Canberra, Australia –
Lo scorso 27 Marzo è entrata in vigore la nuova legge
sul lavoro varata dal governo conservatore di John Howard.
La nuova normativa, frutto dell’intensa collaborazione
tra l’esecutivo australiano e il Fondo Monetario Internazionale,
risulta essere ben più radicale rispetto alle recenti
e contestate riforme del mercato del lavoro intraprese da
numerosi paesi europei.
Il primo ministro Howard - aiutato dalla debolezza dei sindacati
australiani, da sempre sottoposti ad un’economia liberista,
e dalla mancanza di una valida opposizione capace di proporre
programmi economici alternativi e di guidare le masse -
cerca di minimizzare le ripercussioni della riforma sulle
condizioni dei lavoratori, ma dopo meno di un mese, sono
già molti gli australiani che condividono la visione
di una realtà ben diversa da quella resa pubblica
dal primo ministro.
Da Perth a Darwin, da Adelaide a Brisbane, passando da Sydney
e Melbourne, decine di rappresentanti sindacali e centinaia
di lavoratori hanno già vissuto sulla propria pelle
la diminuzione dei diritti sul lavoro, intendendo di avere
meno diritti rispetto al mese passato e recependo, quindi,
il reale significato della riforma appena varata dal governo
federale, la quale ha determinato una situazione tale da
permettere alle imprese d’interrompere qualsiasi relazione
sindacale per assumere personale secondo le proprie condizioni
e di licenziare dipendenti senza pagare liquidazione e senza
rischiare di ricevere denuncie per licenziamento senza giusta
causa.
Già cospicuo, è, inoltre, il numero di aziende
che hanno licenziato dipendenti per offrire loro nuovi contratti
di lavoro privi di giorni di malattia, ferie annuali, festività
e della possibilità di utilizzare l’auto aziendale.
Questi, dunque, i primi effetti della nuova normativa sul
lavoro. Una riforma che ha destato la preoccupazione di
buona parte dell’opinione pubblica australiana, la
quale però, ben diversa da quella francese, ha preferito
non manifestare in modo eclatante il proprio dissenso.
Tuttavia, consapevole di essere ancora impreparata per difendere
i propri diritti fondamentali e dell’idea che le leggi
debbano essere modificate in parlamento da un improbabile
governo laburista e non dallo stesso governo in carica pressato
dalle organizzazioni lavorative, buona parte della cittadinanza
australiana ha comunque manifestato le proprie inquietudini
nei confronti di una legge che non interessa solo i giovani
lavoratori, come in Francia, ma ogni singolo lavoratore
dipendente. Solo due le manifestazioni organizzate in poco
più di sedici mesi, ma i continui attacchi di Howard
nei confronti dei sindacati e dei lavoratori stanno intensificando
la solidarietà tra i vari settori sociali d’Australia,
i quali, dopo la positiva esperienza francese, tendono sempre
più verso una mobilitazione totale.