Inflessibilità australiane
di Alessandro Di Maio

Camberra, Australia – Isola o continente? Nessuna delle due. L’Australia, infatti, ha da sempre costituito una via di fuga per europei prima, per mediorientali ed est-asiatici adesso. Una via di fuga, una strada di speranza, un grande deserto difensore di oasi costiere floride e ricche, che, però, si trova oggi al centro di numerose critiche aventi per oggetto questioni quali il diritto all’asilo politico e il rispetto dei diritti umani. Negli ultimi anni, soprattutto dall’inizio delle guerre in Afghanistan e Iraq, l’Australia si è vista meta di grandi movimenti migratori umani, simili a quelli che, iniziati dalle coste nordafricane, terminano tragicamente nelle coste siciliane. Donne, bambini, uomini di qualsiasi età e di nazionalità afgana, pakistana, irachena, iraniana, palestinese, etc, che si avviano verso il viaggio a cui hanno affidato la propria sorte, il proprio futuro. Barconi riempiti all’inverosimile, donne incinte, denutrizione, malattie, morti affogati sono solo particolari che arricchiscono di negatività le tragiche immagini filtrate dalle televisioni.
Poi lo sbarco, ed infine la c.d. “soluzione pacifica”: un “efficiente” e costoso sistema di detenzione che il governo australiano - guidato per la quarta volta consecutiva dal conservatore John Howard – ha attivato su numerose isole del Pacifico e su alcune zone del deserto centrale australiano; un sistema ordinato, scrupoloso che non ha nulla a che vedere con gli affollati centri di detenzione temporanea italiani. La tecnica è la stessa: come in Italia, infatti, si prevede la detenzione temporanea dei clandestini e il loro rimpatrio (tutto a spese dello stato australiano).
Una “funzionale” attività che - a differenza dell’impreparazione italiana tutta da criticare – fa comunque riflettere e rabbrividire se si tiene presente che, per paura di eventuali terroristi, non si dà credito né a richieste di asilo politico, né a status di rifugiato già accertati, né a manifestazioni di protesta (come lo sciopero della fame o la cucitura delle labbra della bocca), ma si preferisce invece detenere i clandestini in condizioni in cui - come detto dalla sociologa Heather Tyler, impegnata in molte ricerche sulle condizioni dei rifugiati - <<nessun australiano farebbe vivere il proprio cane>>.
L’inflessibilità del sistema tocca limiti estremi quando - come successo ad Aladdin Sisalem, un giovane palestinese che nonostante abbia richiesto più volte protezione e asilo, ha dimenticato di compilare la domanda prima di sbarcare in territorio australiano – pur di evitare ulteriori ingressi legali, si mantengono aperti centri di accoglienza anche per singole persone, spendendo giornalmente circa 14.000 euro a detenuto. Una somma che, come denunciano varie organizzazioni per la difesa dei diritti umani, se moltiplicata per ogni clandestino trattenuto, sarebbe sufficiente a pagare a lungo termine i sussidi di disoccupazione a tutti i detenuti nei centri delle isole del Pacifico se venisse loro concesso l’ingresso in Australia.

(pubblicato il 12 Dicembre 2005)

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