tenda fu demolita poco dopo dalla polizia australiana dietro l’ordine del governo di sgomberare non solo il giardino parlamentare, ma anche qualsiasi altra “tenda ambasciata” in territorio australiano.
Tuttavia la “Aboriginal Tent Embassy” era entrata nel cuore degli aborigeni, i quali ricevettero man forte dalle organizzazioni e gruppi della sinistra australiana che in quegli gli anni viveva nella protesta generata dalla convinzione della possibilità di creare un mondo migliore.
La notizia del disagio del popolo aborigeno uscì dai confini della grande isola, raggiungendo l’attenzione internazionale. Mentre l’ONU faceva pressione sul governo australiano per limitare la violenza fisica e morale nei luoghi lontani dalla civiltà occidentale (della costa), i dialoghi politici che l’Aboriginal Tent Embassy intratteneva con i vari governi australiani e i finanziamenti che gli pervenivano dai tanti sostenitori, miravano non soltanto alla rivendicazione territoriale, ma anche ad una maggiore autonomia nella gestione degli affari aborigeni e ad un maggior rispetto e conoscenza del gran patrimonio culturale aborigeno.
Parziali progressi si succedevano rapidamente: nuove politiche governative – spronate dalla presenza di politici aborigeni - mirarono al recupero della devianza e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione aborigena, ma molti rimanevano i dati negativi: l’aspettativa di vita, l’occupazione, i salari, l’alfabetizzazione e molti altri indicatori sociali relativi alla popolazione aborigena mostravano grandi differenze con la restante popolazione australiana. Inoltre, erano ancora irrisolti il problema della “generazione rubata” e dei maltrattamenti carcerari, mentre la questione dei diritti territoriali degli aborigeni divenne uno dei più importanti problemi legali degli ultimi anni.
Negli anni successivi, i politici della mobilitazione aborigena cambiarono strategia. Il Movimento doveva riappropriarsi della propria cultura, ritrovando orgoglio e passare alle rimanenti lotte sociali: fu così che le rivendicazioni di uguaglianza salariale vennero superate da quelle relative alla proprietà di territori aventi un particolare significato religioso, culturale o storico.
Nell'agosto del 1985 il governo federale formulò alcune proposte di legge per concedere agli aborigeni il diritto alla proprietà inalienabile di parchi nazionali, terre appartenenti alla corona e ancora non occupate e antiche riserve aborigene. Nell'ottobre dello stesso anno, Uluru (allora meglio noto con il nome europeo di Ayers Rock) fu ufficialmente ceduto alla comunità aborigena Mutijulu, con la clausola che sarebbe stato garantito il pubblico accesso al monolite. Ciò nonostante, in seguito a una forte opposizione da parte degli stati federati e delle compagnie minerarie, il governo federale non diede seguito alla proposta di legge, sollevando la protesta dei rappresentanti aborigeni.
Alla fine degli anni Ottanta si aprì lo scandalo suscitato dall'elevato numero di morti tra i detenuti aborigeni che, nel 1988 comportò la creazione da parte delle Nazioni Unite di un rapporto nella quale l'Australia vene accusata di violare i diritti umani internazionali nei confronti degli aborigeni.
Nel maggio 1991 il rapporto della commissione ONU istituita per investigare sulle morti dei detenuti provava il comportamento delle forze di polizia e stilava oltre 300 raccomandazioni per relazioni interetniche migliori. Nel mese di giugno Camberra impose il divieto permanente di estrazione mineraria in una località storica aborigena nel Territorio del Nord. Un anno dopo, nel giugno 1992, l'Alta Corte riconobbe l'esistenza di un diritto di proprietà antecedente il primo insediamento europeo del 1788: la c.d. sentenza “Mabo” stabilì che gli aborigeni e gli isolani dello stretto di Torres potevano legittimamente rivendicare un diritto di proprietà originario quando avessero dimostrato un legame “stretto e continuo” con il territorio in questione.
Una sentenza che rovesciò il concetto di “terra nullius” su cui si erano precedentemente basate le rivendicazioni territoriali degli aborigeni e stabilì un diritto di proprietà territoriale non più fondato sulla legge statutaria, ma che riconosce gli aborigeni e gli isolani dello stretto di Torres come proprietari originari del continente.
Al contempo però, la sentenza “Mabo” ha cercato di non mettere in discussione i diritti di proprietà legalmente acquisiti da cittadini non aborigeni e, più tardi, il governo australiano emanò una legislazione che ridusse radicalmente l'applicabilità di quanto stabilito dalla Suprema Corte sui diritti dei nativi d'Australia.
Dagli ambiente aborigeni ciò venne classificato non solo come un secondo esproprio perpetrato a favore dei grandi interessi minerari e terrieri, ma come la più recente macchia nella storia recente dell'Australia che, secondo molti, dovrebbe essere vagliata dalla corte internazionale, dal momento che viola gli impegni assunti dall'Australia nei confronti dei diritti umani.
La situazione attuale non è quella sperata. Anche se la Corte Federale ha riconosciuto il “titolo nativo” per un’area di 60mila chilometri quadrati nell’altopiano di Kimberley - fino ad oggi era proprietà demaniale, utilizzata per la pastorizia, lo sfruttamento minerario e la pesca e che adesso, provato che le popolazioni di Ngarinyin, Wunambal e Worora abitarono quella zona per 26mila anni, fino al 1829 quando, il governo australiano espropriò le terre dichiarandole sotto la sua sovranità, è state restituita agli aborigeni, costituendo così il più grande territorio mai restituito - migliaia di aborigeni vivono nelle zone più degradate delle città, sovvenzionati da una pensione statale utilizzata, in molti casi, per acquistare alcool e droga e lasciarsi morire lentamente.
L’attuale primo ministro australiano, il conservatore John Howard, oltre a rifiutarsi di presentare le formali scuse per la “generazione rubata”, ha privato gli aborigeni dell'unico organismo politico di rappresentanza, la Commissione Indigena Atsic (erede della Aboriginal Tent Embassy), sostituita da un ente meramente consultivo.
La speranza di vita degli aborigeni è 20 anni inferiore a quella dei bianchi e i giovani non riescono a integrarsi sia nella società occidentale insediata (così diversa dai propri principi), che in quella dei propri padri (perché attaccati dalle dorate visioni capitaliste), così li si vede ai margini della società, mangiando McDonalds e nel migliore dei casi, suonando il didjeridoo per i turisti.
Qualche mese fa, dopo uno dei tanti funerali di giovani aborigeni, l’ex campione di rugby aborigeno Michael Long, dichiarando di essere <<stanco di andare a maledetti funerali causati dal suicidio di giovani ragazzi aborigeni in crisi>> ha iniziato una manifestazione: con lo zaino in spalla è partito da Merlburne correndo a piedi fino a Camberra, sede del Parlamento, dove ha voluto incontrare il primo ministro. A lui si sono unite centinaia di persone in cerca di un futuro migliore per il popolo che scoprì l’Australia: gli Aborigeni.
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