Jayapura, Papua Ovest -
Lo scorso gennaio, 43 abitanti di Papua Ovest hanno prima
costruito delle canoe ricavate da dei tronchi d’albero
e poi iniziato a solcare le onde della striscia d’oceano
che li separava dall’Australia e che divide l’Oceano
Indiano da quello Pacifico.
Dopo sei settimane di traversata, i 43, sprovvisti d’acqua
potabile e cibo, sbarcarono sulla costa settentrionale dell’Australia,
chiedendo asilo politico al governo, il quale però,
contravvenendo al diritto internazionale, non solo non lo
ha concesso, ma li ha anche trasferiti dall’Australia
continentale alla zona riservata ai profughi istituita dal
governo Howard: Christmas Island.
Il capo della tribù, Herman Wainggai, interrogato
sui motivi della loro impresa, rispose di essere consapevole
che se i militari indonesiani li avessero catturati, la
maggior parte di loro sarebbe morta. <<Ci trattano
come bestie>> ha aggiunto Wainggai, <<hanno
creato dei corpi paramilitari e delle milizie jihadiste
per ucciderci: proprio com’è successo a Timor
Leste>>.
Herman si riferiva all’occupazione dei militari indonesiani,
presenti sul territorio da quando i Paesi Bassi concessero
l’indipendenza all’Indonesia. Da allora, benché
gli olandesi avessero dichiarato che Papua Ovest fosse un’entità
geografica ed etnica separata, con un suo specifico carattere
nazionale, permane un’occupazione militare che, se
in un primo tempo doveva essere temporanea, da qualche anno
a questa parte sembra essere rivolta ad un’annessione
ufficiale all’Indonesia.
Nel 1969 le Nazioni Unite organizzarono un referendum per
dare la possibilità ai papuani di scegliersi una
forma di governo, ma i soldati indonesiani resero non democratico
il voto, bloccando gli osservatori mandati dall’ONU
e obbligando i poco più di mille votanti presentatisi
alle urne (su 800mila elettori), a votare a favore dell’annessione
all’Indonesia di Suharto.
La dichiarazione di Herman Wainggai non sembra essere l’unica.
Migliaia di pagine redatte dalle organizzazioni per i diritti
umani presenti a Papua Ovest, infatti, descrivono una situazione
drammatica, in cui le forze armate indonesiane bruciano
interi villaggi, massacrano abitanti indifesi e proteggono
le compagnie minerarie straniere accordatesi con il governo
indonesiano per lo sfruttamento delle più vaste miniere
d’oro e rame al mondo.
L’Indonesia, ancora in collera con Timor Leste per
l’indipendenza ottenuta, è decisa a non perdere
quest’altro importante tassello geo-economico. Al
tal fine continua ad inviare truppe addestrate dalle forze
speciali dell’esercito australiano e mezzi blindati
e aerei di fabbricazione britannica, senza però riuscire
a vincere il Movimento Free Papua (OPM) che, appoggiato
dalla popolazione locale, ricorda agli indonesiani di essere
degli invasori.
Come fu per Timor Leste, la questione dell’indipendenza
di Papua Ovest è avvolta da un silenzio saltuariamente
spezzato dai chi, per evitare la morte, cerca di raggiungere
l’Australia, ottenere l’asilo politico, denunciare
i genocidi e chiedere il ritorno delle Nazioni Unite in
quella ricca ma devastata terra che è Papua Ovest.