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Alessandro Di Maio

 

 

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DOSSIER: LA MARTORIATA STORIA DI TIMOR EST
La storia di Timor Est - Parte III
di Alessandro Di Maio

A quattro anni dalla proclamazione di indipendenza, il paese rimane ancora gravato dal difficile compito di ricomporre la frattura diplomatica con l’Indonesia. La difficoltà del compito è moltiplicata da una minima percentuale di popolazione che nel referendum del 1999 aveva osteggiato la secessione e che adesso ritarda l’attività del governo.
Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite emanata nel 1999, aveva condannato le violenze e i soprusi commessi dai militari indonesiani prima e durante il ritiro da Timor Est, e stabiliva, inoltre, che le autorità indonesiane avrebbero dovuto arrestare e processare, mediante un tribunale creato ad hoc, circa trecento persone di nazionalità indonesiana che si erano rese partecipi delle indiscriminate violenze.
Tuttavia, dei 317 miliziani indicati, solo settantaquattro di essi hanno subito provvedimenti giudiziari. Un fatto che, oltre ad essere stato criticato dall’ormai ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, conferma l’ampiezza dell’immunità concessa agli indagati dalle autorità di Giakarta.
Di fronte al fallimento delle iniziative promosse a livello internazionale, Timor Est sta cercando di spostare l’azione diplomatica dal piano internazionale e quello bilaterale con Giakarta. Forte di un consistente appoggio popolare, il Presidente della Repubblica di Timor Est, l’ex guerrigliero Xanana Gusmao - ottenendo l’appoggio del Ministro degli Esteri J.R. Horta e del premier M. Alkatiri, entrambi membri del partito largamente maggioritario nel parlamento di Dili (il Fronte Rivoluzionario per l’Indipendenza o FRETILIN) - ha iniziato i colloqui con le autorità indonesiane ottenendo nel Dicembre del 2004 l’istituzione della Commissione Bilaterale per la Verità e l’Amicizia, che dovrebbe normalizzare i rapporti tra i due stati.
Tuttavia, la Commissione congiunta non è in grado di esercitare poteri inquisitori o accusatori, ma solamente di fornire una versione dei fatti condivisa da entrambi i governi. Inoltre, l’eventuale esito positivo di tale commissione, determinerebbe la caduta di tutti i provvedimenti avviati dalla commissione ONU contro i responsabili incriminati delle violenze. Una clausola che ha causato malessere tra i timoresi, i quali iniziano a temere una totale impunità nei confronti dei colpevoli, e che, invece, è appoggiata dalle Nazioni Unite, dalla Comunità Internazionale e dagli Stati Uniti, e che, nonostante l’impunibilità dei criminali, continua ad essere voluta dal governo timorese per una immediata e completa stabilità di confine.
L’Indonesia, dal canto suo, ha accolto pienamente la Commissione congiunta facendo intendere, inoltre, l’unicità di tale canale per una rapida e totale riconciliazione proprio perché in tal maniera si otterrebbe una sicura impunibilità al prezzo di una formale accettazione di responsabilità esclusivamente verbale.
Alle difficoltà politiche si sommano quelle economiche. Timor Est è, infatti, una delle nazioni più povere del mondo e la più povera dell’Asia meridionale. Ogni anno i distretti più poveri ricevono diversi milioni di dollari di entrate in donazioni (ONU) e prestiti (di altri paesi) ma, nonostante gli aiuti, negli ultimi mesi alcune decine di persone sono morte di fame e le condizioni continuano ad essere gravi.
Le motivazioni di questa disastro umanitario sono molteplici: innanzitutto lo sfruttamento privo di qualsiasi progettualità e la struttura sociale rispettivamente attuato ed ereditata dalla vecchia colonizzazione portoghese e dall’occupazione indonesiana e, più recentemente, le devastazioni avvenute per mano delle truppe indonesiane che hanno colpito circa il 75 % delle infrastrutture e del fragile apparato produttivo.
Mentre la metà degli abitanti è analfabeta e il 40% non ha accesso all’acqua potabile, i beni di prima necessità sono scarsi e l’attività maggiormente praticata è l’agricoltura di sussistenza che, pur coinvolgendo l’85% della forza lavoro, non produce reddito sufficiente e non contribuisce allo sviluppo economico. Il paese si trova in tale situazione anche per la caduta del prezzo del caffé e per il limitato controllo dell’esecutivo sulla politica economico-monetaria dovuto all’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale e per gli obblighi nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, il quale oltre a condizionare la direzione degli aiuti economici, ha esportato i principi di totale apertura al mercato, di riduzione dei salari e della spesa pubblica, portando alla miseria i numerosi coltivatori e lavoratori impiegati nei centri urbani e avvantaggiando le grandi multinazionali presenti nella giovane repubblica.
Un possibile propulsore economico per Dili è rappresentato dalle risorse petrolifere presenti nei fondali marini posti a sud dell’isola ed oggetto di una aspra contesa con l’Australia. Attualmente i grossi giacimenti di gas sono sfruttati da Camberra poiché, anche se molto più vicini alla costa timorese, appartengono al territorio australiano.
L’iniqua divisione territoriale risale al periodo di occupazione indonesiana, quando per ottenere dall’Australia il riconoscimento ufficiale della sovranità indonesiana su Timor Est, l’allora dittatore indonesiano, Suharto, accettò che i confini marittimi tra i due paesi fossero tracciati secondo il criterio della piattaforma continentale, in maniera da far comprendere i giacimenti maggiori sotto il controllo australiano.
Tuttavia, nel 1994 entrò in vigore la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare che stabilisce il concetto di linea mediana come confine marittimo tra due stati.
Mentre Camberra siglava un trattato con la Nuova Zelanda per stabilire il confine marittimo tra le due nazioni sulla base del concetto di linea mediana, per evitare esito sfavorevole, alla vigilia dell’indipendenza di Timor Est, la stessa Australia guidata dall’ultraconservatore J. Howard, decise di ritirarsi dalla giurisdizione del Tribunale Internazionale sul diritto del mare, eliminando così ogni possibile fonte di giudizio vincolante.
I media australiani continuano a riportare la gratitudine dei timoresi per l’aiuto militare australiano consistente in 5000 soldati e concesso per la pacificazione del paese durante le operazioni che portano all’indipendenza, ma adesso il governo di Dili accusa Camberra di depredare le risorse della neonata nazione e il Presidente della Repubblica Xanana Gusmao, ha detto che <<è una questione di vita o di morte, di essere mendicanti per sempre o costruirsi un’autosufficienza>>.
Oggi, purtroppo, le trattative tra Dili e Camberra procedono a rilento, soprattutto per i ripetuti rifiuti australiani che, intanto, sfruttano i giacimenti petroliferi timoresi ottenendo notevoli profitti.

-- pubblicato il 28 Gennaio 2007 --
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