Dili, Timor Leste -
A più di quattro anni dall’indipendenza, Timor
Leste è nuovamente nel caos. Il buio della violenza
è risceso sul piccolo Stato del sud-est asiatico
a fine aprile 2006, quando un gruppo di militari di etnia
loramonu, originari dell’est del paese, si è
ribellato all’ordine (quasi) costituito, reclamando
parità di trattamento economico e sociale all’interno
delle forze armate con i militari di etnia lorosae provenienti
dall’ovest di Timor Leste.
Gli scontri si sono accentuati quando la manifestazione
di protesta dei circa 600 soldati ribelli è stata
repressa dalla polizia governativa, causando il mal contento
della popolazione proveniente dall’est che ha appoggiato
il gruppo di ribelli.
Da allora gli scontri sono stati talmente aspri da far lievitare
il numero dei morti e dei feriti, fino all’arrivo
del contingente internazionale richiesto dal governo di
Dili per sedare gli scontri.
L’Australia è stata la prima a farsi avanti,
mandando a Timor ben 150 uomini dei reparti speciali delle
proprie forze armate per mettere in sicurezza l’aeroporto
e facilitare l’arrivo di ulteriori truppe internazionali
provenienti soprattutto dalla stessa Australia, dalla Malaysia,
dalla Nuova Zelanda e dal Portogallo.
Con il successivo arrivo del contingente internazionale,
guidato dall’Australia con più di 1300 soldati,
le violenze si sono spente, ma la Comunità Internazionale
continua ad interrogarsi sui motivi che hanno riportato
la violenza in questo piccolo paese posto tra Indonesia,
Malaysia e Australia, la cui nascita è stata più
volte considerata come un successo delle Nazioni Unite,
che vi hanno amministrato fino al 2002.
Sicuramente la difficoltà di convertire in forze
regolari gli ex guerriglieri indipendentisti del FALINTIL
– coloro che per tre decenni hanno lottato imperterriti
contro le truppe di occupazione indonesiane – e le
divisioni etniche prima specificate – loromonu e lorosae
– sono i motivi principali dell’inizio degli
scontri, ma sono sempre più insistenti le voci che
sostengono che dietro gli scontri di Dili ci sia una mano
straniera.
Dalle disastrate strade di Timor Leste fino ai decadenti
palazzi ministeriali della capitale, l’idea che gli
scontri siano stati orchestrati da qualche potenza straniera
si sta facendo più incalzante, tanto da essere perfino
ripetuta dal Primo Ministro di Timor Leste, Mari Alkatiri,
il quale, anche se non ha voluto specificare di chi sia
la supposta mano, ha lasciato chiaramente intendere che
– visto l’impegno australiano – la mano
sia proprio dell’Australia.
Secondo le stesse supposizioni, infatti, il governo di Camberra,
dichiaratosi guardiano del Sud-est Asiatico, sarebbe stato
infastidito dalle amicizie cinesi e cubane del premier timorense
e avrebbe alimentato la crisi in modo da inviare le proprie
truppe e prendere il controllo del territorio, evitando
così “cattive compagnie” e problemi relativi
ai contesi giacimenti di gas nel Golfo di Timor.