A quattro anni dalla proclamazione
di indipendenza, il paese rimane ancora gravato dal difficile
compito di ricomporre la frattura diplomatica con l’Indonesia.
La difficoltà del compito è moltiplicata da
una minima percentuale di popolazione che nel referendum
del 1999 aveva osteggiato la secessione e che adesso ritarda
l’attività del governo.
Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite emanata nel 1999, aveva condannato le violenze e i
soprusi commessi dai militari indonesiani prima e durante
il ritiro da Timor Est, e stabiliva, inoltre, che le autorità
indonesiane avrebbero dovuto arrestare e processare, mediante
un tribunale creato ad hoc, circa trecento persone di nazionalità
indonesiana che si erano rese partecipi delle indiscriminate
violenze.
Tuttavia, dei 317 miliziani indicati, solo settantaquattro
di essi hanno subito provvedimenti giudiziari. Un fatto
che, oltre ad essere stato criticato dall’ormai ex
segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, conferma
l’ampiezza dell’immunità concessa agli
indagati dalle autorità di Giakarta.
Di fronte al fallimento delle iniziative promosse a livello
internazionale, Timor Est sta cercando di spostare l’azione
diplomatica dal piano internazionale e quello bilaterale
con Giakarta. Forte di un consistente appoggio popolare,
il Presidente della Repubblica di Timor Est, l’ex
guerrigliero Xanana Gusmao - ottenendo l’appoggio
del Ministro degli Esteri J.R. Horta e del premier M. Alkatiri,
entrambi membri del partito largamente maggioritario nel
parlamento di Dili (il Fronte Rivoluzionario per l’Indipendenza
o FRETILIN) - ha iniziato i colloqui con le autorità
indonesiane ottenendo nel Dicembre del 2004 l’istituzione
della Commissione Bilaterale per la Verità e l’Amicizia,
che dovrebbe normalizzare i rapporti tra i due stati.
Tuttavia, la Commissione congiunta non è in grado
di esercitare poteri inquisitori o accusatori, ma solamente
di fornire una versione dei fatti condivisa da entrambi
i governi. Inoltre, l’eventuale esito positivo di
tale commissione, determinerebbe la caduta di tutti i provvedimenti
avviati dalla commissione ONU contro i responsabili incriminati
delle violenze. Una clausola che ha causato malessere tra
i timoresi, i quali iniziano a temere una totale impunità
nei confronti dei colpevoli, e che, invece, è appoggiata
dalle Nazioni Unite, dalla Comunità Internazionale
e dagli Stati Uniti, e che, nonostante l’impunibilità
dei criminali, continua ad essere voluta dal governo timorese
per una immediata e completa stabilità di confine.
L’Indonesia, dal canto suo, ha accolto pienamente
la Commissione congiunta facendo intendere, inoltre, l’unicità
di tale canale per una rapida e totale riconciliazione proprio
perché in tal maniera si otterrebbe una sicura impunibilità
al prezzo di una formale accettazione di responsabilità
esclusivamente verbale.
Alle difficoltà politiche si sommano quelle economiche.
Timor Est è, infatti, una delle nazioni più
povere del mondo e la più povera dell’Asia
meridionale. Ogni anno i distretti più poveri ricevono
diversi milioni di dollari di entrate in donazioni (ONU)
e prestiti (di altri paesi) ma, nonostante gli aiuti, negli
ultimi mesi alcune decine di persone sono morte di fame
e le condizioni continuano ad essere gravi.
Le motivazioni di questa disastro umanitario sono molteplici:
innanzitutto lo sfruttamento privo di qualsiasi progettualità
e la struttura sociale rispettivamente attuato ed ereditata
dalla vecchia colonizzazione portoghese e dall’occupazione
indonesiana e, più recentemente, le devastazioni
avvenute per mano delle truppe indonesiane che hanno colpito
circa il 75 % delle infrastrutture e del fragile apparato
produttivo.
Mentre la metà degli abitanti è analfabeta
e il 40% non ha accesso all’acqua potabile, i beni
di prima necessità sono scarsi e l’attività
maggiormente praticata è l’agricoltura di sussistenza
che, pur coinvolgendo l’85% della forza lavoro, non
produce reddito sufficiente e non contribuisce allo sviluppo
economico. Il paese si trova in tale situazione anche per
la caduta del prezzo del caffé e per il limitato
controllo dell’esecutivo sulla politica economico-monetaria
dovuto all’adozione del dollaro statunitense come
valuta nazionale e per gli obblighi nei confronti del Fondo
Monetario Internazionale, il quale oltre a condizionare
la direzione degli aiuti economici, ha esportato i principi
di totale apertura al mercato, di riduzione dei salari e
della spesa pubblica, portando alla miseria i numerosi coltivatori
e lavoratori impiegati nei centri urbani e avvantaggiando
le grandi multinazionali presenti nella giovane repubblica.
Un possibile propulsore economico per Dili è rappresentato
dalle risorse petrolifere presenti nei fondali marini posti
a sud dell’isola ed oggetto di una aspra contesa con
l’Australia. Attualmente i grossi giacimenti di gas
sono sfruttati da Camberra poiché, anche se molto
più vicini alla costa timorese, appartengono al territorio
australiano.
L’iniqua divisione territoriale risale al periodo
di occupazione indonesiana, quando per ottenere dall’Australia
il riconoscimento ufficiale della sovranità indonesiana
su Timor Est, l’allora dittatore indonesiano, Suharto,
accettò che i confini marittimi tra i due paesi fossero
tracciati secondo il criterio della piattaforma continentale,
in maniera da far comprendere i giacimenti maggiori sotto
il controllo australiano.
Tuttavia, nel 1994 entrò in vigore la Convenzione
delle Nazioni Unite sul diritto del mare che stabilisce
il concetto di linea mediana come confine marittimo tra
due stati.
Mentre Camberra siglava un trattato con la Nuova Zelanda
per stabilire il confine marittimo tra le due nazioni sulla
base del concetto di linea mediana, per evitare esito sfavorevole,
alla vigilia dell’indipendenza di Timor Est, la stessa
Australia guidata dall’ultraconservatore J. Howard,
decise di ritirarsi dalla giurisdizione del Tribunale Internazionale
sul diritto del mare, eliminando così ogni possibile
fonte di giudizio vincolante.
I media australiani continuano a riportare la gratitudine
dei timoresi per l’aiuto militare australiano consistente
in 5000 soldati e concesso per la pacificazione del paese
durante le operazioni che portano all’indipendenza,
ma adesso il governo di Dili accusa Camberra di depredare
le risorse della neonata nazione e il Presidente della Repubblica
Xanana Gusmao, ha detto che <<è una questione
di vita o di morte, di essere mendicanti per sempre o costruirsi
un’autosufficienza>>.
Oggi, purtroppo, le trattative tra Dili e Camberra procedono
a rilento, soprattutto per i ripetuti rifiuti australiani
che, intanto, sfruttano i giacimenti petroliferi timoresi
ottenendo notevoli profitti.